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Cacciamo i governi di guerra! Berlusconi come Aznar Nel giro di 72 ore gli avvenimenti spagnoli hanno ribaltato una situazione nella quale tutto pareva scontato in partenza, a partire dalla vittoria elettorale del partito della destra spagnola, il Partito popolare (Pp).
Ma cosa è successo realmente nei tre giorni che sono intercorsi tra il massacro di Madrid e la sconfitta senza appello del Pp? Commentatori e analisti della stampa “autorevole” hanno provato nelle prime ore a dimostrare che dalla tragedia di Madrid stava nascendo una nuova Spagna, anzi una nuova Europa, unita e solidale al di sopra di classi, partiti e nazionalità nella lotta contro il terrorismo e per quella che chiamano democrazia. Ma i fatti di Spagna raccontano una storia radicalmente diversa. Rapidamente il dolore, l’angoscia e la paura lasciavano spazio a un tempestoso sentimento di rabbia che si è rapidamente indirizzato contro il governo. Decine di migliaia di persone hanno gridato questo sentimento nelle manifestazioni di massa sia in quelle “ufficiali” che in quelle spontanee, nonché nelle oltre 50 manifestazioni tenute a mezzogiorno del 12 marzo su appello del Sindicato de Estudiantes. Riportiamo di seguito alcuni stralci dei resoconti delle manifestazioni pubblicati dai compagni del Sindicato de Estudiantes e della rivista El Militante. Barcellona: “Il 12 marzo è stato un giorno di dolore, nelle prime ore del mattino il silenzio era protagonista. Lungo la giornata, quando diventava sempre più evidente la responsabilità di Al-Qaeda, l’emozione per l’attentato si combinava con l’odio per il Pp e il suo coinvolgimento nella guerra imperialista in Iraq. Scuole e università hanno scioperato da metà mattinata, il Sindicato de Estudiantes aveva convocato lo sciopero generale con manifestazioni. A Barcellona 50mila studenti sono scesi in piazza al grido di “solidarietà con i madrileni, né terrorismo né guerra imperialista, el pueblo unido jamas serà vencido” e “esto nos pasa por un gobierno facha” (questo accade per colpa di un governo fascista - NdT). I lavoratori che passavano applaudivano convinti. Alcuni piangevano. La sera sono scese in piazza tra un milione e mezzo e due milioni di persone. C’erano centinaia di cartelli come ‘Bush, Blair, Aznar colpevoli’, o ‘Aznar, le conseguenze della tua politica le paghiamo tutti’. Per un settore importante si è trasformata in una manifestazione contro il Pp. Piqué, Rato e altri dirigenti del Pp sono stati fischiati e contestati da migliaia di persone al grido di ‘assassini’, fino al punto che hanno dovuto letteralmente darsela a gambe protetti dalla polizia”. Huelva: “Mille studenti si sono presentati al concentramento convocato dal Sindicato de Estudiantes, i due ragazzini del Pp che sono venuti a provocare sono stati energicamente zittiti. I giovani gridavano ‘Esto nos pasa por un gobierno facha’ e quando si è presentato il sindaco (del Pp) non si aspettava di essere fischiato dagli studenti, finché ha dovuto andarsene sotto scorta. Alla sera tutta la città è scesa in piazza nonostante la pioggia battente”. Siviglia: “La maggior parte della popolazione collega l’attentato alla guerra in Iraq. Questo è emerso chiaramente alla manifestazione di 3mila studenti, che hanno in gran parte condiviso la posizione del Sindicato de Estudiantes, e quando a mezzogiorno i lavoratori dei cantieri navali (che nei mesi scorsi hanno condotto una dura lotta contro le ristrutturazioni - NdR) hanno appeso degli striscioni alla porta della fabbrica con scritte di condanna dell’attentato e la domanda ‘Pp, perché ci hai cacciato in questa guerra?” Questi e altre decine di episodi che non possiamo citare per mancanza di spazio, dimostrano come l’attentato abbia suscitato non solo emozione e dolore, ma una decisa volontà delle masse di intervenire direttamente in una situazione che improvvisamente appariva come decisiva. La natura particolarmente atroce dell’attentato, il fatto che a essere colpiti siano stati in primo luogo lavoratori, studenti, gente del popolo, ha creato una forte identificazione con le vittime. Il maldestro cinismo del governo nell’attribuire le responsabilità all’Eta, l’evidente tentativo di depistaggio politico con le uscite di dirigenti del Pp come Ana de Palacio, che istruiva gli ambasciatori spagnoli nel mondo di rifiutare energicamente qualsiasi altra spiegazione dell’attentato (e di conseguenza qualsiasi legame con la guerra in Iraq), o come il ministro dell’interno che nelle prime ore dopo la strage definiva “miserabile” chiunque non incolpasse l’Eta, sono stati la goccia che ha fatto traboccare il vaso della rabbia popolare. La reazione di massa, iniziata nelle piazze, è proseguita nell’urna. I lavoratori, i giovani, hanno impugnato la prima arma che si presentava disponibile, la scheda elettorale, e hanno letteralmente sepolto la destra. Le cifre sono inappellabili: grazie a un’affluenza record, mentre il Pp perde 700mila voti e 7 punti percentuali, i socialisti guadagnano 3 milioni di voti e oltre 8 punti percentuali, raggiungendo il 42,64%. Questo trionfo socialista non deriva certo dalle doti di Zapatero, incolore segretario del Partito socialista. È un rifiuto di tutta la politica del Pp in questi otto anni, che la tragedia di Madrid ha fatto letteralmente deflagrare. Ora la classe dominante tenterà di correre ai ripari. Zapatero ha proclamato il ritiro dall’Iraq entro il 30 giugno “se l’Onu non interviene a gestire la missione”. Onu, Europa, collaborazione internazionale al posto dell’“unilateralismo” Usa: queste saranno le parole d’ordine che la sinistra dei Fassino, dei D’Alema, degli Zapatero e degli Schroeder agiterà nel prossimo periodo. Il loro obiettivo non è quello di permettere la libera autodecisione del popolo iracheno, ma solo quello di dare una più efficace mascheratura “umanitaria” e “democratica” all’occupazione militare dell’Iraq, sulla linea di quanto fecero in passato con le “guerre umanitarie” in Bosnia, Kosovo, Afghanistan, ecc. Considerata la crescente impopolarità della guerra di Bush, l’impantanamento della strategia americana in Iraq, l’ipotesi (oggi non più impensabile) che lo stesso Bush possa perdere le prossime elezioni presidenziali, non è impossibile che in futuro tale linea possa affermarsi. Lo ripetiamo: non sarebbe la vittoria della pace sulla guerra, ma la sostituzione dell’ipocrisia più raffinata sulla ruspante e plateale arroganza dei vari Bush, Rumsfeld, Rice. Per questo, se è giusto gioire per l’umiliante sconfitta di Aznar, è decisivo ricordare una volta di più che il futuro della lotta per la pace e per un mondo libero dalla logica del profitto, dallo sfruttamento e dall’oppressione imperialista, questo futuro sarà sicuro solo nelle nostre mani, nelle mani di milioni di lavoratori, di giovani, di tutti noi che non abbiamo nulla da guadagnare da imprese indecenti quali quella di Bush, Blair, Berlusconi e soci in Iraq. Salutiamo il coraggio e la decisione con i quali i lavoratori e il popolo spagnolo hanno respinto il ricatto e le menzogne della destra, e ci prepariamo a impugnare la stessa battaglia nelle lotte che si preparano. Il 20 marzo a Roma, il 26 marzo nello sciopero generale e ancora più un là, superando la remissività e l’opportunismo del centrosinistra e dei vertici sindacali e puntando con decisione a rovesciare questo governo. 15 marzo 2004 |