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Difendere con le lotte ogni posto di lavoro! Stampa E-mail
Scritto da La redazione di Falce Martello   

Fiat, Electrolux, Ast Terni

L’11 marzo migliaia di lavoratori Fiat hanno manifestato a Roma in difesa del proprio posto di lavoro rivendicando un futuro per la più grande industria italiana. La crisi Fiat, una crisi che rischia di essere mortale, è solo l’esempio più macroscopico del declino che colpisce l’industria italiana, ma sono migliaia le aziende a rischio di delocalizzazione, ristrutturazione, chiusura parziale o totale. Dai distretti tessili alle multinazionali come la svedese Electrolux o la tedesca Thyssen-Krupp, grandi famiglie o padroncini dell’ultima generazione, nessuno sfugge alla concorrenza che impone tagli spietati al costo del lavoro o, in alternativa, la chiusura e la delocalizzazione.

La dura lotta dei siderurgici di Terni ci conferma che la mobilitazione limitata al terreno sindacale, sia pure condotta con decisione esemplare e con il sostegno di un’intera città, può tutt’al più giungere a una tregua temporanea che lascia sospesa sulla fabbrica e sui lavoratori la classica spada di Damocle: l’occupazione verrà mantenuta fino al 2009 “se lo permetteranno le condizioni del mercato”, e intanto si smantellano produzioni di qualità come il magnetico.

Mentre centinaia di migliaia di posti di lavoro sono a rischio, rimane aperto l’abisso salariale che da tre anni si mangia stipendi e pensioni. Qualcuno si è accorto della mancia fiscale elargita dal governo con il tanto sbandierato taglio delle tasse? Va in pezzi l’infrastruttura industriale, le reti di comunicazione, i servizi pubblici. Basta una nevicata per fermare il paese, migliaia di ferrovieri e di pendolari sono costretti a mobilitarsi per il diritto elementare a prendere un treno per andare a lavorare e a tornare a casa sani e salvi. Questa è l’Italia del miracolo promesso da Berlusconi!

Un governo che per fare cassa mette in cantiere nuove privatizzazioni (Poste e quel che resta dell’Enel sono ora nel mirino), condoni a tutto spiano e che si appresta con le modifiche alla legge elettorale e soprattutto con la “riforma” costituzionale a blindare il proprio potere disegnando un regime politico imperniato sul potere personale del primo ministro, un classico regime di tipo bonapartistico, il tutto condito da una recrudescenza della campagna propagandistica contro la resistenza e la lotta partigiana.

Se ne capisce la necessità: non può sentirsi certo sicuro un governo che presiede a un vero e proprio declino economico e sociale del paese, che galleggia su un mare di menzogne, non ultime le menzogne di guerra, e che solo grazie alla completa insipienza e all’opportunismo dei capi dell’opposizione di centrosinistra ha potuto battere il record di durata.

Abbiamo ora di fronte le elezioni regionali. Il centrosinistra conferma una volta di più la subordinazione ai dettami della classe dominante. La gran parte dei candidati è lontana anni luce dal riflettere, sia pure solo parzialmente, le esigenze dei lavoratori, dei giovani, le rivendicazioni che si sono espresse nelle piazze in questi anni. Si presentano personaggi come l’industriale Sarfatti, candidato in Lombardia, o un vecchio arnese democristiano con un passato anche nel Polo berlusconiano come Agazio Loiero (Calabria), o l’ex ministro diessino dei trasporti Burlando (Liguria), che oggi come ieri conferma la sua fede di indefesso privatizzatore e che non si fa problemi nell’imbarcare nella sua coalizione un pezzo di Forza Italia capitanato dall’ex assessore al bilancio della giunta di destra, Pittaluga. Non basta a invertire questo quadro la candidatura in controtendenza di Vendola in Puglia.

È chiaro l’intento degli stati maggiori dell’Unione: blindare politicamente l’alleanza sulle tradizionali posizioni e sui soliti volti ipermoderati, contando sul fatto che pur di votare contro la destra il loro elettorato si mobiliterà massicciamente.

Di fronte a questo panorama non certo esaltante è necessario mobilitarsi affinché attraverso un’affermazione elettorale di Rifondazione comunista emerga, per l’unica via percorribile in queste elezioni, un chiaro segnale: bisogna battere Berlusconi, ma bisogna anche battere il tentativo di riproporre le politiche disastrose che in Italia ma anche in Europa hanno visto, sistematicamente, i governi di sinistra o centrosinistra attaccare i diritti e le conquiste sociali e adottare di fatto programmi e politiche dettati dall’avversario di classe.

Il recente congresso di Rifondazione comunista, come potete leggere in queste pagine, ha scelto di confermare la proposta di Bertinotti di gettare nuovamente il Prc in quello che consideriamo un abbraccio mortale con l’Unione di Prodi. Contro questa politica, contro l’illusione pericolosa della collaborazione di classe e della ‘grande riforma”, ci siamo battuti e continueremo a batterci. L’esperienza non tarderà a dimostrare a tanti compagni del Prc che hanno scelto di dare credito alla proposta di Bertinotti, tutta la pericolosità dell’accordo col centrosinistra.

Lavoriamo quindi perché la destra esca battuta nelle urne, perché si senta chiara la richiesta di un’autentica alternativa a Berlusconi, ma soprattutto lavoriamo per costruire nei luoghi di lavoro, nel sindacato, nelle scuole e nelle università, una presenza organizzata, che si faccia sentire nelle mobilitazioni di massa, che lavori instancabilmente per ribadire con la parola e con l’esempio che nessun “governo amico” risolverà mai i nostri problemi, e che l’unica via d’uscita dalla crisi di questa società è lottare in prima persona per un mondo libero dallo sfruttamento.

15 marzo 2005

 
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