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Accordo truffa per fermare le lotte dei lavoratori Stampa E-mail
Scritto da Paolo Grassi   

Alitalia


Giovedì 6 maggio, è stato raggiunto l’accordo tra sindacati e governo che dovrebbe garantire la sopravvivenza di Alitalia.

“Accordo raggiunto in extremis per Alitalia”, “Alitalia vivrà!”, questi alcuni dei titoli più significativi con cui uscivano in edicola i principali quotidiani del paese il giorno dopo.

Grande entusiasmo anche da parte dei sindacati che ritengono l’accordo raggiunto “un mezzo miracolo” (Epifani, segretario generale della Cgil). Ma è proprio così? Veramente l’accordo raggiunto all’ultimo momento tra sindacati e Governo rappresenta un buon risultato per i 22mila lavoratori Alitalia?

In questi sei mesi i lavoratori hanno dato ampia ed efficace prova di sapersi mobilitare. Come a Melfi hanno dimostrato determinazione e compattezza, personale di volo e di terra, meccanici e piloti, hanno saputo muoversi in sintonia dimostrando ancora una volta che senza di loro non si può decidere e fare niente.

Quello firmato il 6 maggio non è un accordo che difende i lavoratori, è un accordo che da un lato permette al Governo di presentarsi agli elettori, in prossimità delle elezioni europee e amministrative, senza avere appena licenziato migliaia di lavoratori, e dall’altro permette al vertice sindacale di tirare il fiato avendo perso gran parte della propria credibilità con l’atteggiamento tenuto in questi mesi.

Significativo a tale proposito quanto successo proprio negli ultimi giorni prima dell’accordo.

Il 30 aprile i sindacati sono usciti dagli aeroporti, in particolar modo da quello di Roma, duramente contestati. Contestati perché, nella notte tra il 29 e il 30 aprile, avevano accettato, senza consultare i lavoratori, l’ennesimo diktat del Governo che si rendeva disponibile a riaprire un tavolo delle trattative a patto che fossero sospesi gli scioperi. I blocchi alla fine sono stati sospesi non perché i dirigenti sindacali hanno convinto i lavoratori della giustezza della propria decisione, ma proprio per l’opposto. I dirigenti sindacali hanno dimostrato di infischiarsene del parere dei lavoratori abbandonandoli ai blocchi proprio nel momento in cui arrivavano le precettazioni.

Un accordo che rinvia lo scontro

Quello firmato è un accordo che va contro gli interessi dei lavoratori perché non è stato ottenuto niente di quello per cui si è lottato fino a questo momento. Con l’aggravante che oggi i lavoratori sono disposti ad andare fino in fondo nella lotta per difendere il proprio lavoro, mentre nessuno può garantire cosa accadrà loro nel futuro.

Il piano Mengozzi, l’ex presidente di Alitalia, prevedeva per cominciare 1.100 esuberi e 2.100 lavoratori da esternalizzare per portare un primo risparmio di circa 58 milioni di euro. Cifra, comunque, sempre considerata ottimistica dai sindacati che quantificavano in oltre 6mila i lavoratori da espellere per ottenere tale risparmio.

Il fatto che il piano Mengozzi non esista più non significa che il Governo abbia deciso di cambiare strategia. Le linee generali di quel piano rimangono le uniche soluzioni praticabili dai padroni in un regime di mercato libero. E’ la strada che la borghesia cercherà di percorrere a tutti i costi.

Se si difende la logica di mercato, che le aziende possono sopravvivere sul mercato internazionale solo abbattendo i costi e aumentando i ricavi, come sostengono anche i vertici sindacali e non solo i padroni, allora l’unica via praticabile è quella dei tagli, dei licenziamenti, della privatizzazione e delle esternalizzazioni.

Quasi tutte le compagnie aeree internazionali sono in crisi e chiudono i propri bilanci in negativo.

Quelle che mostrano timidi segnali di ripresa come l’olandese Klm (con la quale pochi mesi fa si stava per compiere una fusione) o la Lufthansa (compagnia di bandiera tedesca), dopo aver chiuso il 2003 con ingenti perdite, mostrano timidi segnali di ripresa nei primi tre mesi del 2004 grazie a ristrutturazioni senza precedenti che hanno portato all’espulsione di migliaia di lavoratori.

Anche le cosiddette compagnie super economiche, le famose Low cost, come la Ryanair o la EasyJet non se la passano meglio. Queste compagnie, che hanno basato i loro profitti riducendo all’osso il personale viaggiante e di terra, sfruttato come pochi, e risparmiando sulla manutenzione che è esternalizzata, stanno vivendo un periodo di grossa difficoltà. I loro titoli in borsa sono calati del 20% e si prevedono perdite nel primo semestre dell’anno pari a 40 milioni di euro.

L’accordo firmato il 6 maggio da 9 sigle sindacali, ad eccezione della Cub non ammessa al tavole delle trattative, va proprio nella direzione di rendere Alitalia appetibile per nuovi finanzieri senza scrupoli, che facciano con Alitalia quello che altri hanno fatto con le compagnie sopra citate.

Ricapitalizzazione altro non significa che rastrellare soldi da banche, industriali e speculatori di ogni risma, che abbiano l’opportunità di fare col patrimonio pubblico di Alitalia, e soprattutto coi lavoratori e le loro famiglie, quello che vogliono.

Solo se vedranno la possibilità di fare tanti profitti in poco tempo tireranno fuori i soldi. E per fare questo, il nuovo amministratore delegato dovrà dimostrare di offrirgli una opportunità a cui non si può rinunciare. A quel punto, se il sindacato ci starà meglio per lui altrimenti andranno avanti comunque. Sperando, come spesso è accaduto nei tempi recenti, di spaccare i vertici sindacali e dividere i lavoratori.

Non per nulla hanno chiamato Cimoli a dirigere la società, colui che alle Ferrovie dello Stato ha tagliato quasi 50mila posti di lavoro, assumendone poi 20mila precari mal pagati. Li vediamo tutti i giorni i risultati del “rilancio” delle Ferrovie dello Stato. Prezzi esorbitanti, sicurezza quasi inesistente, lavoratori spremuti come limoni e pendolari abbandonati a se stessi.

Pubblica ma sotto il controllo dei lavoratori

L’Alitalia è un’azienda statale nella quale i lavoratori svolgono il proprio lavoro in modo onesto e dignitoso. Gli sprechi, la malgestione non dipendono dai lavoratori ma dai manager e burocrati sindacali che in questi anni hanno fatto il bello e il cattivo tempo. Ogni qualvolta si è tentato di risanare l’azienda, sono sempre e comunque stati i lavoratori a “tirare la cinghia”. L’Alitalia, ci dicono, è un patrimonio pubblico, ma nessun lavoratore ha mai avuto voce in capitolo su come andrebbe gestita. I problemi dei lavoratori non si possono risolvere tagliando posti di lavoro o privatizzando i servizi. I problemi dei lavoratori di Alitalia, come di Parmalat, della Fiat o di qualunque altra azienda in crisi, pubblica o privata che sia, si risolvono togliendo il controllo ai padroni, gestendola non nella logica del profitto ma sulla base degli interessi dell’insieme della società e sotto il diretto controllo dei lavoratori.

I risultati delle privatizzazioni totali o parziali (Alitalia è pubblica per il 67%) sono sotto gli occhi di tutti. Peggioramento dei servizi, aumento delle tariffe, diminuzione della sicurezza, licenziamenti di massa. Gli unici a guadagnarci sono i capitalisti che prima fanno fallire le aziende, poi se le comprano per quattro soldi. Per difendere i lavoratori Alitalia è necessario redistribuire il lavoro a parità di salario, regolarizzare i lavoratori precari, rilanciare la compagnia come servizio pubblico e non come fonte di profitti per i padroni.

Tuttavia, per ottenere questo obiettivo è importante che i lavoratori, dopo aver mostrato decisione e determinazione ovvero le uniche armi che hanno costretto i vertici sindacali in questi mesi a non firmare il solito accordo capestro, devono riappropiarsi della direzione e della gestione della vertenza. I vertici hanno mostrato di non essere affidabili, accettando condizioni scandalose per riprendere la trattativa il 30 aprile, e impegnandosi a riportare la pace sociale in azienda.

È necessario che i lavoratori si pongano l’obiettivo di eleggere propri rappresentanti che seguano passo passo le prossime trattative. Comitati di trattativa, eletti in tutti gli aeroporti e da tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti ai sindacati, che si coordinino a livello nazionale e affianchino i dirigenti sindacali nella trattativa.

Inoltre la lotta va allargata a tutti i lavoratori del trasporto aereo e non solo. I lavoratori del trasporto pubblico, delle ferrovie, del trasporto marittimo, ecc. in questi anni sono stati oggetto di attacchi alle condizioni di lavoro. L’intento è sempre stato ovunque quello di privatizzare il servizio, socializzare e fare pagare a tutti i lavoratori le perdite del settore e rendere privati i profitti. Solo unendo le forza di tutti i lavoratori sarà possibile contrastare il piano del Governo e dei vertici aziendali e superare le incertezze dei dirigenti sindacali. Solo continuando sulla strada della determinazione vista in questi mesi potrà iniziare una nuova stagione di rilancio dell’Alitalia, pubblica, gestita dai lavoratori e nell’interesse delle esigenze di trasporto di tutta la società.

 
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