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La sostituzione del Primo ministro Zafarullah Jamali da parte dell’establishement militare pakistano è stato un duro colpo per il fragile governo che si è formato dopo le elezioni del 2002. Molti non si spiegano perché sia stato allontanato un elemento così docile e sottomesso come Jamali. In realtà questo è il frutto di una lotta feroce fra diversi settori dello Stato e delle classi dominanti. Nell’ultimo periodo c’è stata una ripresa della violenza in diverse parti del paese. Sono scoppiate delle bombe a Karachi e altre città del Pakistan, e ci sono stati episodi di violenza e scontri interetnici e religiosi. Un’operazione militare è stata lanciata nella zona tribale di Wana, lungo il confine afgano, contro frange di Al Qaeda protette dai clan tribali.
Un regime sull’orlo dell’abisso di Lal Khan La sostituzione del Primo ministro Zafarullah Jamali da parte dell’establishement militare pakistano è stato un duro colpo per il fragile governo che si è formato dopo le elezioni del 2002. Molti non si spiegano perché sia stato allontanato un elemento così docile e sottomesso come Jamali. In realtà questo è il frutto di una lotta feroce fra diversi settori dello Stato e delle classi dominanti. Nell’ultimo periodo c’è stata una ripresa della violenza in diverse parti del paese. Sono scoppiate delle bombe a Karachi e altre città del Pakistan, e ci sono stati episodi di violenza e scontri interetnici e religiosi. Un’operazione militare è stata lanciata nella zona tribale di Wana, lungo il confine afgano, contro frange di Al Qaeda protette dai clan tribali. L’enorme flusso di denaro, generato attraverso il commercio di droga sotto la copertura della Cia negli ultimi tre decenni in Afghanistan, è stato incanalato nei forzieri dei vertici militari e di queste bande fondamentaliste. È stato chiaramente dimostrato che il conflitto tra le diverse fazioni dello Stato è stato alimentato dall’insistenza degli americani per avere un maggior controllo su questi fondi. Con il crescere del clima di violenza, le contraddizioni all’interno dello Stato si sono esasperate. Le crepe nell’esercito si sono allargate quando gli Usa hanno invertito la loro politica verso questi gruppi fondamentalisti dopo l’11 settembre. Musharraf ha cercato di coprire queste crepe ma dopo breve si sono riaperte in modo ancora più evidente. Questo ha reso necessario trovare un capro espiatorio come Jamali per evitare la crisi, ma è stata una misura temporanea e di breve respiro. Presto la crisi scoppierà di nuovo e con un’intensità maggiore. Nuovo governo filoamericano Il conflitto all’interno dello Stato si riflette anche nella sua emanazione politica: la Lega Musulmana Pakistana. Fra i candidati a sostituire Jamail c’erano Ijaz ul Haq, il figlio dell’ex dittatore brutale Generale Zia ul Haq, e Humanyun Akhtar, figlio del Generale Akhtar Abdul Rehman, il capo dei servizi segreti pakistani (Isi) sotto Zia e il responsbile della rivolta afgana reazionaria degli anni ‘80. Entrambi questi generali sono morti in un disastro aereo nel 1988 quando si stavano distanziando dalla politica americana sull’Afganistan, ma grazie alle enormi somme di denaro che avevano accumulato, i loro figli ora sono miliardari. Questi erano i candidati della cosiddetta ala dura fondamentalista e nazionalista dell’esercito. Alla fine sembra aver prevalso la frazione pro-americana. Shujaat Hussain, il proprietario fondiario di destra, leader della Lega Musulmana è stato nominato primo ministro ad interim e sarà probabilmente sostituito dall’attuale ministro delle finanze, Shaukat Aziz, legato alla Banca Mondiale e al Fmi. La finanziaria presentata recentemente la dice lunga sulle sue politiche pro-mercato. Sotto Musharraf ha applicato rigidamente i dettami del Fmi per 5 anni. La situazione somiglia molto a quella indiana, dove Manmohan Singh ha sostituito Sonia Ghandi come primo ministro sotto le pressioni del capitale finanziario per garantire il proseguimento delle drastiche riforme di mercato. Le istituzioni imperialiste non si accontentano più di controllare il ministro delle finanze ma ora puntano direttamente sul primo ministro. L’applicazione di queste politiche è stata disastrosa per le masse pakistane. Dietro i dati macroeconomici scintillanti, si nascondono in realtà la povertà, la miseria e le malattie che sono cresciute enormemente. In questi cinque anni la fascia di popolazione che vive sotto la soglia della povertà assoluta è cresciuta dal 32% al 44%. Ogni giorno 10mila persone scendono sotto il livello di povertà, e circa tre quarti della popolazione è costretta a sopravvivere con meno di due dollari al giorno. Con la scusa di creare le migliori condizioni per gli investimenti esteri sono stati sferrati i più feroci attacchi contro i lavoratori. Le politiche di liberalizzazione e le ristrutturazioni hanno devastato la vita di milioni di persone. La promessa che creeranno un milione di posti di lavoro nell’anno 2004-05 è una farsa e un imbroglio. Le recenti elezioni indiane hanno già mostrato come questa politica sia stata respinta duramente dalle masse. Come Shaukat Aziz, il governo a Delhi aveva sbandierato un alto tasso di crescita, l’aumento delle riserve estere e altri indicatori macroeconomici, ma la propaganda del governo di destra del Bjp è stata spazzata via dalle masse indiane nelle recenti elezioni politiche. In Pakistan la gente si chiede a cosa serva una riserva di valuta estera di 12 miliardi e mezzo quando la maggioranza della popolazione cade sotto il livello di povertà. La composizione della crescita suggerisce che l’ineguaglianza nei redditi rimane acuta. I prezzi del cibo e di altri beni di consumo dei poveri crescono ad un ritmo maggiore del tasso medio di inflazione. Il divario tra la crescita economica e le condizioni sociali si sta allargando e i grafici si sviluppano in direzioni opposte. Se spazziamo via le cifre illusorie la realtà è che il regime si appoggia su un economia precaria e una situazione sociale che si sta deteriorando. Verso un’esplosione sociale La sottomissione di questi politici borghesi nei confronti di Musharraf e dei militari ha raggiunto livelli che non si erano mai visti in passato. Fra le masse c’è un crescente disinteresse e apatia verso la politica in generale. La gente percepisce il parlamento e questa democrazia come una farsa. C’è un rifiuto generalizzato della corruzione e del ruolo repressivo dell’esercito. I mullah sono stati screditati. Il nuovo regime si troverà a fronteggiare una crisi anche prima del governo di Jamali. Non si può escludere la possibilità che scoppi una crisi di proporzioni tali da condurre ad una guerra civile. La società è impregnata di frustrazioni e lo Stato è pervaso da spaccature interne. Questa situazione non può durare a lungo. L’imposizione della legge marziale non è un opzione così semplice come in passato, anche se ci provassero non sarebbero in grado di mantenerla e potrebbe ritorcersi contro di loro. La possibilità di una rivolta di massa è molto concreta. In questa eventualità le classi dominanti e l’imperialismo potrebbero chiamare nuovamente al potere il Partito popolare pakistano di Benazir Bhutto per far deviare un movimento rivoluzionario. Ma questa volta non sarebbe facile neppure per lei. La crisi è cosi intensa e l’economia in uno stato così precario che se arrivasse al potere non godrebbe neppure di un breve periodo di “luna di miele”. Il suo proseguimento sulla linea delle politiche di mercato potrebbe provocare una rivolta ancora più decisa, sicuramente più forte di quelle che ha dovuto fronteggiare l’ultima volta che è stata al governo. Uno scenario del genere potrebbe portare rapidamente ad una situazione prerivoluzionaria. La presenza di una forte organizzazione marxista in una situazione del genere potrebbe giocare un ruolo decisivo. Una rivoluzione socialista in Pakistan sarebbe concretamente possibile e la federazione socialista del subcontinente indiano non sarebbe molto lontana. |