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La lotta dei lavoratori dell'industria navale Stampa E-mail
Scritto da Xaquín G. Sinde (Membro del Comitato Esecutivo Comisiones Obreras Izar-Ferrol)   
L’articolo che segue è opera di un noto attivista sindacale che lavora nei cantieri navali di Ferrol (Spagna), impegnati di recente in una dura lotta contro la privatizzazione dei cantieri avanzata dal governo socialista, tanto decantato qui in Italia per il ritiro delle truppe dall’Iraq e la legge sulle coppie di fatto. Xaquin G. Sinde è un militante marxista attivo da oltre 25 anni nel movimento operaio ed è uno dei 15 membri del Coordinamento Nazionale del Sector Critico delle Comisiones Obreras (la sinistra interna al sindacato spagnolo di tradizione comunista).
La Redazione

La magnifica lotta condotta dai lavoratori dell’industria navale lo scorso autunno si è conclusa il 16 dicembre, giorno in cui i dirigenti sindacali hanno firmato un piano che si può riassumere in due punti: privatizzazioni di quattro cantieri e distruzione dell’impiego stabile.

Pertanto, questo piano rappresenta l’ennesimo passo indietro per le condizioni dei lavoratori, sia per quelli del settore della costruzione navale che per tutti i lavoratori più in generale.

Distruzione dell’impiego stabile

La distruzione del lavoro stabile è pari al 40% delle maestranze. E parliamo di “lavoro a tempo indeterminato”, non di lavoro a termine, perché è ovvio che questi posti di lavoro saranno sostituiti da impieghi precari offerti dalle aziende ausiliarie fornitrici di manodopera.

La gravità del processo si riflette nel dato per cui, negli ultimi vent’anni, gli organici dell’industria navale hanno tagliato 40mila posti di lavoro. In soli due decenni, la distruzione dei posti di lavoro ha superato l’80%. Con questo piano, gli organici perderanno 7mila lavoratori; inoltre si stima che altri 30mila posti di lavoro verranno cancellati nelle aziende ausiliarie connesse principalmente con il settore navale.

Aumenta la privatizzazione

Tutte le privatizzazioni sono un passo indietro per il movimento operaio perchè rafforzano l’idea per cui gli imprenditori privati sono più efficenti del settore pubblico per una questione di principio, argomento che a sua volta viene utilizzato perchè si accettino anche le privatizzazioni di servizi pubblici.

Per rendere più attraenti i cantieri da privatizzare, ora si annunciano nuove commessse, nonostante questa ristrutturazione venisse giustificata con l’argomento secondo cui non c’era carico di lavoro nè poteva esserci in futuro. Il piano prevede, fra ordini ed impegni di commesse future, un totale di 35 navi (senza contare le riparazioni e i lavori già in fase di realizzazione). Sorge spontantea la domanda: se si ha un tale carico di lavoro, perchè bisogna tagliare e privatizzare? Come si può ammettere sindacalmente che il carico di lavoro giustifichi la privatizzazione e serva per rendere i cantieri più attraenti? E come si può ammettere sindacalmente una riduzione di organico tanto brutale sapendo che provocherà un aumento del ricorso al sub-appalto, cosa che tenderà a peggiorare ancora di più le condizioni di lavoro?

Possiamo vedere quello che è accaduto nelle recenti privatizzazioni di altri cantieri: non hanno risolto il futuro delle imprese privatizzate, salvo garantire finanziamenti, sovvenzioni e profitti ad alcuni imprenditori, mantenendo negli anni una situazione di “crisi” che esigeva sacrifici dai lavoratori.

Un piano che favorisce i capitalisti

I dirigenti sindacali presentano come una vittoria il fatto che le aziende privatizzate non vengano spezzate, tuttavia questo serve solo a prendere un po’ di tempo perchè non risolve il problema di fondo. È sufficente che nessuno si faccia avanti per comprare i cantieri in blocco e a queste condizioni perché nel giro di qualche mese ci sia un nuovo ricatto: o privatizzazione per cantieri separati o fine per tutti. Il risultato è facile da prevedere: i dirigenti sindacali torneranno a fare mostra del loro senso di “responsabilità”.

Come sempre accade in questi casi, le concessioni dei dirigenti sindacali sono concrete ed immediate; gli impegni assunti dai padroni sono invece astratti e futuri. Anche perché il piano presenta altre mancanze: non definisce un progetto industriale, non prevede investimenti per modernizzare gli insediamenti e diversificare la produzione verso settori con futuro, non limita il subappalto nè riconosce avanzamenti per le condizioni dei lavoratori delle aziende ausiliarie...

Differenze nel Psoe

Come abbiamo segnalato varie volte il nuovo governo socialista è condizionato da destra perchè la sua politica favorisca quelli di sempre: imprenditori, banchieri e capitalisti. Il ministro socialista Solbes ha difeso un piano che non teneva in considerazione l’interesse sociale, è stato il difensore dell’ortodossia capitalista, della riduzione brutale degli organici, della chiusura dei cantieri e della privatizzazione. L’obiettivo strategico di queste misure è facilitare la creazione di una grande multinazionale europea di costruzione navale, sull’esempio di quanto è già avvenuto nel settore dell’aereonautica con Eads.

Bisogna dire chiaramente che non è questa la strada attraverso cui si arriverà alla soluzione dei problemi dei lavoratori e dei giovani, che sono coloro che hanno portato il Psoe al governo. Questa politica è una politica di destra, non di sinistra. Se vogliamo che si applichi una politica autenticamente di sinistra, che favorisca la maggioranza della popolazione, dobbiamo contrastare le pressioni della borghesia sul governo. E l’unica maniera per poterlo fare è con la mobilitazione.

I lavoratori hanno lottato sin dall’inizio

I lavoratori di Izar hanno lottato fin da quando il piano venne annunciato, lo scorso mese di settembre, per sconfiggere questa linea, mostrando la loro disponibilità a lottare e la forza della classe operaia quando si mobilita. Si è dimostrato anche l’enorme appoggio sociale che risvegliava, le simpatie dei lavoratori di altri settori, degli studenti, della popolazione lavoratrice in generale, inclusi alcuni settori di professori e di commercianti, che manifestavano massicciamente nelle città colpite. Questa mobilitazione di massa ha messo in difficoltà i piani iniziali della Sepi, che ha dovuto ritirare la proposta iniziale e impegnarsi a presentarne un’altra in accordo con le rivendicazioni dei lavoratori. Anche questo ha fatto emergere alcune divisioni in seno al Psoe sulla strada da seguire, divisioni che hanno coinvolto anche il governo.

La mobilitazione dei lavoratori aveva creato una condizione molto favorevole perché la lotta potesse terminare con un successo totale. I dirigenti sindacali nazionali, tuttavia, si sono dimostrati ben lontani dall’essere all’altezza della capacità di lotta espressa dai lavoratori.

La mobilitazione non ha avuto la coordinazione necessaria, non si è puntato a colpire uniti, nello stesso momento e in tutte le realtà coinvolte; non si è fatto nulla per estendere la lotta con scioperi di solidarietà di lavoratori degli altri settori; non si è neppure convocata una manifestazione nazionale a Madrid, come pure si era fatto in precedenza per il contratto.

Tutto questo si poteva fare, ma dipendeva dai dirigenti sindacali nazionali, che non sono stati all’altezza dei lavoratori.

I dirigenti di Ugt e Comisiones Obreras si sono mostrati soddisfatti della firma su questo acordo. Felipe López (Cc.Oo.) ha affermato che “questo è l’unico accordo possibile di fronte ad una situazione molto complicata”. Manuel Fernandez “Lito” (Ugt) ha dichiarato: “se mi avessero detto che dopo due mesi avremmo ottenuto questo, avrei avuto molti dubbi. Tutti i centri continueranno ad essere aperti e tutti con carichi di lavoro”.

Questa politica sindacale del “male minore” si basa sulla accettazione delle regole del mercato, degli argomenti sulla necessità di salvare le imprese attraverso l’aumento dei profitti degli imprenditori e, in definitiva, sulla necessità di essere “realisti” altrimenti l’impresa non funziona. I lavoratori devono accettare questo e tutto quello che ottengono è un “regalo”. Questa accettazione del capitalismo come unico sistema possibile finisce con il basarsi sulla totale sfiducia nei confronti dei lavoratori e della loro capacità di lottare per cambiare le cose.

È necessario recuperare le autentiche idee del socialismo

La lotta di Izar pone la questione del ruolo chiave della direzione sindacale. Il comportamento dei dirigenti sta provocando in molte imprese un malessere e una critica fra i lavoratori; crediamo però che questo non porterà alla passività. Al contrario: la attuale deriva sindacale si può correggere solo con la partecipazione e lo sforzo di tutti perché la soluzione ai problemi della nostra classe è sempre un obiettivo collettivo, anche quando il problema sono i dirigenti che abbiamo. Perché quello che si è imposto con evidenza nelle ultime importanti lotte è la necessità di costruire una nuova direzione per il movimento operaio e i nostri sindacati, un direzione disponibile alla lotta, con un programma anticapitalista e con metodi democratici e assembleari, una direzione che, in definitiva, sia guidata dalle idee del marxismo.

 
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