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Lotta dura contro la chiusura Stampa E-mail
Scritto da Matteo Molinaro, Stefano Pol   

De Longhi

La combattività di Melfi è arrivata in Carnia. Quello che è successo ad Ampezzo, paese montano situato in Carnia a circa 70 Km da Udine, poco distante dal confine austriaco, lo dimostra chiaramente. Lo stabilimento carnico della multinazionale trevigiana degli elettrodomestici De Longhi deve essere chiuso per trasferire la produzione nella più conveniente Cina, dove la proprietà possiede già due stabilimenti.

Questa fabbrica, sorta appena nel 2000, è la seconda della casa produttrice veneta presente in Friuli.

Non è un caso che sia sorta proprio lì. La montagna friulana è storicamente una zona depressa dal punto di vista occupazionale (nel passato, ma in parte ancora oggi, era una terra di emigranti) tanto che lo Stato garantisce vantaggi allettanti di cui anche la dirigenza De Longhi ha approfittato: dal 2000 ad oggi ben quattro miliardi di vecchie lire direttamente dalla Regione Friuli Venezia-Giulia ed altri sei miliardi dalla finanziaria regionale Agemont sono finite nelle casse della società. Inoltre lo stabilimento veniva affittato gratuitamente alla De Longhi dalla stessa finanziaria.

Inoltre fino a luglio dell’anno scorso l’azienda pretendeva dagli operai e dalle operaie venti minuti al giorno di lavoro gratuito, oltre alle otto ore tradizionali, per consentire allo stabilimento di essere “più competitivo”. I dipenenti (in larga parte donne) sono stati spermuti per portare la produzione quotidiana da 960 a 1040 pezzi al giorno (soprattutto macchine per caffè).

Oltre alle pretese relative all’aumento vertiginoso della produttività, è aumentata anche la repressione in fabbrica: oltre a considerare la malattia come semplice “assenteismo”, al ritorno i lavoratori venivano sottoposti per ritorsione a frequenti ed assurdi cambi di reparto.

Mentre si denunciano “presunte” crisi competitive, sul sito internet dell’azienda sono pubblicati i bilanci che trionfalmente annunciano un aumento del 10% delle vendite nette e di molti punti percentuali anche nei ricavi, soprattutto per il settore dei condizionatori, nel quale la De Longhi è leader mondiale.

I lavoratori hanno scoperto quasi casualmente i piani dell’azienda: essi prevedevano la chiusura entro la fine del mese di maggio, lo svuotamento degli impianti di tutti i prodotti finiti e dei macchinari (che saranno trasferiti a Treviso) e il licenziamento immediato di tutti i 140 lavoratori superstiti (erano circa 300 nell’estate 2001).

La risposta è stata immediata e ha spiazzato gli stessi vertici aziendali, che pensavano di trovarsi di fronte a “boscaioli senza istruzione” (come sono stati definiti). Quando il 26 maggio l’azienda ha comunicato solo ai funzionari territoriali della Fiom e della Fim (escludendo le RSU) le sue scelte unilaterali, gli operai hanno deciso di passare alla lotta, occupando inizialmente lo stabilimento, presidiato poi da un’assemblea permanente.

Nel frattempo era cominciata la rituale sfilata dei politici locali in cerca di voti, come i candidati della Lega Nord, che hanno amministrato per anni la Regione e sono responsabili, come gran parte della classe politica regionale, della disastrosa situazione.

L’amministrazione attuale di centro-sinistra, nella discussione avuta con i vertici aziendali, ha proposto all’azienda solo inutili palliativi, come la riduzione del prezzo dell’energia e altri incentivi economici e finanziari; ma l’azienda, che di incentivi e regali se ne intende, ha rifiutato, sbattendo la porta in faccia ad Illy e all’assessore Bertossi che, di fatto, hanno poi deciso di lavarsene le mani.

La De Longhi ha fatto capire che è interessata solo a lasciare terra bruciata.

Infatti ha inizialmente respinto la richiesta dei sindacati della cassa integrazione straordinaria in attesa di vendere a qualcun altro lo stabilimento, non essendo, tra l’altro, un’azienda in crisi.

Ma i lavoratori non sono rimasti isolati; da quando è iniziata la vertenza, che ha goduto di un’evidente simpatia popolare, si sono susseguiti importanti momenti di solidarietà fra cui importante è stato quello degli studenti del Comitato in difesa della Scuola Pubblica (Csp) di Udine: essi sono intervenuti il giorno dopo l’inizio della lotta con una delegazione per portare la loro solidarietà totale ai lavoratori.

Al congresso nazionale della Fiom è stato approvato un ordine del giorno che sostiene la lotta dei lavoratori della De Longhi

Operaie ed operai hanno spiegato agli studenti del Csp la situazione complessiva, e in un clima molto combattivo una lavoratrice ha detto: “Non abbiamo bisogno di un paracadute. Il nostro obiettivo è vincere, questo significa impedire la chiusura dello stabilimento. Costi quel che costi.”

Invitati dai lavoratori a partecipare all’assemblea del 1° giugno, gli studenti del Csp hanno potuto intervenire per esprimere il sostegno alla lotta: “Noi, oggi studenti, ma lavoratori in futuro, portiamo la nostra solidarietà, non solo per difendere il vostro presente ma per salvaguardare e migliorare anche il nostro avvenire. Come dice lo striscione del Csp appeso ai cancelli della fabbrica: Studenti e lavoratori uniti nella lotta.

L’atteggiamento della De Longhi non è casuale ma è la norma, perché i padroni non guardano mai in faccia nessuno, ma si curano solo dei propri profitti, indifferenti della sorte di centinaia di persone: l’azienda deve quindi aprire i propri libri contabili per consentirvi di vedere che fine hanno fatto i miliardi che le sono stati regalati e dov’è finita la ricchezza che voi avete prodotto lavorando duramente”.

Gli attivisti del Csp hanno poi sostenuto che il vero nemico non può essere considerato la Cina, o peggio ancora i lavoratori cinesi, come vorrebbero farci credere i padroni, oltre ad alcuni partiti; vanno invece combattute le regole di questo mercato, di un sistema capitalista indifferente al benessere dei lavoratori: “i nostri avversari rimangono i padroni e non i lavoratori cinesi”. Un no secco alla guerra fra poveri, è stato quello del Csp, che ha voluto fare su questa questione chiarezza, a differenza delle organizzazioni sindacali, pericolosamente ambigue.

La mobilitazione si è poi sviluppata attraverso varie forme. Da una parte è stata mantenuta l’occupazione dello stabilimento, dall’altra ci sono state iniziative come il presidio del 27 maggio a Treviso, dove la delegazione dei lavoratori dello stabilimento di Ampezzo ha potuto assistere ad uno straordinario esempio di solidarietà: i dipendenti trevigiani (fra i quali molti extracomunitari) hanno scioperato per più delle due ore dichiarate. Un’altra impostante iniziativa è stata organizzata a Udine il 18 giugno: una nutrita delegazione dei lavoratori della De Longhi, assieme ai delegati di alcune tra le più importanti fabbriche dell’Udinese, ha manifestato sotto il palazzo degli industriali, gridando la propria rabbia.

La lotta ha portato nel frattempo ad un primo parziale risultato: lunedì 21 giugno, dopo 24 giorni di presidio permanente, è stato firmato il decreto regionale che istituisce la cassa integrazione straordinaria. Tutti i lavoratori e le lavoratrici potranno almeno contare su una percentuale del salario che la cassa garantisce per un anno circa.

Ma dobbiamo essere chiari: questo non risolve affatto il problema, lo posticipa e basta.

Infatti con una situazione occupazionale che in Carnia vede messi in discussione oltre 600 posti di lavoro, quali sono le prospettive occupazionali per il futuro?

Va pertanto messa in luce anche l’altra faccia della medaglia di questa intesa: se da una parte essa garantisce la cassa integrazione, dall’altra ha portato alla fine dell’occupazione e alla rimozione dei macchinari indispensabili per riprendere la produzione prima a Treviso e poi in Cina. Di fatto l’intesa ha sancito la chiusura della stabilimento.

Questo accordo non è per nulla risolutivo; la combattività dei lavoratori e della lavoratrici della De Longhi deve essere d’esempio per i dipendenti di tutti gli stabilimenti che ora sono sulla soglia della chiusura. La crisi infatti non è isolata ad Ampezzo, ma coinvolge drammaticamente anche altre importanti industrie dell’Alto Friuli.

È tempo di aprire una vertenza sulla questione del diritto al lavoro e contro i licenziamenti: bisogna mettere i padroni in difficoltà con uno sciopero generale regionale, senza temere di mettere sotto pressione il presunto governo “amico” di centro-sinistra. La pressione della mobilitazione di massa può rappresentare lo strumento in grado di far retrocedere la De Longhi e le altre imprese dai progetti di delocalizzazione che stanno smantellando rapidamente le capacità produttive di un intero territorio. Non bisogna nemmeno temere di mettere in discussione il loro inviolabile diritto di proprietà: quando le ristrutturazioni presentano costi sociali così elevati, devono essere impedite, se necessario spinegendosi fino a rivendicare l’esproprio di quelle aziende che chiudono dopo aver fatto lauti profitti e intascato miliardi di fondi pubblici.

Come ci hanno detto Deborah, Cristina e Luigina, alcune delle lavoratrici straordinariamente combattive che si sono trovate in prima linea nella lotta: “Anche noi facciamo come a Melfi. Lo devi fare, altrimenti non ottieni niente. Non lottiamo per la dignità, quella l’abbiamo già: lottiamo per quello che ci spetta, per il giusto, per il nostro lavoro”.

 
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