|
Contro lo sfascio del trasporto ferroviario! Che la reazione dei lavoratori all’ennesimo incidente mortale di Crevalcore (BO) abbia rappresentato un punto avanzato nella lotta dei ferrovieri è innegabile. Da anni assistiamo al proliferare di incidenti (ignoti per lo più al grande pubblico perché di rado escono sulle prime pagine dei giornali) a causa del deterioramento costante delle infrastrutture e del grave peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro nelle ferrovie italiane ridotte allo sfascio dalla privatizzazione.
La denuncia delle condizioni gravissime e della totale e continuata violazione delle più elementari normative di sicurezza da parte di Trenitalia e del gestore della rete ferroviaria (RFI) ad opera dell’inchiesta trasmessa da “Report” ben oltre un anno fa non hanno prodotto nulla. Solo silenzio. Anzi no, si è provveduto immediatamente a licenziare alcuni macchinisti che avevano permesso alle telecamere di filmare quello che normalmente non viene mostrato. A quanto pare furono i macchinisti (non Trenitalia o RFI) a violare le norme di sicurezza. Di fronte a tali rovesciamenti di ruoli anche la satira deve arrendersi. Dove sono state le direzioni sindacali finora? Una direzione sindacale che avesse realmente a cuore gli interessi dei lavoratori non avrebbe fatto passare sotto silenzio questo episodio. L’immediata riassunzione di tutti i compagni licenziati per avere fatto il loro dovere ed aver rotto l’omertà che circonda lo sfascio della rete ferroviaria avrebbe dovuto essere la prima rivendicazione di una mobilitazione generale contro la privatizzazione della rete e dei servizi di trasporto. Lo sfascio è stato pianificato; è il risultato del taglio sistematico delle spese di manutenzione, della diminuzione costante di personale, dell’inasprimento dei turni di lavoro, della parcellizzazione della responsabilità tra mille operatori, società, dalle competenze non ben definite (che lasciano molte zone scoperte, terre di nessuno in cui nessuno, appunto, interviene). Tutto questo non è noto al grande pubblico, ma lo sanno bene i ferrovieri! Accade così che l’ennesimo incidente (come al solito imputato all’imprudenza o all’errore umano) faccia capire a decine di migliaia di lavoratori delle ferrovie che la misura è colma, che si deve finalmente reagire. Lo sciopero dell’11 febbraio ha portato alla ribalta una determinazione di lotta che da anni non si vedeva in Italia in questo settore. La pressione dei lavoratori è stata tale che tutte le maggiori sigle sindacali del settore ferroviario (Cgil, Cisl, Uil, Orsa, Sma e Ugl) l’hanno promosso; altre due sigle (Sult e Cub) e la “Assemblea di Bologna” dei delegati Rls alla sicurezza (che avevano indetto lo sciopero precedente perfettamente riuscito, quello del 16/17 gennaio), hanno dato indicazione di partecipare, pur dichiarando di farlo sulla loro piattaforma. Quindi, pur con tutte le divisioni che da anni caratterizzano le varie sigle, le organizzazioni sindacali sotto la pressione dei lavoratori si sono presentate compatte di fronte alla controparte, il governo ed il suo degno rappresentante, il ministro delle infrastrutture Lunardi, che qualche giorno prima dello sciopero si presentava con la consueta arroganza intimando ai lavoratori di ridurre lo sciopero ad 8 ore, anziché 24. I ferrovieri hanno deciso giustamente di ignorare tale divieto. Alla guerra di cifre seguita allo sciopero i lavoratori e i cittadini sono abituati. Notizie false e denigranti, che da anni i vari governi responsabili dell’esplosione di un problema come quello della sicurezza sono abituati a fornire, per coprire i piani di destrutturazione che immancabilmente hanno portato il settore ad una sempre più ampia esternalizzazione dei servizi di controllo della sicurezza e ad una sempre più ampia mancanza di copertura dei quasi 9.000 km della rete ferroviaria che in molti tratti presenta ancora vie ferrate risalenti al secolo scorso. Esemplare è stata la mobilitazione dei lavoratori delle officine e dei depositi di Bologna dove l’adesione è arrivata al 90%. Bologna è uno dei 3 centri in Italia che si occupa dei guasti e dei cambi dei sistemi di sicurezza. Fino a qualche anno fa contava circa 300 operai specializzati; oggi restano solo 130 addetti dell’Officina Nazionale Apparecchiature Elettriche, ex OTE. Le loro dichiarazione riportate da Il Domani di Bologna, sono sintomatiche di una situazione gravissima: ”ci sentiamo abbandonati, perché qui lavoriamo per la sicurezza ma nessuno investe più nella nostra professionalità, abbiamo il turn-over bloccato e i dirigenti ormai li vediamo un paio di volte la settimana”. Questi operai, molti dei quali con contratti precari, si sono presentati compatti ai cancelli il giorno dello sciopero in solidarietà con i macchinisti, che ormai rischiano la loro vita e quella dei pendolari tutti i santi giorni. Lunardi vuole solo guadagnare tempo In ogni caso l’impatto della lotta ha costretto il Ministro ad una manovra diversiva: aprire una “serie di tavoli, che avranno cadenza periodica e serviranno a fare il punto sulla messa in sicurezza del sistema e sull’accelerazione delle opere per incrementare la sicurezza”. Che si tratti di una falsa apertura ai sindacati confederali, più sensibili ai richiami istituzionali, è chiaro, il tutto nel tentativo di dividere le sigle che hanno portato avanti la lotta in modo compatto. Allo stesso tempo in cui propone aperture, Lunardi lascia aperta la possibilità di ricorrere a misure repressive contro i ferrovieri colpevoli di aver scioperato “al di fuori delle regole”. Il ministro in proposito si è affrettato a dichiarare che “si atterrà alle disposizioni di legge”, seguendo il consiglio di Maroni di ascoltare l’apposita commissione di garanzia. Dove sta dunque l’inghippo? Esattamente dove la norma parla di ”tema legato alla extravertenzialità” relativamente alla sicurezza; al riguardo è stato presentato al Tar il ricorso sindacale contro l’ordinanza. Se il Tar dovesse dar ragione ai sindacati, sarebbe stato sanzionato uno sciopero perfettamente legale. Si creerebbe un precedente, lo svuotamento di fatto del valore delle ordinanze ministeriali. Se si vuole vincere si deve proseguire la lotta! Questo dimostra chiaramente che quando il governo è messo alle strette dalle lotte dei lavoratori, soprattutto su temi importanti come questo, si può vincere, ma occorre assolutamente non indietreggiare nella lotta. La privatizzazione è la causa primaria dello sfascio del servizio ferroviario. La proposta di porre di nuovo in mani pubbliche la rete ed i servizi di trasporto va sicuramente nella direzione giusta, ma non può essere da sola un obiettivo adeguato; l’intervento dei vari governi in questi decenni è stato dedicato interamente al servizio del profitto privato (anche pianificando lo sfascio del settore pubblico per giustificare le politiche di privatizzazione). La lotta dei ferrovieri pone il problema di chi debba decidere e in funzione di quali interessi. Tale problema può essere risolto solo dai lavoratori stessi (e dagli utenti), gli unici che abbiano l’interesse a praticare una gestione del servizio pubblico a favore della maggioranza della società e non di un pugno di speculatori senza scrupoli. Aspettarsi la soluzione dei problemi da un futuro governo di centrosinistra sarebbe sbagliato, tanto più che in questi anni la sinistra è sempre stata colta da improvvisi attacchi di mutismo al momento di avanzare proposte che interrompano le pratiche liberiste portate avanti finora da Berlusconi (ma anche dai governi Prodi, D’Alema ed Amato). Al di là delle chiacchiere nulla è risolto. Lo dimostrano le ultime finanziarie del governo Berlusconi (ma anche dei governi di centro-sinistra che lo hanno preceduto), soprattutto in riferimento al continuo taglio delle risorse destinate agli investimenti e alle misure per la sicurezza. Un partito come il Prc non può restare sordo ai continui allarmi lanciati dai lavoratori che con le proprie lotte stanno cercando di scardinare le politiche liberiste; è arrivato il momento di scegliere l’interlocutore al quale rivolgere la nostra azione: la classe lavoratrice (quella che fa muovere o viaggia quotidianamente sui treni dei pendolari), milioni di individui sempre più stanchi di rischiare la vita per diritti elementari come il lavoro e una vita dignitosa. Su questi punti si giocherà anche il futuro del nostro partito che dovrà scegliere se continuare a perseguire la strada delle “ovattate” stanze parlamentari, con la prospettiva di un ingresso al governo nel quale saremo poco più che ostaggi, allontanandoci sempre più dai lavoratori, oppure farci promotori di una nuova stagione di lotte per rompere la camicia di forza imposta da questa società capitalista, riprendere in mano i nostri destini e iniziare la lotta per trasformare la società in senso socialista. |