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In Parmalat governo e padroni preparano il gioco dello “sciacallo” Stampa E-mail
Scritto da Andrea Davolo   

 I 4.000 dipendenti dei vari stabilimenti italiani della Parmalat sono sempre più preoccupati e cercano di capire cosa ne sarà del loro posto di lavoro.a

Per dare un idea di quello che potrebbe accadere è sufficiente far parlare lo stesso ministro Marzano, autore del decreto governativo “salva-Parmalat”, secondo cui sarebbe necessario vendere alcune delle società cosiddette “non strategiche”, o l’europarlamentare di Forza Italia Brunetta, secondo cui addirittura la Parmalat sarebbe “un mostro da fare a pezzi e ammazzare”. È comprensibile l’opposizione dei delegati sindacali ai progetti “spezzatino”: è, infatti, una strategia speculativa ormai consolidata dalle multinazionali quella di acquisire nuovi marchi e successivamente chiudere gli stabilimenti accaparrandosi la fetta di mercato corrispondente. Tra le attività “non-strategiche” cadrebbe il settore dei prodotti da forno (600 dipendenti), mentre si è avanzata un ipotesi di vendita anche per la Centrale del latte di Roma. Intanto, sembra che le misure straordinarie previste dal decreto Marzano, non valgano per tutti i marchi della Parmalat: la Latte Sole si è vista infatti chiudere le linee di credito dalle banche e la produzione si è fermata negli stabilimenti di Catania, Termini Imerese e Ragusa.

Una situazione che in Sicilia mette in pericolo le condizioni di vita di 2000 famiglie tra dipendenti diretti, dell’indotto e della filiera. I lavoratori delle varie aziende Parmalat stanno presto giungendo alla conclusione che le prospettive non potranno che essere quelle di una lotta coordinata e unificata contro il massacro che si prepara. Da parte nostra vi sarà il pieno sostegno e la solidarietà attiva verso i lavoratori con i quali vogliamo discutere della rivendicazione dell’occupazione degli stabilimenti e della gestione operaia delle aziende come unici mezzi per impedire il rullo compressore della ristrutturazione, dei licenziamenti e della cassa integrazione.

Difendiamo i nostri posti di lavoro!
 
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