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Quando la Cgil legittima la precarietà Stampa E-mail
Scritto da Silvia Ruggieri   

Il 2 Marzo è stato firmato dall’Assocallcenter (associazione nazionale di categoria), in accordo con la Filcams Cgil, il NidiL Cgil, la Fisascat Cisl e la Uiltucs Uil, il contratto nazionale dei call center in outsourcing, che riguarderà 10mila lavoratori Co.Co.Co. (su un totale di 60mila) delle 32 aziende iscritte alla suddetta associazione di categoria e avrà validità fino ad ottobre 2005.

L’accordo, salutato dal Corriere della sera come il “miracolo di San Precario”, prevede una serie di “novità”, che in realtà non sono altro che la ratifica di prassi, introdotte già nel corso di questi anni da molte aziende, per poter giustificare l’utilizzo di lavoratori Co.Co.Co., di fatto, come lavoratori dipendenti ma privi degli stessi diritti. Si tratta quindi di un avallo legale per non applicare ai lavoratori atipici del settore il contratto nazionale del terziario e dei servizi, previsto anche per gli operatori dei call-center.

Nello specifico si prevede:

• un minimo di 3 ore giornaliere di lavoro (60 mensili), con una retribuzione minima di 6,73 Euro lorde all’ora (420 Euro lordi mensili circa)

• la garanzia di piena autonomia, per il lavoratore, nella definizione dei tempi, dei luoghi e delle modalità di lavoro

• il diritto alla sospensione del rapporto di lavoro, per un massimo di 90 gg. in caso di malattia, fino a guarigione clinica in caso di infortunio, 180 gg per gravidanza e 15 gg per matrimonio

• la possibilità, per i collaboratori, di accedere alla previdenza integrativa

• una indennità di fine mandato pari all’8 % dei compensi, in caso di fine rapporto di lavoro

• l’applicazione della legge 626/94 sulla sicurezza sul lavoro

• il diritto ad eleggere i propri rappresentanti sindacali e ad un monte ore retribuito per partecipare alle assemblee

• il diritto di precedenza (prelazione) di questi lavoratori, in caso di assunzioni regolari

Ci chiediamo che cosa distingua questi 10mila dai lavoratori dipendenti dei call center di altre categorie, come la Telecom per esempio, dal momento che hanno le stesse mansioni? Perché, allora, a questi lavoratori la malattia e la maternità non vengono pagate, come avviene per i lavoratori dipendenti dello stesso settore? Perché essi hanno diritto solo all’8% del compenso, come liquidazione, invece di un regolare trattamento di fine rapporto (TFR)? E ancora, per quale motivo questi 10.000 hanno la garanzia di lavorare solo 3 ore al giorno per 6,73 euro lorde all’ora, con cui a stento si riesce a pagare l’affitto di una stanza, per poi doverne versare una parte ad un ente privato di previdenza, nella speranza di garantirsi una vecchiaia quasi dignitosa?

Come si può proporre la pensione integrativa ad un lavoratore che guadagna 420 euro lorde al mese e non ha ferie, malattia nè maternità pagate? E se un lavoratore volesse lavorare più di 3 ore al giorno, per ottenere una paga maggiore? Questo resta evidentemente a discrezione del datore di lavoro, che è libero di utilizzare i lavoratori che preferisce, nei momenti di maggiore richiesta di lavoro, secondo le proprie esigenze.

Tutto questo dimostra che, nonostante i diversi modi in cui vengono definiti questi nuovi contratti, la tipologia di lavoro che ne risulta è comunque di tipo subordinato.

A questo proposito capiamo bene come il diritto di prelazione, previsto per questi lavoratori in caso di assunzioni, rappresenti, all’interno di un contratto di questo tipo, una contraddizione: avendo a disposizione manodopera precaria, non si capisce quale interesse avrebbe un’azienda nel procedere ad assunzioni vere e proprie.

In molti si sono affrettati a dipingere questo contratto come un passo avanti nella conquista dei diritti dei lavoratori; ma la realtà è che la precarietà del lavoro non viene messa assolutamente in discussione; si cerca solo di renderla legale, allontanando sempre più la possibilità, per i precari, di vedersi riconosciuti gli stessi diritti dei lavoratori dipendenti.

Una volta di più la trasformazione di tutti i contratti precari in contratti a tempo indeterminato si dimostra come l’unico obiettivo per cui valga la pena di lottare.

Al contrario, le direzioni sindacali, avallando questo tipo di accordi, firmando un contratto come quello degli artigiani oppure raggiungendo accordi che si inquadrano nelle norme previste dalla Legge 30, non fanno che andare nella direzione opposta rispetto a quella che bisognerebbe imboccare per rispondere seriamente agli attacchi alle condizioni di vita e di lavoro che tutti i giorni questo governo porta avanti sotto dettatura dei padroni.a

 
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