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Contratto nazionale metalmeccanici Stampa E-mail
Scritto da Davide Bacchelli   
Primo: evitare ogni cedimento verso gli interessi dei padroni


Il 24 febbraio si è aperta la trattativa per il rinnovo della parte economica del contratto nazionale dei metalmeccanici. Le delegazioni di Fim, Fiom e Uilm hanno ufficializzato alla controparte padronale la piattaforma approvata dai lavoratori nel referendum del 15, 16 e 17 febbraio. La richiesta di 130 euro medi, 25 dei quali per quei lavoratori che non hanno un contratto aziendale, è stata definita “sulla luna” da parte di Calearo, presidente di Federmeccanica, per il quale gli aumenti salariali non devono andare oltre il recupero dell’inflazione programmata dal governo per gli anni 2005 e 2006, equivalenti a 59,58 euro.

Il voto sulla piattaforma unitaria

I risultati del referendum, ci dicono di un vasto consenso alla piattaforma, pari al 92,77% dei votanti, 472.563 sì tra i 517.401 lavoratori che si sono espressi sulla proposta di Fim, Fiom e Uilm, il 54,7% dei 946.357 dipendenti delle oltre 9mila aziende dove si è votato.

Il raggiungimento del quorum, anche se poco sopra il limite del 50%, è stato considerato dai vertici sindacali un successo per i tempi ristretti in cui si è svolta la campagna delle assemblee di presentazione nelle fabbriche.

Innanzitutto, giova ricordare che i metalmeccanici in Italia sono almeno un milione e mezzo, 400mila nel settore artigiano suddivisi in una miriade di piccole o piccolissime aziende. Quindi poco più di un terzo dei lavoratori direttamente interessati ha potuto votare sulla piattaforma. Comunque l’urgenza di presentare la piattaforma a Federmeccanica non giustifica la fretta con cui si è andati a chiedere un si o un no ai lavoratori senza una seria discussione nelle fabbriche dopo quattro mesi di trattative tra le segreterie di Fim, Fiom e Uilm.

È vero che i dati sui partecipanti al voto sono in linea con i risultati dei referendum a partire dal 1999, va inoltre rilevato che un consenso del 92,77% è molto maggiore rispetto alle due precedenti piattaforme unitarie. Ma allora iniziava ad esprimersi il rifiuto rispetto alle politiche degli accordi del luglio ’93, anche se mancava una proposta alternativa più avanzata: 70,12% di sì nel 1999 (rinnovo normativo ed economico) e 78,84% nel 2001 (rinnovo economico che portò al primo accordo separato).

L’attuale piattaforma è stata approvata a larga maggioranza, ma non crediamo si tratti del successo di una ritrovata unità sindacale intorno ad una richiesta salariale che rappresenterebbe una rottura con il vincolo dell’inflazione programmata. I metalmeccanici avevano dimostrato di voler sostenere piattaforme più avanzate, come quella proposta dalla sola Fiom nel 2003 e approvata con il 97,1% di sì, dove i lavoratori avevano potuto scegliere per aumenti salariali uguali per tutti in alternativa alla riparametrazione per livelli professionali, allora 135 euro, più di quanto viene richiesto nell’attuale piattaforma.

Secondo la Cgil, le buste paga dei lavoratori italiani dovrebbero recuperare almeno 1.400 euro persi negli ultimi due anni, Eurostat arriva a valutare una perdita netta del 20%. Non è casuale che siano i delegati e i lavoratori che avevano espresso i livelli di mobilitazione più alti nelle vertenze locali o nazionali di questi anni, spesso trovando come avversari anche Fim e Uilm, i primi a non essere convinti dalla piattaforma unitaria.

La conferma viene delle grandi aziende. Negli stabilimenti Fincantieri e Fiat non si arriva al 40% di partecipazione al voto, e il no raggiunge il 20%. Alla Piaggio di Pontedera il quorum viene superato a fatica, mentre alla Ferrari di Maranello vincono i no. Il dato più significativo riguarda la Basilicata, la regione in cui si è maggiormente sviluppata la lotta di classe in questa fase, dove i no arrivano al 22,45%, 1.040 voti di cui 700 dalla Fiat Sata di Melfi, dove comunque vince il si con 900 voti: 1.600 votanti in una fabbrica con oltre 5.000 operai che sanno bene quanto possa essere importante una vertenza sindacale, cifre che dovrebbero fare meditare almeno i vertici della Fiom.

I padroni offrono 59 euro

Come sempre accade, una richiesta debole non serve a trovare un accordo in tempi brevi, ma dimostra solo i limiti di chi la sostiene. Così Federmeccanica, oltre all’arroganza delle parole citate in apertura, e a piangere miseria (ma con tanto pudore rispetto ai profitti, aumentati in doppia cifra in tutto il settore), ha risposto a Fim, Fiom e Uilm con una dichiarazione scritta del suo presidente, Calearo, in cui si dichiara che la ripresa di competitività dell’industria italiana non ha bisogno solo di investimenti da parte imprenditoriale, ma anche lavoratori e sindacati devono fare la loro parte con richieste salariali moderate, e attraverso una maggiore flessibilità nelle prestazioni lavorative, a partire dal settore degli impianti. Federmeccanica è disponibile a mantenere fede agli accordi del 23 luglio 1993, 59,58 euro di aumento salariale in due anni, ma invita a guardare ai paesi più avanzati in Europa, ovvero agli accordi sottoscritti in Francia alla Bosch o in Germania alla Siemens e alla Volkswagen che stabiliscono riduzioni salariali a fronte dell’aumento dell’orario di lavoro e della sospensione per alcuni anni dei contratti nazionali.

“Ma sono due tavoli distinti, uno è quello sulla legge Biagi, l’altro invece riguarda il biennio economico. Ci teniamo che siano distinti perché non c’è alcuno scambio, le flessibilità sono a prescindere”, è l’affermazione del direttore di Federmeccanica, Biglieri, riportata sulle pagine del “Sole 24 Ore” del 25 febbraio. Invece è proprio la divisioni delle sedi di trattativa che potrebbe trasformarsi in uno strumento dei padroni per arrivare ad uno scambio vantaggioso anche approfittando di possibili aperture di Fim e Uilm.

Nelle assemblee di fabbrica Fim, Fiom e Uilm hanno affermato che la trattativa avrebbe riguardato il solo merito salariale, come prevedono le regole sul rinnovo del contratto nazionale, ma nei fatti della contrattazione aziendale le aperture sulla flessibilità, soprattutto da parte di Fim e Uilm, se hanno trovato un freno è stato nell’opposizione di delegati e lavoratori.

Regazzi, segretario generale della Uilm, durante l’incontro del 24 febbraio ha dichiarato che la strada prioritaria per il sindacato riguardo agli aumenti salariali legati alla produttività rimane quella territoriale, solo che nelle cinque province dove si voleva avviare il confronto, Federmeccanica non è stata disponibile. Questo contraddice quanto raccontato nelle fabbriche, e sarebbe un bene che i lavoratori sapessero cose ne pensano Fiom e Cgil, che giustamente si sono sempre dichiarate contro i contratti territoriali perché servono a scardinare il contratto nazionale. Comunque rimane il fatto grave della disponibilità della Uilm a rinunciare ora all’aumento di 25 euro uguali per tutti, esaltati in fabbrica per il suo carattere solidaristico.

Che fare in questa vertenza?

Abbiamo criticato aspramente la piattaforma unitaria, e svolto la nostra campagna per il no al referendum al fine di riportare la discussione sulle rivendicazioni tra tutti i lavoratori.

Ora come militanti sindacali abbiamo l’obbligo di essere in prima linea in questa che si preannuncia come una vertenza lunga e difficile al fine di portare a casa il risultato senza sconti o regali per i padroni. Il tentativo di fare luce sui limiti con cui si sta aprendo la trattativa ci può essere utile non solo a prevenire ogni cedimento verso le pretese di Federmeccanica, ma anche a poter concretizzare ogni opportunità che possa portare ad un salto qualitativo per la conquista di obiettivi più avanzati per i lavoratori.

Non passa giorno in cui le pagine dei giornali non ci raccontino di nuove crisi produttive, ristrutturazioni, delocalizzazioni e licenziamenti. I dirigenti e i funzionari della stessa Fiom tendono ad evidenziare questo aspetto del contesto generale, quando in passato riducevano al minimo i richiami ai successi di Melfi e Fincantieri. Abbiamo visto questi personaggi alla prova dei fatti, e quando l’impeto dei lavoratori in lotta non li ha trascinati nella direzione corretta, di solito hanno giocato il ruolo di freno a cui sono stati abituati da oltre dieci anni di concertazione. Alle mobilitazioni non hanno saputo dare continuità, mai si è voluto estenderle respingendo ogni richiesta di coordinamento avanzate dai delegati.

Le casse di resistenza sono sostanzialmente rimaste uno slogan. La loro priorità è stata la difesa di un ruolo che la mancata firma di due contratti nazionali rischiava di mettere in discussione. Per questo sono tornati all’unità sindacale di vertice, e, l’apatia che hanno contribuito a costruire intorno al rinnovo del contratto nazionale su una piattaforma poco convincente, insieme al diffuso timore tra i lavoratori di perdere il posto di lavoro, potrebbero costituire il loro alibi per sottoscrivere un accordo bidone insieme a Fim e Uilm.

Crediamo che il ruolo dei militanti sindacali, a partire dai compagni che si riconoscono e credono in una sinistra sindacale di classe nella Fiom e nella Cgil, debba essere completamente alternativo. Le lotte in difesa dei posti di lavoro devono legarsi e rafforzarsi con le mobilitazioni per il contratto nazionale. Chiediamoci: quale ispirazione possono darci i casi di Melfi o Terni? Solo la lotta paga, ed è ora che i padroni paghino tutto ciò che ci devono.

Innanzitutto facciamo tesoro dei limiti che ci hanno portato alla sconfitta nelle pur giuste battaglie della Fiom contro gli accordi separati del 2001 e del 2003. Lavoriamo alla riuscita dello sciopero generale dei metalmeccanici contro la crisi industriale indetto per il 15 aprile come apertura di una fase di mobilitazioni che trovi la sua continuità anche a livello di fabbrica.

 
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