Prossime iniziative
Menu
Home
Rifondazione Comunista
Politica Italiana
Movimento operaio
Giovani in lotta
Internazionale
America Latina
Venezuela
Teoria marxista
Economia
Scienza ed Ambiente
Storia e Memoria
Antifascismo
Movimento Noglobal
Immigrazione
Donne e Rivoluzione
Tutto il resto...
Archivio numeri FM
Link
Iniziative
Mailing list
Iscriviti alla nostra mailing list
L'ultimo numero di FM
fm210_small
Festa Rossa 2007
webtv
Articoli correlati
testataG
Haiti Stampa E-mail
Scritto da Roberto Sarti   

Un inferno creato dal capitalismo

NO all’intervento imperialista

Haiti é sconvolta da una guerra civile sanguinosa. Duecento anni fa fu il primo paese dell’America Latina a guadagnarsi l’indipendenza e ad abolire la schiavitù. Allora la vecchia Saint Domingue era uno dei paesi più prosperi del mondo, il primo produttore mondiale di zucchero del pianeta. Fu anche il primo, e l’unico, luogo dove gli schiavi neri sconfissero i latifondisti bianchi, guidati dai Giacobini Neri di Toussant l’Overture.

La rivoluzione del 1804 fu poi repressa nel sangue. Haiti da colonia dell’imperialismo francese diventa una dependance di quello Usa. I risultati sono sotto gli occhi di tutti; Haiti è oggi uno dei paesi più poveri del mondo. Il Prodotto interno lordo procapite annuo è di 469 dollari: la maggioranza degli haitiani vive con meno di un dollaro al giorno mentre il tasso di disoccupazione ufficiale è del 55%. La mortalità infantile prima dei sei anni di età arriva al 520 per mille!

 

L’eredità dell’imperialismo

 

Un vero e proprio inferno a poche decine di chilometri dalle coste degli Stati Uniti. Washington è intervenuta più volte per aiutare “lo sviluppo e la democrazia” nella metà occidentale dell’isola di Santo Domingo. Risale al 1915 la prima invasione che durò ben 19 anni.

Gli Usa insieme alle grandi potenze occidentali non hanno esitato, sempre nell’interesse “dell’ordine e del progresso”, a sostenere a suo tempo Papa Doc, vero nome Francois Duvalier, e poi suo figlio, Baby Doc, due fra i dittatori più sanguinari del secolo scorso. Per trent’anni dal 1957 al 1986 i Duvalier hanno spadroneggiato, scalzati dal potere solo da una rivolta popolare. È questo processo che ha portato infine al governo l’ex sacerdote salesiano Jean Bertrand Aristide, il Presidente appena deposto. Il programma con cui vince le elezioni nel 1990 prevedeva importanti riforme sociali e, con i suoi discorsi contro la corruzione e il saccheggio della nazione, Aristide era immensamente popolare fra le masse. Dopo pochi mesi però un colpo di stato militare pone fine al primo governo dell’ex sacerdote.

Quello degli anni ottanta e novanta era tuttavia il periodo in cui i governi degli Stati Uniti preferivano fragili governi “democratici” nei paesi dell’America Latina per difendere i propri interessi. I regimi dittatoriali sono in genere l’ultima alternativa a cui la borghesia si rivolge. Sono regimi costosi a causa dell’apparato poliziesco e militare necessario a mantenerli in vita. Inoltre, in quegli anni, diversi di questi burattini di Washington, come Saddam in Iraq o Noriega a Panama, si stavano rendendo troppo indipendenti e sempre meno facili da controllare.

Così anche ad Haiti gli Usa lanciano l’operazione “ripristino democrazia” e riportano Aristide al potere nel 1994, con un intervento militare, dettando però precise condizioni. E Aristide si piega e accetta il programma del Fmi e della Banca Mondiale. Nel 2000  tuttavia si ripresenterà alle elezioni con un programma radicale che promette la riforma agraria, investimenti pubblici e una massiccia campagna di alfabetizzazione. Su questa base il movimento Fanmi Lavalas (Famiglia Valanga) vince a man basse le elezioni, pur con alcune accuse di brogli. Questi  bruschi cambiamenti di linea politica si possono spiegare solo comprendendo che Aristide non è da considerarsi un altro docile cagnolino addestrato a Washington. Pur essendo un riformista corrotto è stato portato al potere da un movimento di massa, quello che rovesciò la dittatura dei Duvalier. Ciò da un lato forniva all’ex sacerdote un margine di manovra che utilizzava per smarcarsi, quando lo riteneva necessario, dall’imperialismo. Dall’altro ha attirato le antipatie degli Stati Uniti che dal 2000 hanno bloccato tutti gli aiuti ad Haiti.

 

Chi sono i ribelli?

 

In questi ultimi quattro anni Aristide ha fatto ben poco per eliminare la corruzione e la povertà, che anzi è aumentata: oggi si calcola che l’80% degli haitiani viva in uno stato di indigenza. Allo stesso tempo ha affrontato una crescente opposizione degli Stati Uniti e degli strati sociali più abbienti.

Lo sciopero generale convocato nel dicembre scorso, che è stata una delle scintille dello scontro frontale oggi in atto, è stato convocato tra gli altri dalla Associazione degli industriali di Haiti (Adih) e dalla Camera di Commercio, oltre che dal gruppo “Convergenza democratica” finanziato dagli Usa. Tutti fattori che lo facevano assomigliare più a una serrata padronale che ad una azione spontanea delle masse. La situazione si è complicata quando il 5 febbraio è esplosa la rivolta armata a Gonaive, quarta città del paese. I ribelli, successivamente, si sono impossessati di una città dopo l’altra, rivelando da un lato di essere ben organizzati, ma d’altra parte mettendo a nudo il basso livello di appoggio rimasto per Aristide.

Ma chi è a capo di queste forze ribelli? Una parte è formata da spezzoni dell’«esercito cannibale», il braccio armato del movimento Lavalas, che sono passati all’opposizione, ma ci sono pure le milizie di Guy Philippe e Jean–Louis Chambelain, già membri dei famigerati tonton macoutes, le squadracce al servizio di Duvalier, che giocarono pure un ruolo di primo piano nel golpe di Raul Cedras del 1991 contro Aristide. Fra chi chiedeva le dimissioni di Aristide c’è anche Jean Pierre Charles, dirigente storico della sinistra ad Haiti.

Uno schieramento confuso, in cui però il carattere reazionario è prevalente. La loro ascesa al potere sarà per le masse haitiane come cadere dalla padella alla brace.

Aristide ha provato a lanciare un appello alle masse, sfoderando un po’ della vecchia retorica antimperialista, ma la risposta non è stata sufficiente a limitare l’avanzata dei suoi oppositori. Troppi anni e troppi tradimenti sono passati sotto i ponti.. A proteggerlo erano rimasti solo quattromila poliziotti. L’unico modo per fermare il colpo di stato sarebbe stato quello di armare la popolazione di Port au Prince, dove l’appoggio al governo sembrava ancora significativo. Ma Aristide ha riposto più fiducia in un intervento della comunità internazionale, a cui ha rivolto un accorato appello, piuttosto che nelle masse. E questa decisione con tutta probabilità ha segnato la sua fine.

 

Gli USA intervengono

 

Le varie potenze imperialiste nel frattempo non sono state a guardare. La posizione di Haiti è strategica, sia per la vicinanza a Cuba che per quella agli Stati Uniti. La Francia, vecchia potenza coloniale, aveva subito raccolto l’appello di Aristide e ha delineato insieme al Canada e ad altri un piano di intervento “umanitario” che prevedeva naturalmente l’invio di truppe.

Temendo di essere presi in contropiede, gli Stati Uniti, dapprima titubanti, hanno inviato 2mila marines che hanno affiancato i francesi, i canadesi e i cileni.

Alcuni strateghi di Washington  avrebbero voluto evitare un ulteriore coinvolgimento di propri soldati in giro per il mondo in un anno elettorale, ma temendo una situazione incontrollabile hanno deciso di intervenire appoggiando il cambiamento di regime. È del tutto verosimile, anche se non fondamentale per la nostra analisi, che siano stati i marines ad intimare ad Aristide di andarsene dal paese, trascinandolo a forza su un elicottero. Certo è che i ribelli accampati alle porte di Port Au Prince hanno aspettato l’arrivo delle truppe imperialiste per entrare “trionfalmente” in città e accreditarsi come “forza di sicurezza” ausiliaria.

Forse c’è qualcuno alla Casa Bianca che pensa che in questo intervento tutto filerà liscio come in quello del 1994. Ma la situazione di Haiti potrebbe ben presto tramutarsi in un bel ginepraio, con i ribelli alla caccia dei sostenitori di Aristide che, armati, sono disposti a vendere cara la pelle.

Inoltre, la situazione politica e sociale nell’area è totalmente cambiata. Solo nell’America Centrale gli scioperi generali si sono susseguiti nell’ultimo anno in maniera ininterrotta, da Panama al Costarica, fino ad arrivare allo sciopero generale di 48 ore che ha paralizzato la Repubblica Dominicana (paese confinante con Haiti) il 28 e il 29 gennaio. La presenza di truppe Usa ad Haiti costituisce un avvertimento ben preciso a Cuba e al Venezuela.

Quest’intervento potrebbe essere visto come una vera e propria provocazione nel continente. Su una cosa non ci sentiamo infatti di dubitare: se c’è un fattore che  accomuna la situazione politica dal Rio Grande alla Terra del Fuoco, è il forte odio per gli “yankees” fra ampie fasce della popolazione.

Gli Stati Uniti stanno dunque giocando col fuoco. La risposta antimperialista della classe lavoratrice dell’America Latina, e particolarmente proprio del Venezuela, potrebbe essere di grande aiuto per la classe operaia di Haiti. Una classe nell’ultimo periodo falcidiata dalla crisi economica. Su una popolazione di otto milioni di persone ci sono solo centomila lavoratori regolari! E solo una risposta rivoluzionaria della classe lavoratrice, insieme alle masse urbane e ai contadini poveri, potrà porre fine agli orrori che hanno trasformato un paradiso come Haiti in un incubo che si chiama capitalismo.

 
< Prec.   Pros. >