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Scritto da Andrea Davolo   

Mobilitarsi contro il piano di ristrutturazione

Nessuno osa parlare di licenziamenti, ma il piano di ristrutturazione presentato dal commissario straordinario Enrico Bondi chiarisce ogni dubbio. La nuova Parmalat scenderà dagli attuali 32.390 dipendenti a 15.950 nel giro di quattro anni. Se in Italia si prevede una riduzione di circa 800 unità, saranno i lavoratori Parmalat del continente americano a pagare maggiormente: in nord America si avrà un ridimensionato di 4.500 dipendenti mentre in America Latina gli occupati scenderanno da 11.900 a poco più di 3.500.

 

Alle preoccupazioni espresse da lavoratori e sindacati, Bondi ha cercato di rispondere assicurando che i ridimensionamenti sono il prodotto non di tagli o licenziamenti, ma di cessioni delle attività considerate non “core business”, ovvero non principali per il marchio Parmalat (latte UHT, latte fresco, derivati del latte, succhi).

Per quanto riguarda i siti italiani non verrebbero considerate strategici i prodotti da forno (4 stabilimenti di cui 2 al Nord e 2 al Sud per circa 450 dipendenti) e la Emmegi di Termini Imerese che occupa tra fissi e stagionali circa 150 lavoratori. È lo stesso commissario che ci spiega la filosofia seguita nell’articolazione del piano: “Abbiamo diviso il gruppo in tre gruppi: quelli a redditività elevata, o suscettibili a raggiungerla, quelli con società in cui c’è in atto una pesante ristrutturazione e quelli con le società che sono andate in procedura locale, cioè quelle aziende perse che saranno dismesse o vendute a pezzi”. Tuttavia, non per questo motivo i lavoratori dovrebbero sentirsi più garantiti.

Se per un verso le segreterie dei sindacati di categoria di Cgil, Cisl e Uil hanno semplicemente lamentato il fatto che il piano non individui strumenti idonei a tutelare i lavoratori delle aziende dismesse e vendute, il piano si fa comunque beffa della promessa tanto sbandierata per mesi e mesi, che non si sarebbe proceduto al temutissimo “spezzatino”, ovvero alla vendita di interi rami dell’azienda.

Operazione quest’ultima che si presterà ad ogni genere di speculazione da parte dei nuovi acquirenti che avranno la possibilità di chiudere gli stabilimenti ex-Parmalat dopo aver assorbito la fetta di mercato corrispondente, così come già in passato la stessa Parmalat aveva operato con altri marchi.

Né i lavoratori delle aziende dismesse potranno avere la certezza di veder garantiti i loro posti di lavoro in caso di crisi della azienda acquirente o anche solo condizioni di lavoro accettabili, al contrario gli “spezzatini” sono in genere la premessa di un inasprimento dei carichi di lavoro o di un taglio salariale. Ma se per Bondi questo è il passaggio obbligato per liberare Parmalat dal peso degli oneri finanziari e soddisfare così le pretese delle banche e dei soliti speculatori borsistici, parassiti complici del crack finanziario, altri sono gli interessi dei lavoratori e le strade che si possono e si devono battere.

È necessario uscire dall’atteggiamento concertativo che i sindacati di categoria hanno finora mantenuto nei confronti dell’azione del commissario straordinario. Il ruolo delle rappresentanze dei lavoratori non è quello di concordare, nell’ambito di tavoli istituzionali, quali marchi possono essere ceduti e con quali modalità, ma quello semmai di organizzare i lavoratori in una vertenza per la difesa di tutti i posti di lavoro, delle condizioni salariali e di lavoro precedenti al crack e della continuità produttiva di tutti i siti.

Ogni forma di lotta dovrebbe essere tenuta in considerazione nell’ambito di una mobilitazione di questo tipo, fino all’occupazione degli stabilimenti che il piano Bondi intenderà dismettere.

In tutta questa faccenda dovrebbe essere chiarito un aspetto fondamentale: di chi è la Parmalat? Continua ad essere della famiglia Tanzi che con le sue operazioni in borsa e sul mercato ha giocato sulla pelle di decine di migliaia di lavoratori e piccoli risparmiatori? O delle banche che, spalleggiando il “patron” di Collecchio, presentavano il gruppo come uno dei più floridi? O ancora, di un commissario straordinario, designato dal governo Berlusconi, che già faceva parte del consiglio di amministrazione in carica al momento del default? No, la Parmalat non è di nessuno di questi e nessuno di questi soggetti deve sentirsi ancora in grado di poter agire alle spalle dei lavoratori, operai, tecnici ed impiegati, veri responsabili della realtà sana e positiva che la Parmalat rappresenta da un punto di vista produttivo.

Per questo la nazionalizzazione sotto controllo operaio di tutti i marchi della Parmalat è una rivendicazione che deve essere avanzata. Se la Parmalat venisse espropriata, questo non sarebbe certo un furto ai danni di nessuno, tanto meno di Tanzi, ma solo una parziale restituzione del maltolto. Sarebbe inoltre l’unica vera soluzione per garantire il futuro della produzione e dei lavoratori.

 

 
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