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La lotta operaia al TMC2
Da Mirafiori a Termini, mentre la Fiat continua a pensare di gestire le sue difficoltà produttive con il peggioramento delle condizioni di lavoro, gli operai rispondono iniziando a rialzare la testa. Si oppongono alla chiusura degli impianti, alla cassa integrazione, alla precarizzazione generalizzata, agli aumenti di produttività. Lottano per un contratto dignitoso e per delle migliori condizioni di lavoro.
Questo nuovo e combattivo protagonismo è emerso con maggiore risalto nella vertenza degli operai di Melfi.
La straordinaria partecipazione ed il successo delle manifestazioni e degli scioperi che abbiamo visto a Melfi, dimostrano quanto la posizione di Fiat e sindacati concertativi sia sempre più debole.
Queste mobilitazioni rappresentano una preziosa risorsa e danno fiducia perché dicono che i lavoratori possono resistere e contrattaccare e che la lotta paga.
Gli operai di quella che doveva essere la fabbrica “integrata” si sono ribellati ai disegni dell’azienda con determinazione e unità, e hanno posto al sindacato una nuova richiesta di conflittualità e non concertazione che deve trovare la più ferma delle risposte positive a Melfi così come a Pomigliano.
Nel polo industriale campano, dove si producono l’Alfa 147 e 156, precarietà e sfruttamento sono problemi molto sentiti tra gli operai. Qui, il numero delle auto prodotte negli anni 2000-2002 è cresciuto in modo rilevante, anche se non costante. Negli stessi anni (quindi prima della legge 30 di Maroni) alla Fiat Auto e Fiat Avio poco più del 60% dei lavoratori assunti con contratto a formazione e lavoro, contratto di lavoro interinale e Legge n. 482 è stato assunto con contratto a tempo determinato; mentre nell’indotto si sono avute forti riduzioni degli organici.
Il 24-04-03 la Fiom ha firmato uno scandaloso patto territoriale che prevedeva precarizzazione e aumento dei ritmi con l’introduzione della metrica del Tmc2. In questi mesi, ha continuato a difendere quanto fatto, anche di fronte alle più aspre proteste dei lavoratori.
Solo lo Slai Cobas ha scelto di aprire nel polo di Pomigliano una vertenza su ritmi e condizioni di lavoro, contestando Tmc2, sabati feriali e aumento degli straordinari. Sulle linee sono anche sorti diversi scioperi spontanei; infatti quello dell’Alfa Sud è uno stabilimento fatiscente con innumerevoli strozzature impiantistiche che comportano gravi violazioni delle normative antinfortunistiche e che hanno già causato centinaia di casi di lavoratori affetti da patologie professionali, non ultimi i casi di due operai svenuti sulle linee, nel mese d’aprile, e ricoverati urgentemente in ospedale con trauma cranico.
Appare a molti chiaro come dopo aver portato avanti un intenso processo d’espulsione di manodopera (vedi in particolare Arese), si punti a ridurre anche i “tempi” della produzione e ad aumentare al massimo la profittabilità dagli stabilimenti ancora produttivi: la crisi viene fatta pagare tutta ai lavoratori, col beneplacito dei sindacati compromessi.
Il 22 aprile scorso la Fiom, insieme a Fim, Uilm e Fismic, ha approvato un documento di forte chiusura rispetto alla straordinaria lotta degli operai di Melfi e, come se non bastasse, ha evitato di dare voce alla solidarietà e al crescente malcontento dei lavoratori di Pomigliano, non organizzando minimamente lo sciopero generale del 28. Questo proprio mentre la Segreteria Nazionale affermava che “la lotta di Melfi parla a tutti i lavoratori della Fiat, per questo è necessario che si estenda a tutti gli stabilimenti”.
La linea della Fiom campana chiaramente non rappresenta la volontà dei lavoratori. Infatti il 6 maggio, una nuova giornata di stop produttivo di otto ore indetta dallo Slai in solidarietà con i lavoratori di Melfi e contro le condizioni di lavoro in fabbrica, ha visto una partecipazione, nonostante il boicottaggio della Fiom, di quasi il 100%. Lo Slai ha anche messo in evidenza che “in conseguenza delle lotte dei lavoratori quest’anno il marchio Alfa ha già registrato una caduta complessiva della produzione e delle vendite del 4,5%”.
Questi scioperi hanno paralizzato fabbrica e indotto, riaccendendo il braccio di ferro con i padroni nello storico polo industriale campano. Così hanno reso concreta la possibilità che l’azienda, come già comunicato ai sindacati firmatari, disdica l’accordo. Questa situazione pone anche la necessità della ricostruzione di un sindacato di classe che si basi sulla lotta e sulla partecipazione diretta dei lavoratori.
È la Fiom ad essere chiamata in causa: deve uscire dall’ambiguità ed assumere anche in Campania quelle pratiche conflittuali, contro la precarietà ed il Tmc2, che l’hanno contraddistinta nella lotta di Melfi. Essa è chiamata, innanzitutto, a confrontarsi con le esigenze dei lavoratori che si sono mobilitati in questi mesi e che chiedono diminuzione dei ritmi, riposo il sabato e la domenica, aumenti salariali e divisione del lavoro fra tutti gli stabilimenti. Quindi insieme allo Slai è chiamata a ricercare soluzioni unitarie e vincenti di lotta.
È questa la strada che ci auspichiamo si percorra, perché i lavoratori Fiat di Pomigliano ripetano, con maggior audacia, quanto fatto dai loro colleghi a Melfi.
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