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Le “gioie” del capitalismo cooperativo Stampa E-mail
Scritto da Un comunista   

Il volto umano della produzione, nessuna forma di sfruttamento dei lavoratori, la giusta retribuzione del lavoro, solidarietà tra i produttori: la retorica degli apologeti della produzione cooperativa, soprattutto nella “rossa” Emilia, risuona ancor oggi così, in tutta la sua tronfia ipocrisia.

Un esempio lampante di questo falso mito lo sto vivendo io stesso, e con me tutti gli operai di Eurofrutta a Sorbara (MO), una cooperativa specializzata nella lavorazione e distribuzione all’ingrosso delle pere.

Sin dal momento delle assunzioni la politica dell’azienda è chiara: quasi sistematicamente vengono favoriti i lavoratori stranieri, spesso nordafricani, ma non certo per spirito umanitario, bensì perché questi lavoratori, date le loro condizioni economiche e sociali, sono disposti a lavorare di più e senza lamentarsi (il fatto che l’azienda faccia arrivare stagionalmente un gruppo di operaie dalla Polonia fuga ogni dubbio in questione).

Ma è soprattutto il carattere stagionale di gran parte dei contratti a rivelarsi un freno importante alle lotte, infatti, è già accaduto in passato che chi si è dimostrato combattivo non è stato poi riassunto all’inizio della campagna successiva.

Per quanto riguarda le condizioni di lavoro esse si rivelano particolarmente ingrate, soprattutto d’estate nel periodo della raccolta: lavoratori che alzano casse da 20 kg anche per 10 ore al giorno, macchinari impostati su ritmi alienanti, straordinari stabiliti a discrezione dell’azienda, turni notturni con ritmi più alti ma con personale ridotto. Inoltre, anche la sicurezza lascia a desiderare, considerando che molti muletti vengono usati nonostante i freni usurati. Come volevasi dimostrare, il cooperativismo è ben lungi dal liberare l’operaio dalla sua condizione di sfruttato.

Infatti, sotto il capitalismo, quindi sotto il dominio di un mercato cieco ed anarchico, dove conta solo il profitto, non esistono metodi di produzione alternativi “più giusti”. Solo la gestione della produzione da parte della classe operaia potrà togliere al proletariato le sue catene.

 
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