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La sinistra italiana e le illusioni nel governo Zapatero Stampa E-mail
Scritto da Andrea Davolo   

Negli ambienti della sinistra italiana e nei suoi quotidiani (L’Unità, il Manifesto, Liberazione) non è difficile trovare parole di entusiasmo per Zapatero ed il suo governo. Soprattutto nell’area della “sinistra radicale” si va propagandando da diverso tempo la necessità che la Grande alleanza democratica, la nuova coalizione di centro-sinistra, si attrezzi di un assetto programmatico simile a quello del presidente socialista spagnolo. Tuttavia, se escludiamo la storica decisione di ritirare le truppe spagnole dall’Iraq e le misure laiche e progressiste prese in materia di diritto di famiglia, poco si è parlato dell’azione di governo di Zapatero e ancora meno si è cercato di capire quali fossero gli interessi di classe difesi dal nuovo premier spagnolo.

Il protagonismo dei lavoratori preme sul governo di sinistra

Gli ultimi mesi del precedente governo di destra di Aznar erano stati attraversati da grandi mobilitazioni del movimento operaio e studentesco. L’opposizione di massa alla guerra in Iraq, lo sciopero generale, le manifestazioni contro le leggi di controriforma della scuola hanno mobilitato milioni di lavoratori e di giovani che hanno messo in fuga il governo di destra sconfiggendolo prima nelle piazze e poi nelle urne. Come è apparso evidente nelle manifestazioni di massa seguite all’attentato del 11 marzo e al vile e bugiardo comportamento di Aznar, milioni di persone esigevano una svolta nel paese. Il Partito Socialista è quindi giunto al potere sulla base della pressione proveniente dal movimento operaio e sull’onda delle mobilitazioni di piazza. Una comprensione corretta di ciò che il governo Zapatero ha operato nei suoi primi mesi di insediamento non può non tenere in considerazione questo fatto. Fra la gente è molto diffusa la sensazione, legittima e corretta, che il governo Zapatero sia il prodotto della partecipazione diretta e cosciente delle masse alla vita del paese. Per questo motivo la mobilitazione e il protagonismo dei giovani e dei lavoratori non si sono fermati con la formazione del nuovo governo di sinistra, ma hanno continuato a caratterizzare l’ambiente e il clima sociale. I giovani e i lavoratori spagnoli sembrano voler dire a Zapatero: “Sei là grazie a noi e per questo esigiamo una politica che promuova i nostri interessi”. A differenza di altre vicende europee, come ad esempio il governo Prodi in Italia, l’arrivo dei partiti di sinistra al governo non ha significato il riflusso delle mobilitazioni e questo è in grado di spiegare le prime importanti misure prese da Zapatero come il ritiro anticipato delle truppe dall’Iraq, il ritiro delle leggi di smantellamento dell’istruzione pubblica proposte da Aznar e la richiesta avanzata in Europa del riconoscimento del basco, del catalano e del galiziano come lingue ufficiali dello Stato spagnolo.

Le pressioni del capitalismo

Tuttavia, il governo Zapatero non deve rispondere solo alle pressioni provenienti dai lavoratori. Esso è, comunque, a tutti gli effetti un governo di minoranza che su tutta una serie di questioni deve chiedere l’appoggio di altre forze per far passare le proprie proposte. Più volte questo sostegno è venuto dalla borghesia basca e catalana attraverso i loro partiti. E queste insieme alla borghesia spagnola esercitano le loro pressioni sull’esecutivo.

La politica economica del governo Zapatero non è infatti molto diversa dalla politica liberista portata avanti negli ultimi anni da qualsiasi governo europeo. La nomina di Solbes come superministro dell’economia è servita proprio a lanciare questo messaggio rassicurante alla classe capitalista spagnola e all’imperialismo internazionale. Solbes fu già ministro dell’economia dell’ultimo governo socialista, quello di Felipe Gonzalez, che con le sue politiche anti-operaie spianò la strada al primo governo di destra nella storia della Spagna. La riforma del lavoro, con l’introduzione del precariato, i pesanti tagli alla spesa sociale nella sanità e nell’istruzione e il tentativo di mettere mano al sistema di pensioni pubbliche furono le misure più importanti allora prese da Solbes. Non appena insediato il nuovo governo, quest’ultimo non ha mancato di chiarire il suo programma per il futuro giudicando ottimo il lavoro compiuto dal governo precedente in materia di politica economica e dichiarando quindi la sua intenzione di continuare a lavorare sul solco tracciato dai provvedimenti presi dal governo Aznar, caratterizzati da finanziarie di tagli e privatizzazioni. Tuttavia, la natura controversa del governo Zapatero non si esprime solo nell’ambito dell’economia. Mentre Zapatero ritira i soldati dall’Iraq, fornisce all’imperialismo garanzie di affidabilità inviando 1.000 militari in Afghanistan per permettere lo svolgimento delle elezioni-farsa tese a dare una vernice democratica alla dittatura di Karzai. Inoltre, assicura altri 200 soldati alla “forza di stabilizzazione e di ricostruzione” che ad Haiti deve permettere l’insediamento del nuovo governo fantoccio voluto da Usa e Francia e composto dai rappresentanti dell’opposizione borghese all’ex-presidente Aristide, quell’ 1% di popolazione che da sola controlla, a favore delle multinazionali, il 45% della ricchezza del paese. Infine, in materia di diritti democratici delle minoranze nazionali, Zapatero non sembra voler rompere con la risposta repressiva data da Aznar alla questione basca. A pochi giorni dal suo insediamento il nuovo governo ha reso illegale Herritarren Zerrenda, uno dei principali partiti della sinistra basca, cancellando di fatto il diritto di associazione politica per migliaia di cittadini baschi. La legge sui Partiti che permette al governo di mettere al bando qualsivoglia organizzazione politica, provvedimento voluto da Aznar e che rappresenta un abuso inconcepibile anche in uno Stato democratico borghese, continua infatti ad essere in vigore e come abbiamo visto continua ad essere utilizzata anche da Zapatero.

La lotta dei lavoratori dei cantieri navali

Ma il primo serio confronto con il movimento operaio che Zapatero deve affrontare riguarda la lotta dei lavoratori dei cantieri navali pubblici. Il piano di ristrutturazione presentato dal governo prevede la distruzione di circa la metà dei posti di lavoro (11.000 in tutto) nella SEPI, azienda statale, operazione che significherà anche la scomparsa di almeno altri 10.000 posti di lavoro nelle aziende ausiliarie dell’indotto. Il piano presentato dal governo ha poco a che vedere con la necessità di modernizzare l’industria o di sviluppare l’economia e rappresenta semplicemente la solita ricetta liberista ai guasti della crisi dell’economia capitalista: licenziare, privatizzare, peggiorare le condizioni di lavoro. Il settore della cantieristica navale pubblica fu già oggetto di pesanti ristrutturazioni negli anni ’80 quando impiegava ben 40.000 lavoratori. Anche allora il governo socialista prometteva la riconversione del settore ed un piano di re-industrializzazione. Ciò a cui poi si è in realtà assistito è stato l’inesorabile declino della cantieristica statale e l’aumento di lavoro precario e disoccupazione in contesti urbani che, come ad esempio la città di Bilbao, si poggiavano interamente sull’industria navale. Se Zapatero non dovesse correggere la linea finora seguita, optando per uno scontro aperto con i lavoratori, il conflitto sociale sarà molto aspro anche perché il governo non avrà a disposizione gli stessi margini di manovra, economici e politici, di cui potevano godere i governi socialisti degli anni ’80 e ’90.

La crisi della socialdemocrazia

Se diversi settori industriali, come quello della cantieristica navale, sono oggetto di ristrutturazione ciò è dovuto ad una crisi mondiale dell’economia che vede i capitalisti cercare di conservare, nell’immediato, margini di profitto accettabili attraverso la diminuzione del costo del lavoro. Tuttavia, non sono esenti dagli effetti di questa crisi quegli stessi capitalisti che, come in Germania, negli ultimi anni hanno investito in sviluppo tecnologico ed infrastrutture. In questo contesto si colloca la crisi della socialdemocrazia europea che, se in Germania ed in Gran Bretagna si rivela in tutta la sua tragicità, in Spagna non tarderà a manifestarsi se Zapatero, sottoposto contemporaneamente alle pressioni della borghesia e dei lavoratori, si arrenderà alle prime e deciderà di intraprendere la via già percorsa da Schröder e da Blair. Come l’esperienza storica ha dimostrato, anche i governi socialdemocratici più sensibili alle pressioni del movimento operaio e che hanno cercato di introdurre una qualche riforma a favore dei lavoratori, come ad esempio il governo Jospin in Francia a metà degli anni ’90, si sono dovuti scontrare con i limiti strutturali imposti da un sistema economico che, diversamente dal dopoguerra, si trova in una fase declinante. Per questo motivo governi come quello Jospin o anche come quello di Lula in Brasile si sono dovuti arrestare a metà strada tradendo le aspettative del movimento operaio. Diversamente, chi ha voluto introdurre riforme radicali sul terreno socio-economico e si è trovato a doverle difendere, come ad esempio il governo venezuelano di Hugo Chavez, deve fare i conti con un classe capitalista sul piede di guerra e con la necessità quantomeno di discutere parole d’ordine come la nazionalizzazione dei grandi monopoli e delle banche per tutelare i piccoli, ma significativi, passi in avanti compiuti.

Compito dei comunisti non può quindi essere quello di applaudire ed affidarsi al socialdemocratico “radicale” di turno, sia esso Jospin o Zapatero, ma quello di lavorare quotidianamente, nei posti di lavoro e nel movimento operaio, ad una prospettiva più ampia che rivendichi l’indipendenza delle organizzazioni dei lavoratori dai rappresentanti politici della borghesia e getti le basi per un governo dei partiti dei lavoratori. Un governo che attraverso l’applicazione di un programma di transizione che contenga misure come l’ introduzione della scala mobile e del salario minimo intercategoriale, la riduzione dell’orario di lavoro e la nazionalizzazione delle aziende in crisi, prepari la strada verso l’abbattimento del capitalismo. Qualsiasi altra soluzione, compresa quella dei “compromessi alti” con Prodi e il suo futuro governo a vocazione confindustriale, rappresenterebbe invece nient’altro che l’ennesimo tradimento delle aspettative che i giovani e i lavoratori di questo paese hanno accumulato negli ultimi anni.

11 novembre 2004

 
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