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In una provincia devastata dalle politiche borghesi 15 mila lavoratori scendono in piazza. Il 28 aprile i confederali indicono lo sciopero generale regionale. Il 2 marzo, Cgil-Cisl-Uil hanno indetto uno sciopero generale della provincia di Cosenza di 8 ore. Il corteo cittadino ha visto la presenza di circa 15 mila persone, quasi interamente mobilitati dalla Cgil. Significativa è stata la presenza degli studenti medi (almeno duemila) e degli universitari. Allo sciopero hanno partecipato molti lavoratori delle aziende in crisi e di quelle chiuse negli ultimi tempi, nonostante il corteo abbia percorso le vie cittadine sotto una fitta pioggia.
Gli operai della Legnochimica erano al fianco dei colleghi della Marlane, del calzaturificio di Luzzi, della Tessile di Cetraro, dell’ Intersiel, della Vallecrati. Stando nel corteo emergeva chiaramente la voglia di lottare dei lavoratori: questa è una tendenza ovvia se pensiamo alla tragica situazione occupazionale nella nostra regione. È una crisi economica e sociale senza precedenti. La crescita del Pil nel 2002 (dati Banca Italia) oscilla dal +0,4 a variazioni di segno negativo, aumenta il livello di povertà (prima regione d’Italia, con 296mila famiglie calabresi che vivono in uno stato di povertà e semipovertà), 850mila calabresi, la metà della popolazione, sono privi di beni essenziali (dati Cisl). Il tasso di disoccupazione è al 24,6% (quella giovanile è più del doppio), il tasso di lavoro irregolare è del 30% (fonte Svimez) e nell’edilizia supera il 70%. Negli ultimi anni è ripresa con forza la tragedia dell’emigrazione giovanile e delle persone con maggiore qualificazione: la deindustrializzazione di intere aree e settori produttivi (tessile in primis, ma anche legno, ecc.) è all’ordine del giorno; le grandi società di servizi pubblici (poste, ferrovie, ecc.) riducono sempre più la loro presenza nella regione. Nella sola provincia di Cosenza, nel 2003, si sono persi 4mila posti di lavoro (2mila nel solo comparto industriale -dati Cgil). E parliamo di una provincia con solo 730mila abitanti! Nell’hinterland cosentino non è rimasta una sola fabbrica e l’ultima a chiudere definitivamente, pochi mesi fa, è stata la Legnochimica che occupava 150 operai. Nella nostra provincia l’intero settore tessile è stato smantellato. È di questi giorni la chiusura della Marlane di Praia a Mare (192 lavoratori), della Tessile di Cetraro e di quella di Castrovillari. Storie comuni e destini comuni. Acquistate da capitalisti europei e del nord Italia, che promettevano ammodernamenti e rilanci aziendali, sono rimaste vittime predestinate della logica del profitto. I padroni scelgono il decentramento produttivo, chiudono in Calabria per aprire le fabbriche nell’Est Europa, comprano le aziende del sud solo per liberare quote di mercato. Questa è la vera operazione di rilancio attuata dai padroni! E poi assistiamo ai tagli alla forestazione, che dava lavoro a migliaia di famiglie, soprattutto nell’entroterra della nostra regione, con paesi interi che non hanno più fonti di reddito e nei quali non rimane a vivere nessun giovane. Ed è in questo quadro che la crescita ed il consolidamento delle organizzazioni mafiose diventa una conseguenza inevitabile. Il Prc era quasi assente nel corteo ed ha impostato la sua strategia politica nell’esperienza d’unificazione elettorale con i partiti del centro-sinistra. Il risultato di questa scelta è quello di assecondare i progetti di riforma del centro-sinistra caratterizzate da un quadro programmatico considerevolmente moderato. Sul versante sindacale la negoziazione politica con il centro sinistra ha comportato un adattamento alla politica sindacale della Cgil, in un periodo caratterizzato dal progredire della dinamica conflittuale. Lo sgretolamento delle strutture produttive che innervano il tessuto industriale della provincia di Cosenza, sono il portato del declino industriale della meccanica italiana. Le ragioni di tale declino sono inerenti alle dimensioni della struttura industriale italiana organizzata nel modello dei distretti industriali; dal fenomeno della delocalizzazione (è il caso del circondario industriale del polo tessile), al rallentamento dell’economia europea e alla salita dell’euro, in uno scenario internazionale caratterizzato dall’inasprimento della competizione commerciale. Unitamente al declino di molti luoghi tradizionali di produzione, la struttura occupazionale della provincia è interessata dal peggioramento degli assetti contrattuali e delle condizioni normative. Le piattaforme sindacali delle tre confederazioni, che avviano un ciclo unitario di mobilitazioni, presentano la massima contraddizione sul tema del secondo livello contrattuale, idea sostenuta dalla Cisl. Questa soluzione determinerà una differenziazione dei salari, legati alla produttività del lavoro, uno scardinamento del contratto nazionale e un incremento della flessibilità. Il rafforzamento della base manifatturiera della provincia presuppone una forte capacità organizzativa e politica che susciti la massima unità nella lotta di tutti i lavoratori. La ricomposizione di tutti i gruppi lavorativi (dalle ampie fasce di lavoro in nero, alle innumerevoli figure lavorative precarie, ai lavoratori dell’industria) è effettuabile lanciando un programma incentrato sulle parole d’ordine: - scala mobile delle ore di lavoro e dei salari (riduzione d’orario a parità di salario, indicizzato al reale aumento del costo della vita) - insediamento sindacale in tutti i luoghi di lavoro con forme di lotta più radicali - stabilizzazione dei lavoratori precari con assunzioni a tempo indeterminato - nazionalizzazione sotto controllo operaio dei settori industriali in crisi . Il mezzogiorno soffre tuttora del ritardo dello sviluppo economico capitalistico in Italia che si è concretato nella distribuzione squilibrata del processo d’industrializzazione nel meridione. Solo in un’economia socialista è possibile superare i problemi storici del meridione e creare uno sviluppo economico armonico. |