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L’alternativa a Berlusconi non č Prodi Stampa E-mail
Scritto da La redazione di Falce Martello   
Per un governo dei lavoratori!

Nonostante il tanto sbandierato boom la situazione economica mondiale è di sostanziale stagnazione (con la unica eccezione delle economie asiatiche e in particolare della Cina, nella quale peraltro si stanno accumulando contraddizioni sociali di proporzioni gigantesche).

 

La crescita economica negli Usa è in realtà una crescita asfittica basata su una montagna di debiti: delle famiglie, delle aziende, dello Stato e su un deficit commerciale di proporzioni astronomiche. Ed è soprattutto una crescita che non sortisce quasi effetto sull’occupazione e il tenore di vita dei settori più poveri del paese. Peggio ancora degli Usa sta l’Europa, che è entrata in una fase di declino industriale, centinaia di migliaia di posti di lavoro sono in discussione come effetto combinato dell’apprezzamento dell’euro, della mancanza di investimenti produttivi, della pressione proveniente dai paesi con mano d’opera a basso costo e di una tendenza generale alla sovrapproduzione e alla saturazione dei mercati.

La borghesia europea è impegnata in una vera e propria demolizione a passo di carica delle conquiste operaie. In Germania le grandi multinazionali, dalla Siemens, alla Mercedes, alla Opel, si rimangiano la settimana lavorativa di 35 ore e impongono orari più lunghi senza un centesimo di aumento; lo stesso cominciano a fare anche le istituzioni statali, mentre continua a crescere la protesta contro l’“Agenda 2010”, il piano di tagli selvaggi avanzato da Schroeder.

Anche in Francia la settimana di 35 ore è nel mirino di governo e padroni; ovunque si ripetono le stesse minacce: o accettate tagli salariali e occupazionali consistenti, oppure le fabbriche andranno nell’Europa dell’Est o in Cina.

Ed è così che i lavoratori necessitano ogni giorno di più di organizzazioni politiche e sindacali che guardino avanti, che sappiano interpretare la nuova epoca in cui siamo entrati.

Nella maggioranza dei casi però gli apparati burocratici dei partiti di sinistra e dei sindacati si rifiutano di prendere atto del cambiamento profondo che è in corso su scala mondiale; anche se si dichiarano socialisti e comunisti sono in realtà conservatori, si attardano a sognare la pace sociale, la collaborazione di classe e politiche redistributive che soddisfino tutti; quando poi si trovano a governare, le contraddizioni laceranti del capitalismo li spingono immancabilmente sulla strada degli attacchi e delle controriforme. I dirigenti sindacali invece di organizzare le mobilitazioni spesso e volentieri contribuiscono a farle rientrare.

Nel momento in cui il governo Berlusconi si prepara a fare una Finanziaria con ulteriori tagli per 24 miliardi di euro, mentre l’Alitalia taglia 7mila posti di lavoro, mentre la Fiat mette migliaia di operai in cassa integrazione e si introduce una montagna di “flessibilità” nel mercato del lavoro, i dirigenti della sinistra non sanno far niente di meglio che dichiararsi disponibili ad accettare nuovi sacrifici, a fare un nuovo patto sociale sulla linea degli accordi di luglio e a “gestire” la legge Biagi.

D’altra parte sul piano europeo sindacati pure potenti come l’Ig Metall firmano accordi nei quali accettano di aumentare le ore di lavoro a parità di salario. Mentre sul piano politico in Italia tutto si riduce a vincere le prossime elezioni nel 2006. Ma dov’è l’alternativa? L’Ulivo non richiede il ritiro delle truppe dall’Iraq, non propone alcuna reale alternativa sul piano delle politiche sociali. Tutte le energie della cosiddetta opposizione si concentrano a organizzare un teatrino che chiamano “primarie”. È poi ancora più grave che Bertinotti accetti questa farsa quando invece c’è da organizzare una vera e propria riscossa sociale.

C’è pertanto una contraddizione che va risolta tra la disponibilità delle masse alla lotta e il mancato rafforzamento delle organizzazioni che tradizionalmente hanno raccolto la voglia di cambiamento e di lotta per un futuro migliore. Le mobilitazioni di massa ci sono state nei mesi scorsi e ci saranno ancora, come insegna la lotta di Acerra. Ma rimane aperta e sempre più bruciante questa contraddizione che è il problema politico centrale che abbiamo davanti.

Questo è il limite per ogni possibile trasformazione ed è questa necessità imperiosa degli oppressi di possedere un partito che li rappresenti che porterà in futuro alla nascita di tendenze di sinistra all’interno dei partiti e dei sindacati.

Non nasceranno, nella stragrande maggioranza dei casi, dei nuovi partiti rivoluzionari o comunque più radicali al di fuori delle organizzazioni tradizionali ma proprio all’interno di queste, da una critica sempre più diffusa contro il moderatismo, il collaborazionismo e l’incapacità dei loro attuali dirigenti.

Chi come noi si batte per costruire l’alternativa rivoluzionaria deve dare il proprio contributo non solo sul terreno delle mobilitazioni sociali ma anche nella battaglia (che è tutta politica) per liberare le organizzazioni tradizionali della classe lavoratrice dal dominio della burocrazia e dei riformisti.

Un passo importante, dopo la battaglia che abbiamo sostenuto nel recente congresso Fiom sarà il congresso di Rifondazione che si terrà nei prossimi mesi. Invitiamo i militanti a sostenere la nostra alternativa che non si limita a criticare gli accordi con l’Ulivo voluti dal segretario nazionale, ma si propone anche di offrire un’alternativa percorribile, credibile, per rompere l’Ulivo su basi di classe, sconfiggere la destra e preparare la strada a una reale alternativa di sinistra (vedi pagine 5-6-7).

Da qui il nostro appello ai giovani, ai lavoratori che si sono impegnati nelle mobilitazioni degli ultimi anni ad entrare in Rifondazione Comunista e a sostenere l’alternativa rivoluzionaria nel congresso e nelle importanti scadenze politiche che si aprono di fronte a noi

7 settembre 2004

 
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