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La crisi di Izquierda Unida Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Giardiello   

Una lezione anche per l’Italia 

Irisultati delle ultime elezioni europee sono stati disastrosi per Izquierda Unida (Iu). Il partito ha perso 600mila voti e due deputati europei, scendendo al di sotto del 5%. L’arretramento è generalizzato in tutto il paese, in particolare negli insediamenti tradizionali a Madrid, in Andalusia e nelle Asturie dove la perdita elettorale raggiunge il 50% dei voti ottenuti alle ultime europee.

La crisi di Iu si approfondisce e la responsabilità ricade sui dirigenti che hanno trasformato l’organizzazione in un comitato elettorale, abbandonando ogni riferimento al marxismo e a una politica di classe. Dopo la sconfitta elettorale la direzione ha riconvocato nuovamente e a distanza di solo un anno l’Assemblea federale (il congresso) per approfondire la linea non più comunista ma bensì “ecosocialista”.

Le origini di Izquierda Unida

Iu nacque nel 1986 nel pieno della mobilitazione contro l’entrata della Spagna nella Nato, da una alleanza tra il Pce (Partito comunista spagnolo) e altre forze minori di carattere ecologista, socialista e umanista.

Si trattava di un espediente organizzativo che la direzione del Pce decideva di adottare dopo una pesante sconfitta elettorale alle politiche (dove la rappresentanza parlamentare veniva ridotta a 4 deputati) nel tentativo di darsi un’immagine più accattivante agli occhi degli elettori. Si diceva a quel tempo che bisognava nascondere il proprio armamentario (la falce e il martello) perché non pagava elettoralmente.

Ovviamente le ragioni di quella sconfitta erano tutte politiche ed il frutto di una linea di collaborazione di classe che il Pce aveva difeso durante la “transizione” (la fuoriuscita dal regime franchista). La linea del Pce in una situazione rivoluzionaria che attraversò il paese dal ’76 al ’79 fu quella del “consolidamento della democrazia” borghese e del capitalismo, il sostegno alla monarchia di Juan Carlos, il rifiuto a difendere il diritto all’autodeterminazione delle minoranze nazionali (baschi, catalani, galiziani).

Per anni la richiesta del “governo di unità nazionale” fu al centro della politica del Pce il che comportò la subordinazione agli interessi della classe dominante e concretamente l’accettazione dei patti sociali (come quello della Moncloa) che distrussero l’influenza politica e sociale del Pce a vantaggio del capitalismo e della socialdemocrazia. Questo permise al Psoe di scalzare il Pce come principale partito di riferimento della classe operaia spagnola.

Vent’anni di agonia

Izquierda Unida, pur crescendo elettoralmente nei primi anni ’90 (nel ’94 raggiunse il massimo storico con il 13% alle elezioni europee) ha perso dalla fondazione gran parte dei suoi militanti, demoralizzati dall’abbandono progressivo di ogni riferimento a una politica di classe. Si calcola che all’inizio degli anni ’80 il Pce avesse oltre 200mila iscritti (quasi tutti militanti) mentre alla fine degli anni ’90 erano circa 60mila (di cui veramente pochi militanti). Oggi presumibilmente gli iscritti non sono più di 50mila.

La eccezionale struttura organizzativa del vecchio Pce è andata completamente distrutta, come riconosce la stessa risoluzione che convoca il congresso del Comitato politico federale (che corrisponde al Comitato nazionale): “C’è un impoverimento della vita organizzativa di Iu… Si estendono le zone bianche dell’organizzazione. Particolarmente grave è la marginalizzazione elettorale di Iu in sempre più zone del paese”.

La risposta che viene data dai dirigenti di Iu sul piano organizzativo è molto simile a quella proposta dalla maggioranza del Prc: “…offrire nuove forme di organizzazione sul territorio; promuovere organizzazioni settoriali; collettivi di interesse e di intervento stabile o non; modi per raccogliere contributi individuali, ecc. La soluzione non è guardarsi indietro ma piuttosto come hanno fatto tradizionalmente i rivoluzionari, guardare alle pratiche più innovatrici e di successo per imparare e metterle al servizio del cambiamento”.

L’adesione al Partito della sinistra europea non ha riscosso grande interesse nella base militante. Si tratta nella pratica di una riproposizione sul piano europeo dell’Izquierda Unida del 1986 e la cosa non può suscitare facili entusiasmi tra i comunisti spagnoli. Hanno già visto i risultati.

Un programma fumoso

La colorita risoluzione del Cpf che non fa alcun riferimento alle lotte operaie, agli scioperi generali, alle mobilitazioni contro la guerra di questi anni parla di “integrare i differenti colori dell’emancipazione: il rosso, il verde, il violetto, il bianco e le differenti tradizioni politiche che lo hanno rappresentato”. Un discorso vuoto che non dice niente di concreto ai lavoratori e che nei fatti nasconde un‘impotenza di fondo emersa chiaramente nelle mobilitazioni di massa che sono seguite all’attentato dell’11 marzo, nelle quali non solo Iu non ha giocato alcun ruolo ma è stata addirittura un freno rispetto al processo di presa di coscienza delle masse.

Quando iniziava già ad essere chiaro che il Pp stava strumentalizzando l’attentato in chiave elettorale (negando la matrice islamica e insistendo sulla responsabilità di Eta) Iu in un comunicato insisteva nel “mostrare il suo completo appoggio al governo offrendo il suo aiuto e la sua collaborazione” e considerava che era una sua “responsabilità dire alla società che in questi momenti i loro rappresentanti devono restare uniti”. In seguito il carattere delle dichiarazioni cambiò, si iniziò a parlare della guerra in Iraq e di chi aveva portato gli spagnoli in quella guerra. Ma questo quando già c’era nelle piazze un movimento di massa che avrebbe costretto il nuovo presidente socialista, Zapatero, al ritiro delle truppe dall’Iraq.

La divisione tra Llamazares e Frutos

Llamazares, il coordinatore nazionale, nei fatti vuole trasformare Iu in una sorta di Ong “verde” che assimili e faccia propri tutti i pregiudizi politici e organizzativi della piccola borghesia radical-chic.

Paco Frutos, già segretario del Pce e coordinatore di Izquierda Unida, decide oggi di collocarsi all’opposizione o quanto meno su una posizione critica. Ha rilasciato anche su Liberazione un’intervista in questo senso.

Si tratta di un’opposizione però che non si distingue su nessuna questione fondamentale dalla maggioranza di Llamazares e che fa critiche esclusivamente di carattere organizzativo (meglio sarebbe dire di spartizione di potere all’interno del partito) e che solo a questo proposito cerca di strumentalizzare il malessere accumulato tra i militanti. A parole viene richiesta una “svolta di fondo” ma quello che conta è la richiesta di dimissioni di Llamazares in cambio di una direzione “più collegiale”.

Il problema è che Paco Frutos non è una figura venuta dal nulla, è totalmente implicato nella politica di Iu dalla sua fondazione. Non è certo lui che può offrire quell’alternativa quanto mai necessaria alla politica di Llamazares e compagni.

La scissione di Corriente Roja e l’alternativa di sinistra

Disgraziatamente proprio in un momento come questo in cui esistono tutte le condizioni sociali e politiche per aggregare una forte opposizione comunista e di classe all’interno di Iu, un settore della sinistra storica, guidato da Nines Maestro decide di scindersi senza neanche dare battaglia al prossimo congresso.

Si tratta di una scissione ultraminoritaria che sta commettendo tutti gli errori tipici dell’estremismo di sinistra nella versione più infantile.

Gli argomenti che giustificano la scissione sono quelli di sempre: “Iu è irrecuperabile”, “i dirigenti sono dei traditori”, “sono corrotti”. Ma quando è cominciato questo processo? Negli ultimi mesi o si tratta di un processo iniziato da parecchi anni per non dire decenni?

Il problema è che quello che è chiaro agli elementi politicamente più avanzati non necessariamente risulta chiaro alle masse. I compagni di Corriente Roja riducono il problema in maniera semplicistica: Usciamo da Iu! Costruiamo un blocco di sinistra! Usciamo dai sindacati di massa!

In principio i marxisti non si oppongono alle scissioni. Ma quando si decide di rompere con un partito non è importante capire solo perché si esce, ma anche in quanti si esce e con quale programma e prospettiva. E cioè se esiste quella massa critica e quelle condizioni che possono permettere a una scissione di guadagnare rapidamente un’influenza significativa tra le masse.

La realtà e che da questo punto di vista la scissione è estremamente deficitaria, in primo luogo perché non conta su più di 500 militanti in tutto il paese. In secondo luogo perché non dispone di un progetto politico omogeneo in quanto al proprio interno vede convivere elementi ultrastalinisti, maoisti e altri che si considerano trotskijsti (ad esempio il Prt). È inevitabile che il nuovo blocco subirà nuove scissioni e non sarà in grado di incidere minimamente sulle mobilitazioni che attraverseranno il paese nei prossimi anni.

È da segnalare positivamente che un settore della sinistra di Iu rifiuta la prospettiva della scissione. Tra questi i compagni della tendenza El Militante e altri, includendo alcuni dei fondatori di Corriente Roja, i quali si preparano a dare battaglia nel prossimo congresso offrendo quell’alternativa marxista che viene ricercata dai militanti di Iu.

Il manifesto della sinistra di IU è reperibile in spagnolo su www.elmilitante.org e verrà quanto prima pubblicato in italiano sul nostro sito.

 
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