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Sciopero generale per cacciare il governo L’autunno comincia con una grandinata di pessime notizie. L’economia europea batte colpi a vuoto e la crisi industriale dilaga nel cuore del continente, ossia in Germania. 12mila posti di lavoro a rischio negli stabilimenti europei della General Motors (Saab, Opel, Vauxhall, eccL’autunno comincia con una grandinata di pessime notizie. L’economia europea batte colpi a vuoto e la crisi industriale dilaga nel cuore del continente, ossia in Germania. 12mila posti di lavoro a rischio negli stabilimenti europei della General Motors (Saab, Opel, Vauxhall, ecc.) con riflessi sulla già grave crisi Fiat. Volkswagen ricatta apertamente i propri dipendenti: o nei prossimi anni accetteranno un taglio salariale del 30 per cento, o decine di migliaia di posti di lavoro verranno cancellati.
Le difficoltà dell’Europa, e in particolare dell’Italia, sono parte di un quadro più vasto nel quale si stagliano ombre minacciose. La crescita economica che c’è su scala mondiale, infatti, sta paradossalmente aumentando tutte le contraddizioni. La crescita della Cina e delle economie asiatiche mette in forte difficoltà le produzioni dei paesi occidentali; basta vedere quanto accade nel tessile, nelle calzature, negli elettrodomestici, nella moda, tanto per parlare solo dell’Italia. Negli Stati Uniti una crescita altalenante si mantiene solo al prezzo di accumulare contraddizioni gigantesche, a partire dal deficit fiscale dello Stato, che quest’anno raggiunge la cifra record di 413 miliardi di dollari. “Chiunque vinca il 2 novembre [cioè alle elezioni presidenziali Usa - Ndr] - commenta il Corriere della Sera - si troverà davanti i problemi squadernati da Alan Greenspan, il capo della Federal Reserve, che ormai parla anche in sedi semipubbliche di un’altra bolla che sta per scoppiare: quella del dollaro sopravvalutato” (15 ottobre). In altre parole, più prima che poi dovranno arrivare al pettine i nodi di un’economia, quella Usa, che da troppo tempo vive al di sopra dei propri mezzi coprendo le proprie contraddizioni con una valanga di prestiti. In Italia la Cgil parla di 2.700 aziende a rischio di ristrutturazione, licenziamenti, chiusure. La Fiat vuole mettere l’ultimo chiodo sulla bara dell’Alfa Romeo di Arese, toglie produzioni a Mirafiori e si avvia a una nuova grave crisi. Un altro studio della Cgil sui salari dei lavoratori italiani si può riassumere così: in dieci anni, in media la perdita salariale annua equivale circa a una mensilità. Intanto si lavora più ore, la precarietà dilagante mina le condizioni di lavoro, dal salario alla sicurezza, fino alla punta estrema di 1.394 omicidi bianchi nelle aziende nel solo 2003. Il governo si appresta a varare una finanziaria di lacrime e sangue. Secondo il Sole 24ore (11 ottobre) il deficit tendenziale dello Stato per il 2004 viaggia verso il 4,4 per cento del Pil, ben al di sopra del 3 per cento previsto dal patto di Maastricht. Il debito pubblico “sta rimbalzando pericolosamente ben sopra il 106% del Pil, raggiunto l’anno prima solo grazie a operazioni di finanza straordinaria”. Da qui la necessità, dopo la manovra correttiva di quest’estate, di una finanziaria di almeno 24 miliardi di euro. Poiché i condoni si sono dimostrati fallimentari e la svendita del patrimonio pubblico è già stata largamente portata avanti, la manovra necessariamente andrà a tagliare nella carne viva. Ancora non si conoscono i dettagli, ma già sappiamo che il famigerato “tetto” del 2 per cento alla spesa pubblica significherà una legnata per una lunghissima serie di spese sociali, dalla scuola alla lotta alle calamità naturali, dai Vigili del Fuoco ai parchi nazionali. Si mette anche un macigno sul rinnovo contrattuale di oltre 3,3 milioni di dipendenti pubblici, senza contratto da 10 mesi. Si parla inoltre di scaricare sulle imposte locali i tagli del governo nazionale, con l’inevitabile conseguenza di un aumento dell’Ici, anche sulle prime case. Il tutto in attesa che il petrolio a 54 dollari al barile, dopo aver fatto andare alle stelle il prezzo della benzina si faccia sentire anche nelle bollette energetiche e nel riscaldamento. La somma finale di tutto questo è presto tratta: ci vogliono passare il conto di una crisi economica, un conto pesante come non si era mai visto da decenni a questa parte. Quanto avviene in Germania ci deve far riflettere: nel paese più ricco e industrializzato d’Europa, in quello che era il regno della pace sociale e della concertazione, governo e padroni dicono apertamente che la classe operaia deve accettare un taglio netto di un terzo del proprio tenore di vita; cosa può accadere in Italia, con un’economia già fortemente deteriorata e con una struttura produttiva molto più debole e vulnerabile? Questi sono i fatti, la realtà nuda e cruda che deve determinare il nostro orientamento e le nostre scelte. Eppure ci è capitato di sentire, nelle ultime settimane, un fastidioso piagnisteo “di sinistra” che si riassume così: noi vorremmo fare grandi cose, ma i lavoratori non reagiscono come dovrebbero, il movimento non si esprime più come in passato. È stato questo, ad esempio, il tono generale del dibattito nella Direzione nazionale di Rifondazione comunista lo scorso settembre. Divise su quasi tutto, le diverse componenti del Prc concordavano tutte (con la nostra sola eccezione) nel dipingere a tinte fosche un quadro di riflusso se non addirittura di smobilitazione. - Ah! - si sospirava, - guardate un po’ questo governo: era lì per cadere in estate, e ora sono di nuovo in sella. - Oh! - gemeva un altro, - e la legge 30? Passata senza un’ora di sciopero! - Ohimé - interloquiva un terzo, con voce tremula - il movimento per la pace è ridotto all’ombra di se stesso. - E la crisi, la crisi, - pontificava l’onnipresente segretario - quando la crisi arriva nelle aziende i lavoratori non ce la fanno a reagire: guardate l’Alitalia, un accordo pessimo e questi lavoratori invece di rivoltarsi lo accettano a testa bassa… - Per non parlare degli Usa - aggiunge un’altra a voce sommessa, - pare che Bush potrebbe vincere nuovamente le elezioni! Noi crediamo che in questa visione ci sia molta superficialità e molto poco senso di responsabilità. È ridicolo pensare che il movimento operaio possa essere sempre in piazza, sempre in campo, sempre in sciopero. Ed è anche ipocrita pensare che il comportamento dei gruppi dirigenti della sinistra non influenzi la capacità di lotta dei lavoratori e delle masse. Se il governo annaspa e si corre in suo soccorso accettando il terreno dell’unità nazionale (vedi la vicenda delle “due Simone”) a che pro lamentarsi poi se Berlusconi (e con lui Fassino…) può tirare una boccata d’aria? Ma chi parla di stabilizzazione o di riflusso dei movimenti si sbaglia di grosso: la situazione rimane altamente instabile, per non dire esplosiva e la ritrovata forza del governo Berlusconi è in larga misura un’illusione ottica. Non a caso tutti i tentativi di Cgil e Confindustria di scrivere un nuovo Patto sociale sono finora andati a monte. Non certo perché manchi la volontà da entrambe le parti (e sicuramente vedremo nuovi tentativi in questa direzione), ma perché il piatto piange e nessuno può fare serie concessioni. Non i padroni, pressati dalla situazione economica che prima descrivevamo; non la Cgil, che con tutta la sua buona volontà “concertativa” non può ignorare completamente la pressione crescente che sale dai luoghi di lavoro, la rabbia e la frustrazione di milioni di lavoratori che chiedono sempre più insistentemente che il sindacato faccia qualcosa per frenare un declino drammatico delle loro condizioni di vita e di lavoro. Non a caso la lista delle mobilitazioni in preparazione è già lunga: 22 ottobre gli autoferrotranvieri, 5 novembre gruppo Fiat; il pubblico impiego sta cominciando una serie di scioperi locali che porteranno allo sciopero nazionale della categoria; il 15 novembre si prepara lo sciopero generale della scuola, sul quale potrebbe convergere la mobilitazione dei ricercatori che in numerose università sta crescendo. La Fiom ha rivolto un appello alla Cgil affinché si prepari allo sciopero generale di tutte le categorie contro la legge finanziaria. Le piazze dunque torneranno ben presto a riempirsi, e il nostro compito di militanti comunisti non è quello di piangere sulla “mancanza di movimento” ma di attrezzarci per portare in queste mobilitazioni una parola chiara: la proposta di un programma di difesa intransigente degli interessi dei lavoratori, la prospettiva di unire le lotte e di dare nelle piazze una spallata definitiva a questo governo. Basterebbe una sola parola chiara da parte della Cgil e la prospettiva della caduta del governo sarebbe a portata di mano. Nei mesi scorsi tanti lavoratori e tanti militanti sindacali si sono detti: “Bisogna fare come hanno fatto i tramvieri, bisogna fare come a Melfi!” Di questo c’è precisamente bisogno, e se i dirigenti sindacali e anche quelli di tanta sinistra fanno il possibile per farci dimenticare di quelle lotte, gettando secchiate d’acqua fredda su qualsiasi mobilitazione, il nostro compito di comunisti è precisamente l’opposto: quello di lavorare organizzati per estendere quella volontà di lottare fino in fondo che è stata la chiave della vittoria degli operai di Melfi. Altro che sedersi ai tavoli di Prodi a contrattare ministeri! Gli avvenimenti di questi mesi confermano una legge della lotta di classe: nei vertici del movimento, nei gruppi dirigenti sindacali e dei partiti di sinistra si concentra tutta la miopia, la ristrettezza di vedute, la incapacità di guardere in faccia la realtà per quella che è. Tutti sono ipnotizzati dall’eredità di un passato ormai scomparso, di un capitalismo che appariva relativamente stabile e “ragionevole”, di un mondo regolato da rapporti ben definiti e nel quale il loro posto, più o meno rilevante, era comunque definito e garantito. Ma questa visione si basa appunto sul passato. Su una crescita economica regolare, che permetteva una relativa stabilità sociale; su rapporti internazionali stabili e prevedibili. Tutto questo ora non c’è più, viene minato quotidianamente dalla crisi organica del sistema capitalista, che si manifesta in modo sempre più esplosivo nelle crisi economiche, nelle guerre, negli sconvolgimenti di ogni genere che scuotono l’assetto mondiale e, non ultimo, nel risveglio della classe lavoratrice e delle masse oppresse che ai quattro angoli del mondo cominciano a mettersi in marcia, sia pure con modi, ritmi e tempi diversi, dall’America Latina all’Europa, dall’India al Medio oriente. In questi avvenimenti giganteschi, dei quali abbiamo visto solo un primissimo preludio, si plasmerà la coscienza di una nuova generazione di militanti, giovani ma non solo, che si avvicinano alla lotta politica, alle organizzazioni sindacali, ai movimenti di massa, con la mente aperta, liberi da quella ipnosi del passato che paralizza la volontà di tutti i settori dirigenti del movimento operaio, compresi quelli più onesti e combattivi. Sarà questa generazione politica a dare fiato e gambe alle idee rivoluzionarie del marxismo, che abbiamo difeso per tanti anni in condizioni avverse e difficili, e a riportarle al posto che spetta loro di diritto: alla guida del movimento di massa della classe operaia in lotta per un mondo migliore, per un mondo socialista libero dallo sfruttamento e dagli orrori di questo sistema decrepito. 15 ottobre 2004 |