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Economia mondiale Stampa E-mail
Scritto da Michele Fabbri   

2005: Un anno pieno di incognite

 

“Le borse hanno aperto l’anno con guadagni vicini all’1% in tutte le piazze europee, mentre negli Usa ci sono state piccole perdite”. Questo era uno dei titoli più importanti dei telegiornali del 3 gennaio, subito dopo le notizie sulla catastrofe del sudest asiatico. Lo spazio dedicato alle notizie “economiche” è cresciuto molto su tutti i media negli ultimi 15 anni e su questa base si potrebbe pensare che oggi siamo molto più informati sull’andamento dell’economia e dunque sulle fondamenta del nostro presente e futuro. Invece la realtà è piuttosto diversa.

Solo negli ultimi dieci anni abbiamo visto importanti avvenimenti economici che hanno preso alla sprovvista i cosiddetti “esperti” economici. Ne elenchiamo alcuni:

20 dicembre 1994: crolla il peso messicano salvato in extremis solo da un massiccio piano di aiuti degli Usa. Le conseguenze sono negative per l’insieme delle economie latinoamericane con una importante fuga di capitali da tutta la regione. Ancora poche settimane prima si parlava del boom economico messicano come di un esempio da seguire.

Due anni dopo tocca alle cosiddette “tigri asiatiche”, in particolare Thailandia, Corea del Sud e Indonesia, costrette a svalutare le proprie monete, a svendere importanti parti delle propie economie e ad applicare tagli feroci alle spese sociali.

Nel dicembre 2001 a crollare è la finanza argentina, incapace di mantenere una crescita economica con una moneta ancorata al dollaro che per anni era fortemente cresciuto nei confronti delle altre monete. Il risultato è il blocco dei pagamenti su un debito complessivo che ammonta a 100 miliardi di dollari. Le centinaia di migliaia di risparmiatori italiani ai quali era stato consigliato di investire in “bond” argentini si ricorderanno bene ancora oggi delle parole di encomio tra gli “esperti” verso quel paese, alunno modello del Fmi, che agganciando la moneta al dollaro Usa aveva sconfitto “per sempre” l’inflazione e presentava rosee prospettive di crescita…

Nello stesso periodo il Fmi produceva un documento nel quale assicurava che la “new economy” con il boom delle nuove tecnologie e la conseguente crescita esponenziale della produttività aveva chiuso l’epoca in cui operava la classica spirale di boom e recessioni che da sempre caratterizza il capitalismo. Prevedevano un boom ininterrotto fino al 2020!

Pochi mesi dopo crollavano le borse mondiali e iniziava una recessione negli Usa…

Dove siamo oggi

La crescita economica che abbiamo visto da allora è stata possibile in base ad una crescita molto importante del denaro in circolazione. La quantità di moneta nei sette maggiori paesi industriali si aggirava negli anni’90 ancora tra il 65 e il 70 per cento del prodotto interno lordo; negli ultimi cinque anni è cresciuta fino a portarsi quasi all’80 per cento. L’incremento della massa monetaria nell’ultimo quinquennio è risultato superiore a quello registrato nei venti anni precedenti.

Nelle tre maggiori aree sono aumentate soprattutto la base monetaria e le componenti più liquide della moneta bancaria. Contemporaneamente i tassi di interesse a breve termine negli Stati Uniti, nell’area dell’euro e in Giappone sono scesi sui valori minimi dalla fine della seconda guerra mondiale; al netto dell’inflazione si situano intorno allo zero.

Le famiglie hanno preso a prestito questo danaro, nella maggior parte dei casi per acquistare case con mutui a tasso variabile che oggi sono molto convenienti. Non solo i benestanti, ma anche le famiglie operaie hanno fatto in molti casi dei mutui a 20/30 anni pur di non sottostare a affitti che sono arrivati alle stelle.

Non c’è da stupirsi se come conseguenza è aumentato a dismisura l’indebitamento delle famiglie che in molti paesi come gli Usa o la Gran Bretagna ha superato il 100% delle entrate annue. Gli interessi su questo ingente debito sono sopportabili con gli attuali tassi attorno al 3-6% ma un’aumento all’8-10% avrebbe conseguenze micidiali. Non sappiamo quando accadrà, ma è sicuro che i tassi d’interesse possono solo aumentare d’ora in poi a livello mondiale.

Un altro fattore di rischio è che il prezzo delle case – sui quali si reggono i mutui – e la sensazione di ricchezza di tante famiglie, possa cadere rovinosamente in futuro. Sia in Europa, che negli Usa, ma perfino in Cina i prezzi delle case si sono moltiplicati più volte negli ultimi 15 anni, come conseguenza di una corsa speculativa che vedeva ingenti quantità di denaro, che non si voleva investire nella produzione, finire nel mattone. Non bisogna essere un grande economista per capire che un’economia come quella europea che è cresciuta nell’ultimo decennio attorno al 2% annuo non può sopportare una crescita, nello stesso periodo, del prezzo delle case attorno al 12-14%!

Anche in questo caso non sappiamo quando accadrà, ma è sicuro che i prezzi delle case non continueranno ad aumentare allo stesso ritmo e che potrebbe succedere qualcosa di simile a quanto si è visto in Giappone dove ancora oggi i prezzi non sono tornati ai livelli della fine degli anni’80.

Il denaro facile di questi anni non ha portato ad un boom degli investimenti produttivi, unica base di una crescita sana, sempre che ci sia la domanda per i prodotti realizzati. È stato usato per aumentare le retribuzioni dei grandi manager, per aumentare i dividendi degli azionisti e per finanziare le operazioni di acquisizione e/o fusione tra le aziende.

Negli Usa, ma anche in Europa la produttività è cresciuta negli anni’90 in base a massicci investimenti. Di fatto gli investimenti sono stati superiori a quelli necessari e ciò ha comportato una classica crisi di sovrapproduzione alla fine del decennio. Ma negli ultimi anni il livello dei profitti dei capitalisti è stato mantenuto ed aumentato licenziando e peggiorando le condizioni di lavoro (ritmi, contratti, flessibilità e precarietà) e spostando intere branche dell’economia nei paesi di nuova industrializzazione che permettono il può alto sfruttamento della mano d’opera.

Dove andiamo?

Tutte le previsioni “autorevoli” dicono che nel 2005 e 2006 vedremo negli Usa una crescita minore del 2004 (attorno al 3%) ma più “sana” mentre pronosticano per l’Europa una crescita minore della metà con punte dolenti in Germania e in Italia, che non dovrebbero arrivare all’1,5%.

Ovviamente ripetono ancora la tipica litania sulla necessità di riforme (peggioramenti) nella spesa pensionistica e sanitaria. Vogliono farci lavorare di più con pensioni che saranno minori e che arriveranno più tardi, mentre insistono perché il diritto alla salute sia pagato privatamente (da chi ha i mezzi) mentre per la massa resterebbe un’assistenza minima di base.

Questo scenario poco allettante potrebbe essere peggiorato nel caso che aumenti ancora l’instabilità tra le valute. Il dollaro, moneta di riserva e di commercio mondiale è in caduta libera da quasi due anni. Al dollaro sono legate le monete del Giappone (terzo esportatore mondiale) e della Cina (che occupa il quarto posto).

Quando il dollaro sostituì l’oro come mezzo di scambio mondiale, gli Usa producevano da soli il 50% del Pil mondiale e avevano il 75% delle riserve in oro. Oggi producono il 22% del Pil e sono in termini assoluti i maggiori debitori del mondo. Da anni la prosperità degli Usa è costruita sui prestiti esteri; essendo la maggior economia del pianeta e la principale forza militare esercita una potente attrazione per gli investimenti da tutto il mondo. Fino alla fine degli anni’90 il bilancio federale era in attivo e infatti i buoni del tesoro Usa erano ricercati in tutto il mondo come un investimento sicuro. In particolare le banche centrali della Cina e del Giappone erano grandi acquirenti riportando in questo modo nell’economia Usa i soldi che incassavano vendendo loro ogni tipo di merce. Così sono cresciuti parallelamente il deficit commerciale e il debito estero, ma fino a quando può funzionare?

Mentre dal 2001 le banche centrali giapponese e cinese hanno assorbito l’intera offerta di buoni del tesoro americani, nel mese di ottobre del 2004 hanno ridotto la loro richiesta di titoli americani (sia pubblici che privati) dai 67,5 miliardi di dollari di settembre ai 48 miliardi di dicembre. A metterli in guardia sono le cifre assai preoccupanti del deficit pubblico americano, che tocca il 5% del Pil. Si comincia a parlare della possibilità che il debito pubblico statunitense possa essere declassato dalle società di rating. Il pantano irakeno e la rielezione di Bush, che vuole continuare con la sua politica di premiare i ricchi a spese del bilancio pubblico, non possono che aumentare la grave debolezza del dollaro, che nessuno reputa passeggera, almeno fino a quando le cifre del deficit della finanza pubblica e della bilancia commerciale resteranno ai livelli attuali. Ciò determina ovviamente la forza dell’euro, la sola altra moneta che mostra di volersi comportare da moneta di riserva, il cui valore è determinato sul mercato senza interventi da parte della banca centrale.

Se gli Usa hanno dei problemi per essere il punto di forza della crescita economica mondiale non sarà certo l’Europa con un euro sopravvalutato a poter giocare il ruolo di traino. La Germania – il paese più importante – è in grave crisi e la borghesia tedesca è costretta a mettere a rischio la pace sociale con un programma di tagli sociali senza precedenti. Il presente tedesco è pieno di licenziamenti e di domanda asfittica. Il rafforzamento dell’euro avrà le più dure conseguenze nel 2005, quando sarà evidente che non è un fenomeno passeggero. La borghesia europea prova ancora, ma dopo decenni non riesce pienamente, a scaricare il costo della crisi sui lavoratori e le famiglie.

Può La Cina sostituire gli Usa?

Oltre agli Usa la Cina è stata il principale sostegno alla domanda mondiale tra il 2000 e il 2003 (il 35% dell’aumento totale). Nello stesso periodo il 60% degli investimenti mondiali si sono realizzati in Cina. Negli ultimi 10 anni la sua economia è cresciuta del 8% in media, diventando la prima manifatturiera mondiale. Un paradiso per le aziende capitaliste di tutto il mondo che si sono precipitate a produrre in loco o ad acquistare merci cinesi prodotte senza vincoli ambientali, con bassi salari (80-120 dollari al mese), con sindacati legati all’apparato dello stato, che non difendono i lavoratori. Per molti versi una situazione simile all’epoca della rivoluzione industriale all’inizio del XIX secolo in Gran Bretagna.

Questa espansione capitalista voluta da un regime burocratico stalinista, ha creato enormi distorsioni nell’ economia. Poco più di un quinto delle entrate pubbliche giungono nelle casse dello stato, il resto rimane alle province. Le aziende private e individuali sfuggono sistematicamente all’imposizione fiscale che nell’insieme non supera il 15%, mentre Pechino continua ad assegnare alle province la realizzazione di politiche fiscali più vantaggiose che consentano di attrarre gli investimenti stranieri.

I prestiti bancari “non esigibili” arrivavano a metà del 2003 a 1700 miliardi di yuan (205 miliardi di dollari). La maggior parte di questo danaro è stato concesso ai “nuovi commercianti” con buoni rapporti con la burocrazia statale (parenti, amici o membri della burocrazia stessa). Milioni di lavoratori sono stati licenziati. Ufficialmente ricevono il 50% del salario durante tre anni, ma in pratica molti direttori semplicemente non pagano o lo fanno con ritardo di anni. Non è un caso che il 75% dei poveri urbani lavorino per le aziende statali.

A parità di potere di acquisto, l’economia cinese equivale oggi al 60 per cento dell’ economia Usa, sarebbe dunque la seconda economia del mondo, ma circa il 55% della popolazione vive in campagna. La marcia verso il capitalismo della più grande nazione del pianeta è ancora lontana dall’aver raggiunto un punto di equilibrio. Negli ultimi 10 anni ha giocato un ruolo importante di stabilizzazione del sistema, ma se guardiamo le cose in prospettiva ci rendiamo conto che questo prepara grandi lotte sociali visto che per costruire la maggior economia manifatturiera del pianeta è necessario formare la più grande classe operaia del mondo!

Cresce la rivolta sociale

Ci aspettano contraddizioni esplosive a livello economico e finanziario; una rottura dell’equilibrio internazionale a tutti i livelli, con una serie inarrestabile di conflitti commerciali, diplomatici e militari; infine, la rottura dell’equilibrio fra le classi, con la fine della pace sociale, la crisi del riformismo e della collaborazione di classe e la riapertura di prospettive rivoluzionarie in numerose aree del mondo come già vediamo oggi in America Latina.

L’egemonia dell’imperialismo Usa sul mondo non è indiscutibile. L’impantanamento in Medio oriente, le difficoltà economiche crescenti, l’evidente difficoltà a mantenere il controllo perfino nel “cortile di casa”, l’America latina, sono tutte manifestazioni di queste difficoltà. La politica estera aggressiva e arrogante di George W. Bush va letta non come una manifestazione di forza, ma precisamente come un tentativo di riaffermare un primato sempre più traballante, sia verso potenziali rivali, sia, soprattutto, di fronte al manifestarsi sempre più evidente di un’insorgenza diffusa dei popoli del mondo ex-coloniale, non più disposti a vivere sotto le “democrazie” dollarizzate a sovranità strettamente limitata.

L’inevitabile fallimento della politica americana in Iraq avrà profonde conseguenze rivoluzionarie, poiché farà venire meno lo spauracchio del “poliziotto mondiale”, ossia uno dei principali fattori che negli ultimi decenni, e in particolare dopo il 1991, aveva impedito lo sviluppo di processi rivoluzionari su vasta scala, particolarmente nei paesi dipendenti.

Questa situazione di giganteschi squilibri e di concorrenza accanita sui mercati erode i margini per ogni organica politica di riforme. Questo è particolarmente evidente in Europa.

Sono questi processi di fondo che spiegano le difficoltà politiche dei partiti e dei sindacati riformisti. Le politiche della destra socialdemocratica (Schroeder, Blair, D’Alema, ecc.) che hanno fatto proprie tutte le compatibilità imposte dalla classe dominante non hanno quindi futuro; ma altrettanto impraticabili si dimostreranno anche quelle posizioni di sinistra che cominciano ad affacciarsi all’interno del campo riformista. Il sogno di un ritorno a politiche keynesiane, alla “programmazione” e in sostanza a una riedizione dell’epoca d’oro del riformismo degli anni ’60 è ancora più insensato. Le politiche keynesiane basate sul deficit pubblico furono possibili solo grazie al gigantesco boom degli anni del “miracolo economico”, che nei paesi europei creava quegli spazi di manovra sufficienti all’edificazione del welfare state. A questo si aggiungevano fattori politici quali l’ondata di lotte operaie degli anni ’60 e ’70, nonché la necessità di affrontare la sfida con il blocco sovietico, che spingevano la classe dominante sulla via del compromesso sociale e a fare significative concessioni.

Oggi il contesto economico è radicalmente differente. Il ritmo di crescita economica nei 25 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale fu di tre volte superiore a quello degli ultimi 25 anni. Pertanto le proposte di forze quali la sinistra Ds, la Fiom, l’Ig Metall e le nuove correnti di sinistra che si affacciano in Germania e in altri paesi, sono da considerarsi del tutto impraticabili.

L’illusione che l’unificazione europea possa creare quegli spazi economici sufficienti a una politica di riforme si infrange contro la dura realtà dei fatti: il processo di integrazione europea, nella misura in cui procede, è fatto esclusivamente di politiche antioperaie e reazionarie sia sul piano interno (patto di stabilità, liberalizzazioni, privatizzazioni, attacco alle pensioni, ecc.), sia sul piano internazionale (esercito europeo, leggi anti-immigrazione, ecc.).

La costruzione del Partito della sinistra europea si è fondata precisamente sull’ipotesi che il processo di unificazione dell’Europa capitalista di per sé possa creare margini per una politica di riforme. È questo il contenuto della parola d’ordine dell’”Europa sociale” ormai adottata anche da settori della cosiddetta sinistra d’alternativa e radicale (ad esempio la Lcr francese). Tale posizione è completamente utopica, in quanto non tiene conto del contenuto di classe dell’europeismo. L’unica Europa possibile su basi capitaliste è un’Europa imperialista all’esterno e antioperaia all’interno. Rivendicare di essere i veri europeisti significa contribuire ad abbellire le politiche antisociali e reazionarie dettate da Bruxelles.

Ci aspetta dunque un 2005 pieno di incognite e difficoltà per i lavoratori. Un altro anno per apprendere cos’è il capitalismo reale, non quello dei manuali di economia. Malgrado la repressione, la confusione creata da dirigenti che considerano le compatibilità capitaliste intoccabili, la classe lavoratrice continuerà ad imparare dalla sua esperienza e proverà, come a Melfi l’anno scorso, a lottare fino in fondo per i propri diritti. Ed è per questo che malgrado tutto, siamo ottimisti e pieni di fiducia nel futuro.

 
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