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Epifani e Montezemolo alla ricerca di un nuovo patto sociale Stampa E-mail
Scritto da Paolo Grassi   

È ora di presentare il conto!

Inizia un autunno molto difficile per i lavoratori italiani. Non solo per l’imperante crisi economica, ma anche perché ancora una volta il vertice sindacale davanti alle minacce di esuberi e licenziamenti non mostra la risolutezza dovuta nel preparare la controffensiva e si rende disponibile a sedersi a un tavolo coi padroni per scrivere un nuovo patto sociale.

Non ci sono solo decine di migliaia di posti di lavoro in pericolo, ci sono anche circa sei milioni di lavoratori che si vedono negato il diritto a rinnovare il proprio contratto di lavoro.

L’esperienza delle mobilitazioni dell’ultimo anno, il rifiuto di firmare un contratto bidone da parte della Fiom che scelse la strada del conflitto, la lotta degli autoferrotranvieri, dei lavoratori dell’Alitalia e degli operai della Fiat di Melfi, se non sono state sufficienti a costringere i vertici sindacali ad abbandonare la logica concertativa, sono per tutti i lavoratori un esempio importante per vincere le prossime battaglie.

Cimoli (commissario straordinario dell’Alitalia) a fine agosto ha dato, dopo mesi di “indagine”, la sua soluzione per risolvere la crisi della compagnia aerea. Presentare il conto ai lavoratori. Settemila esuberi di cui i sindacati si devono fare carico oltre a rivedere significativamente al ribasso tutti i contratti dei dipendenti: dai piloti al personale viaggiante a quello di terra, pena la chiusura della compagnia. Il ricatto è tanto semplice quanto scandaloso, licenziarne settemila oggi per non doverne mandare a casa ventimila domani. Cioè la ricetta contro cui per mesi si sono mobilitati i lavoratori costringendo azienda e governo a prendere tempo.

Esattamente la politica che i padroni stanno facendo in tutta Europa e che questo autunno porteranno avanti su larga scala anche in Italia.

Aumento d’orario a parità di salario

È stata la Germania a dare il via in primavera a una serie di accordi peggiorativi nelle fabbriche. Non che prima non succedesse, ma il fatto che fabbriche importanti come la Siemens o la Opel con alle spalle sindacati importanti come l’Igm (il più grande e forte sindacato metalmeccanici del mondo) alzassero bandiera bianca senza quasi tentare una lotta difensiva ha aperto la diga.

Alla Siemens e alla Opel, che insieme solo in Germania occupano oltre 40mila lavoratori, gli operai hanno dovuto ingoiare un accordo che prevede 40 ore di lavoro pagate come 35 oltre all’abolizione della tredicesima mensilità. In cambio l’azienda ha promesso che non si sposterà in Ungheria. Alla Volkswagen è stato applicato l’orario “generazionale”, ovvero i lavoratori con più di 38 anni di età lavoreranno 40 ore settimanali pagate come 35, mentre quelli sotto i 38 anni ne lavoreranno 42. In Francia alla Bosch è stato firmato, in cambio della rinuncia dell’azienda a spostarsi nella repubblica Ceca, un accordo che prevede il blocco dei salari per tre anni, l’aumento dell’orario di lavoro da 35 a 36 ore a parità di salario, l’abolizione di alcune festività e la riduzione della paga oraria per gli straordinari.

Lavoratori costretti a cedere al ricatto non perché indisponibili a difendere i loro interessi, ma perché i loro dirigenti sindacali sono prigionieri delle contraddizioni di questo sistema. Accordi firmati con l’illusione di aver salvato i posti di lavoro, ma in verità rimandando solo il problema e ipotecando le capacità di lotta che presto o tardi dovranno essere messe in campo.

E in Italia?

È solo questione di tempo prima che l’onda lunga di questi accordi arrivi anche in Italia, paese che comunque in questi anni ha delocalizzato di tutto, dalle auto Fiat in Polonia (mentre tra fine agosto e inizio ottobre saranno 6.500 i lavoratori in cassa integrazione e si rincomincia insistentemente a parlare di minaccia di chiusura per gli stabilimenti di Mirafiori e Termini Imerese nel 2005), scarpe in Albania e mobili in Romania. Sui depliants delle camere di commercio di tutto il paese si possono trovare pubblicità che incentivano investimenti nei paesi dell’est Europa con accattivanti frasi come “Repubblica Ceca: costo del lavoro 2 euro all’ora, sindacalizzazione scarsa”.

È in questo contesto che la borghesia italiana, preoccupata anche dalla ripresa del conflitto, sta cercando di utilizzare i sindacati per ottenere condizioni ancora più vantaggiose. Dopo il muro contro muro della Confindustria di D’Amato, oggi con Montezemolo, davanti alla reazione dei lavoratori, cercano di riorientare la propria tattica per incassare nuovi risultati. La musica padronale non cambia, battere cassa allo Stato tagliando lo stato sociale, e peggiorare il vecchio patto sociale coi sindacati. Eliminare o depotenziare definitivamente il contratto nazionale, sostituendolo con contratti aziendali o al massimo con contratti territoriali (di questo parlano quando discutono di federalismo), inserendo la cosiddetta “flessibilità contrattuale”, legare ancor più il salario alla produttività.

Il sindacato

 

Cisl e Uil avrebbero già accettato nuovi e radicali peggioramenti se Epifani non avesse rotto le trattative coi padroni a metà luglio. Peccato che quella rottura, vedendo ora quanto il segretario della Cgil scalpita per riaprire il tavolo delle trattative, abbia più il sapore di una rottura determinata a placare qualche malumore di troppo all’interno della Cgil che di una diversità di vedute con la controparte.

Epifani non dice un NO secco a Confindustria, si rende disponibile ad aumentare da due a tre gli anni la durata del contratto nazionale proponendo che sopravviva almeno per garantire il recupero dell’inflazione (cosa fino ad ora mai riuscita) e che la contrattazione decentrata sia lo strumento con cui riconoscere ai lavoratori ulteriori miglioramenti economici. In poche parole non accetta che i contratti nazionali vengano aboliti ma ci mette una nuova grossa ipoteca sopra. Ogni cedimento oggi prepara nuovi peggiori cedimenti domani. Così è stato per la precarizzazione, per la scala mobile e le pensioni in questi vent’anni.

Solo negli ultimi otto mesi la Cgil ha firmato, per non rompere con Cisl e Uil contratti nazionali come quello degli autoferrotranviari o degli artigiani che prevedono su punti come la flessibilità e aumenti salariali cedimenti in questo senso. Parte degli aumenti e delle quote di lavoratori precari verranno decisi a livello regionale o dalle aziende più grandi. Che cos’è ciò se non un depotenziamento dei contratti che prepara nuovi peggioramenti?

Inoltre è giusto ricordare che quel 30% scarso di lavoratori che usufruisce di un contratto aziendale nella maggior parte dei casi viene sfruttato il doppio, perché grazie agli accordi firmati in questi anni i contratti interni sono tutti legati a criteri come competitività e produttività, senza la certezza del premio fino alla fine.

Quale autunno alle porte

Gli attuali sei milioni di lavoratori che devono rinnovare i contratti non hanno bisogno di nuovi patti sociali ma di una piattaforma dignitosa e metodi di lotta efficaci come a Melfi, che costringano i padroni e Governo a cedere.

Il pubblico impiego ha fatto otto scioperi nazionali in due anni e il governo non ha fatto un solo passo indietro. Anzi ha fatto sapere che non ritiene indispensabile arrivare a un accordo. Gli autoferrotranvieri si trovano nuovamente in un vicolo cieco. Per i metalmeccanici se il gruppo dirigente della Fiom non abdicherà alle posizioni di Fim, Uilm e Federmeccanica, si prepara una lotta molto dura.

E intanto la segreteria della Cgil non solo apre su tutti i fronti, ma fà pressioni sulla Fiom perché questa volta faccia tutto il possibile per trovare un accordo.

In una crisi profonda, destinata a peggiorare non ci sono spazi per riforme minimamente serie e durevoli nel tempo. Oggi i sindacati hanno solo due alternative, o fare il lavoro sporco della borghesia o essere uno strumento dei lavoratori per cambiare questa società. Non si puo’ risolvere il problema dell’Alitalia, come di qualunque altra azienda senza entrare in un duro conflitto coi padroni. Abbiamo interessi contrapposti.

Se per noi la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, o la nazionalizzazione di una fabbrica sotto il controllo dei lavoratori rappresenta la salvezza di migliaia di famiglie, per loro significa perdere profitti. Non si puo’ ottenere un buon contratto se questo deve essere dipendente dalla produttività che riescono ad estorcere in più.

Ma per fare questo è indispensabile anzi tutto costruire una seria opposizione a questo gruppo dirigente che ha dimostrato una totale incapacità a difendere i nostri interessi. Un opposizione controllata dalla base dei lavoratori che si batta per un programma radicale che rompa una volta per tutte con le ambiguità dei vertici sindacali.

Una nuova generazione di lavoratori si sta facendo avanti nella lotta sindacale e torna a usare i metodi che in passato sono stati gli unici che hanno permesso di ottenere conquiste importanti. Ma le lotte non saranno importanti solo perché rafforzeranno la consapevolezza nella propria forza, saranno l’elemento indispensabile per preparare una nuova generazione di attivisti con cui fare questa battaglia nel sindacato.

 
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