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Palestina
Sharon punta a scatenare la guerra civile a Gaza. Gli assassinii nell’arco di poche settimane per mano dell’esercito israeliano del leader di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin e del suo successore Abdel Aziz Rantisi, segnano un salto di qualità nell’offensiva scatenata da Sharon in questi ultimi mesi.
Oltre 7.000 detenuti politici, tra cui 386 minorenni e 86 donne (Il Manifesto 18-4-2004) chiusi nelle carceri israeliane e la politica di esecuzioni mirate non sono stati sufficienti a piegare la resistenza delle masse palestinesi. Come si concilia la ferocia con cui Sharon persegue l’eliminazione fisica o l’annullamento di ogni personalità palestinese con l’apparente disposizione alla conciliazione verso l’Autorità nazionale palestinese (Anp) annunciata in queste settimane? La contraddizione è solo apparente: l’annuncio del ritiro unilaterale dell’esercito israeliano da Gaza (senza peraltro fissare un termine) si accompagna alla costruzione a ritmo incessante del muro di separazione in Cisgiordania voluto da Sharon e fa parte di una strategia che ha come perno la “rinuncia” a Gaza, per inglobare parte della Cisgiordania. La fame israeliana di territori agricoli non si è attenuata. Sharon, sostenuto da un settore della classe dominante, vorrebbe disfarsi del “problema Gaza”, una sottile striscia di terra, misera e sovrappopolata, priva di attrattive per l’imperialismo israeliano, ma per potersi ritirare deve poter indebolire la resistenza palestinese scatenando dietro di sé una lotta intestina per il controllo del territorio. Le uccisioni di Yassin e Rantisi sono proprio avvenute per il motivo opposto a quello dichiarato: i due leader di Hamas hanno rappresentato a lungo gli unici interlocutori per Israele con l’autorità sufficiente per controllare il conflitto in atto, spesso accompagnando a dichiarazioni bellicose una politica moderata e prudente per conservare gli equilibri complessivi con il nemico israeliano al fine di ribaltare a proprio favore i rapporti di forza all’interno dell’Anp. Purtroppo l’Anp di Arafat si sta prestando al gioco di Sharon, promettendo di schiacciare l’opposizione a Gaza una volta ritirati i soldati israeliani. L’argomento sollevato da alcuni commentatori è che un’Anp forte, nella quale Arafat possa avere un ruolo pieno, uscendo dagli arresti domiciliari a Ramallah cui è costretto da anni, potrebbe essere l’unica garanzia per Israele. Su questa scia si è posto anche il presidente egiziano Mubarak, che si è reso disponibile a prestare la collaborazione delle proprie forze di sicurezza per ricostruire una polizia palestinese “affidabile” a Gaza. Così, oltre ai cedimenti sulle rivendicazioni storiche della questione palestinese, come il diritto al ritorno per i profughi del 1948 e del 1967, la corrotta borghesia palestinese ancora una volta non perde occasione per candidarsi a portare avanti il lavoro sporco della repressione del proprio popolo per conto dell’imperialismo americano e degli occupanti israeliani. Le intenzioni di Sharon però sono diverse. Ritenendo Arafat e l’élite dirigente intorno a lui incapace di controllare la rabbia delle masse palestinesi, la prospettiva è quella della “messa in sicurezza” dei palestinesi in un veri e propri bantustan formalmente indipendenti (tra cui Gaza) nei quali relegare la maggioranza della popolazione palestinese, così come il Sudafrica dell’Apartheid concentrava la manodopera nera in stati formalmente indipendenti affidando ad una casta mafiosa di caporali privilegiati il compito di mantenere l’ordine. Sganciare Gaza per impadronirsi della metà della Cisgiordania, ricca di preziosi terreni agricoli; attuare la deportazione dei palestinesi dentro i confini delle nuove riserve loro destinate; rimuovere alcuni degli insediamenti israeliani più difficilmente difendibili (come quello nel centro di Hebron). Queste sono le linee guida del piano di Sharon. L’amministrazione Bush, preoccupata dell’escalation del conflitto in Iraq, sembra appoggiarsi con sempre maggiore decisione sull’alleato israeliano (anche per accattivarsi l’appoggio della lobby sionista statunitense per le elezioni presidenziali). I territori palestinesi delle aree A e B decise ad Oslo sarebbero circondati da ogni lato, ridotti ad una dozzina di sacche isolate, collegate fra di loro da strade speciali, ponti e tunnel che resterebbero sotto il controllo dell’esercito israeliano. Se Sharon dovesse riuscire nel suo piano, ai palestinesi resterebbe poco più del 10% del territorio della Palestina del 1948. |