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Accordi di Ginevra Nelle ultime settimane si è fatto un notevole clamore massmediatico sugli accordi sottoscritti a Ginevra da una delegazione di laburisti israeliani ed esponenti ufficiosi dell’Autorità nazionale palestinese sotto gli auspici dell’Unione Europea. Perché tanto chiasso? Le principali potenze imperialiste europee, se da un lato gongolano nell’assistere alle difficoltà di Blair e Bush in Iraq, dall’altro sono spaventate dalla possibilità d’esplosione di un nuovo conflitto in Medio Oriente che metterebbe a repentaglio la stabilità della regione già scossa dall’avventura militare alleata.
Inoltre questa ingerenza europea nei piani nordamericani di “pacificazione” dell’area fino a ieri sostenuti (la “Road Map” di Bush) può essere facilmente letta come un’azione di interdizione, espressione del crescente antagonismo esploso su molteplici terreni tra Unione Europea (e in particolare Francia e Germania) e Stati Uniti. La conferenza è stata organizzata convocando al tavolo i rappresentanti di quel settore della classe dominante israeliana preoccupato che la crescente tensione tra arabi ed israeliani possa sfociare in conflitto aperto. Tra gli altri, l’ex candidato premier laburista, Mizna, e Yossi Beilin, ex ministro degli esteri del governo Barak (nonché uomo di fiducia di Shimon Peres). Per evitare illusioni sul loro “pacifismo” basterebbe ricordare che l’attuale “eroe” del “processo di pace”, Beilin, negli anni ’80 collaborava attivamente con il regime razzista sudafricano dell’apartheid per architettare una soluzione “definitiva” del problema palestinese sul modello delle Riserve indiane o dei Bantustan. L’allegra brigata di squali con passaporto israeliano è stata fronteggiata, in serrate trattative, da noti “paladini” della causa palestinese tra cui Abed Rabbo, personalità spesso usata da Arafat per incursioni diplomatiche disinvolte, altri due ex ministri dell’Autorità palestinese e uno stuolo di “rappresentanti” privi di alcuna reale autorità nei confronti delle masse per conto delle quali vorrebbero decidere. Il piano è stato dato in pasto all’opinione pubblica mondiale come la prova finale che esisterebbero margini per una soluzione negoziata che accontenti tutti e che trattative condotte da uomini di “buona volontà” non accecati dall’egoismo possano sfociare in un accordo che assicuri la convivenza pacifica e garantisca una via d’uscita negoziata dal conflitto Mediorientale. La realtà è ben diversa. Il mastodontico (e costoso) marchingegno della “conferenza di pace” ha riproposto una versione rimasticata di piani (sostanzialmente quelli alla base dei colloqui di Camp David collassati nel luglio 2000) che hanno trovato da anni adeguata sistemazione nelle pattumiere delle diplomazie mondiali. Unica differenza nel copione è il cedimento su tutta la linea della delegazione palestinese: in cambio di concessioni simboliche i “rappresentanti” palestinesi hanno rinunciato a una delle rivendicazioni centrali storiche della questione palestinese, cioè il “diritto al ritorno” dei profughi, oltre a riconoscere di passata Israele quale stato del popolo ebraico. Termini dell’accordo Come abbiamo detto, secondo il testo dell’accordo i “palestinesi rinuncerebbero al diritto al ritorno dei profughi” alle loro terre. Si tratta di uno dei nodi centrali della questione palestinese. I profughi sono attualmente oltre 5 milioni; famiglie espropriate di ogni cosa e cacciate dai loro villaggi nel 1948 all’atto della nascita dello stato israeliano e dopo la guerra del 1967. La metà di essi vivono ancora oggi ammassati in condizioni subumane in campi profughi disseminati per la Cisgiordania, Gaza, il regno di Giordania, la Siria, l’Egitto e il Libano. Una parte di loro dovrebbe restare negli attuali paesi ospitanti, un’altra verrebbe accolta nei territori dell’Anp. Escluso anche ogni automatismo di risarcimento o compensazione monetaria per le perdite e le sofferenze patite. “I palestinesi inoltre riconoscerebbero Israele come Stato del popolo ebraico e si impegnerebbero a disarmare ogni milizia e reprimere chi volesse proseguire la lotta armata.” In cambio “Israele si ritirerebbe entro i suoi confini del 1967”, con alcune parziali eccezioni a tutela della sovranità israeliana sugli insediamenti coloniali che circondano la città araba a Gerusalemme Est e di alcuni insediamenti in Cisgiordania, mentre altri verrebbero smantellati, in particolare Ariel, Efrat e Har Homa finirebbero sotto la giurisdizione palestinese. Israele manterrebbe anche l’insediamento di Halutza a Gaza. La spianata delle moschee di Gerusalemme sarebbe assegnata all’Anp, ma presidiata da una forza internazionale. Opposizione di massa tra i palestinesi Rispetto ai colloqui di Camp David del luglio 2000 sono cambiate molte cose. Le condizioni di vita delle masse palestinesi sono drasticamente peggiorate. Secondo il rapporto dell’inviato speciale dell’Onu Jean Ziegler, pubblicato ad ottobre dello scorso anno, la morsa dell’esercito d’occupazione israeliano che sta strangolando Gaza e la Cisgiordania ha portato ad una catastrofe umanitaria. I tassi di malnutrizione grave a Gaza sono equivalenti a quelli dell’Africa subsahariana: il 22% dei bambini sotto i 5 anni (a fronte del 7,6% del 2000) soffre di malnutrizione acuta o cronica; il 15,6% è affetto da anemia acuta che in molti casi ne pregiudicherà lo sviluppo fisico e mentale. Il consumo di generi alimentari è crollato del 30% pro capite. Oltre la metà delle famiglie palestinesi mangia una sola volta al giorno e il 60% (75% a Gaza) vive in condizioni di povertà acuta. A causa del blocco, gli spostamenti sono quasi impossibili (strade interrotte da blocchi di cemento o trincee, oltre a numerosi check point che costringono ogni volta a trasbordare le merci su camion provenienti dall’altro lato), la disoccupazione dilaga (100mila solo quelli che hanno perso il lavoro in Israele) e il prezzo dell’acqua di cisterna (quando arriva) è salito dell’80%. Meno dell’1% del raccolto di olive del 2002 è stato venduto sul mercato mondiale a causa delle restrizioni imposte da Israele alle importazioni ed esportazioni dell’Anp. L’agricoltura è in ginocchio a causa della carenza d’acqua e delle distruzioni dell’esercito di occupazione che si accanisce sulle cisterne, le reti idriche e le coltivazioni di ulivi ed agrumi (rispettivamente 2,5 milioni ed 1 milione di piante sradicate), oltre ad impedire i raccolti ed ostacolare sistematicamente il lavoro dei contadini. Nonostante la popolazione sia letteralmente stremata da oltre tre anni di resistenza e di lotte durissime, l’opposizione a questo accordo è quasi unanime, tanto da spingere addirittura il Consiglio legislativo palestinese a chiedere ad Arafat di prendere posizione contro l’accordo e tanto da portare il rappresentante dell’Olp per i rifugiati Abdallah Hourani a dichiarare che se la sua organizzazione dovesse sacrificare il diritto al ritorno dei profughi, cesserebbe di essere la “sola e legittima rappresentante del popolo palestinese”. L’opposizione di massa all’accordo ha reso evidente che, pur avendo un tacito appoggio da parte di Arafat la posizione espressa dal capo delegazione Abed Rabbo rifletteva esclusivamente gli interessi di una ristretta élite palestinese disposta a tradire la lotta di liberazione per consolidare una propria posizione di privilegio. Crescenti tensioni nella società israeliana Sull’altro fronte la reazione isterica di Sharon alla firma di un accordo pur privo di qualsiasi ufficialità riflette una crescente divisione nella classe dominante israeliana. Sharon vuole inasprire lo scontro con i palestinesi per distogliere l’attenzione delle masse israeliane dai problemi interni. La crisi economica che attanaglia Israele è resa ulteriormente esplosiva dai tagli alle spese sociali per le ingenti spese militari, ormai fuori controllo. Un settore ampio della classe dirigente teme un’esplosione sociale. I crescenti attriti fra la direzione della centrale sindacale Histadrut e il governo, che potrebbero portare ad una rottura degli equilibri interni alla società israeliana, sono la più chiara espressione delle tensioni profonde che si stanno accumulando tra le masse. I lavoratori israeliani stanno sperimentando livelli di disoccupazione senza precedenti e drastici tagli al potere d’acquisto dei salari, mentre il ministro dell’economia Netanyahu abbatte la sua scure su previdenza, sussidi e amortizzatori sociali. Gli attacchi congiunti del governo e dei padroni alle condizioni di vita della maggioranza dei lavoratori israeliani si esprimono in una crescente pressione sulle organizzazioni sindacali che hanno già portato ad alcuni scioperi e alla minaccia di uno sciopero generale. La tanto declamata “alternativa dal volto umano” alla Road Map di Bush ha dimostrato in poche settimane di non essere altro che un piano infarcito di cedimenti degli esponenti palestinesi e formulazioni del tutto avulse dal reale contesto, contribuendo ad evidenziare la fragilità degli equilibri raggiunti da Israele e dall’imperialismo americano, dopo tre anni di crescente repressione sui Territori. Dopo la farsa di Ginevra è più che mai vero che non vi sia una soluzione possibile del conflitto arabo israeliano senza toccare le fondamenta stesse del capitalismo. |