|
Sono passati più di due mesi da quando l’Alitalia ha presentato un piano industriale per il 2004-2006, con 2.700 esuberi da rendere operativi entro fine gennaio. Da più di due mesi si susseguono scioperi, sit-in, presìdi e cortei interni dei lavoratori di Fiumicino e del centro direzionale della Magliana.
Dopo aver più volte bloccato l’aeroporto nel mese di dicembre, con mobilitazioni per lo più spontanee, il 2003 si è chiuso con un incontro tra governo, sindacati e azienda che rinviava di un mese il limite massimo per raggiungere un accordo sugli esuberi. Come era del tutto auspicabile, i lavoratori non hanno aspettato la fine di gennaio con le mani in mano e molte sono state le giornate di lotta che hanno scandito questo periodo di trattative. Lo sciopero del 19 gennaio ha avuto un ottimo successo, tre giorni dopo 400 lavoratori dello smistamento e stivaggio bagagli sono scesi in sciopero a sorpresa, il 26 c’è stato un corteo interno e ancora il 3 febbraio c’è stata una mobilitazione unitaria di tutti i lavoratori di Fiumicino e della Magliana che hanno di nuovo bloccato l’aeroporto per diverse ore. La risposta dei lavoratori è sempre stata pronta, come nel caso dello sciopero organizzato immediatamente contro l’attacco dell’azienda nei confronti di un delegato “reo” di aver organizzato un’assemblea improvvisa durante l’orario di lavoro. Purtroppo però, questa disponibilità a lottare si è scontrata spesso con una frammentazione sindacale che ha fatto sentire i suoi effetti in particolar modo durante lo sciopero di Fiumicino; il clima è stato sempre combattivo, ma con una migliore organizzazione si sarebbe potuta ottenere una maggiore partecipazione ed una migliore coesione. Tutto questo si è visto particolarmente nella giornata del 26. Cgil, Cisl e Uil avevano disdetto all’ultimo momento lo sciopero. Molti lavoratori, che avevano deciso comunque di scioperare, si sono spostati all’ingresso di uno dei settori dove si continuava a lavorare, per cercare di convincere gli indecisi a prendere parte alla mobilitazione. Questo gesto ha creato alcuni momenti di tensione con la polizia che presidiava il cancello ed ha provocato accese discussioni tra gli appartenenti alle diverse sigle sindacali ma, purtroppo, non ha ottenuto l’effetto voluto. Sia nella giornata del 19 che in quella del 26 sono apparsi chiari sia i punti di forza – e sono molti - sia i punti deboli che caratterizzano questa lotta, sui quali è necessario ragionare attentamente per essere più preparati per le battaglie che ci attendono nel prossimo futuro. La determinazione, la rabbia, la generosità e la voglia di riscatto dei lavoratori che stanno portando avanti queste mobilitazioni costituiscono un enorme potenziale, una grande riserva di energia che può determinare la vittoria in questa vertenza e costituisce nello stesso tempo un importante precedente per i milioni di lavoratori che stanno traendo importanti lezioni dalle lotte che si stanno sviluppando all’Alitalia e tra gli autoferrotranvieri. Molte volte, in passato, abbiamo visto come una grande forza che non trovi i giusti canali di espressione rischia di disperdersi e di perdere gran parte del suo potenziale di impatto. Il problema dell’organizzazione e della direzione delle lotte è fondamentale e rappresenta la questione principale da risolvere. Presupposto primario per farlo è la più ampia democrazia, che passa necessariamente per la costituzione di comitati di lotta, che nascano dalle assemblee dei lavoratori e che possano rappresentare le strutture più adatte a creare, nei tempi più rapidi, il coordinamento tra i lavoratori. La trattativa, inoltre, deve essere nelle mani di delegati che rispondano unicamente a questi comitati e che siano revocabili nel momento in cui il loro atteggiamento non dovesse rispondere alla volontà della maggioranza di chi li ha eletti. Sul futuro dell’Alitalia di parole inutili ne abbiamo sentite parecchie: ingresso del Comune di Roma, della Provincia e della Regione nel capitale sociale, investimenti del governo per gli ammortizzatori sociali, collocamenti di lavoratori in altre aziende e quant’altro. È chiaro il tentativo di continuare, dietro alle dichiarazioni di facciata, la svendita di un’azienda che molti esponenti del governo hanno ammesso che a loro ormai non interessa più. Per loro i giochi sono già fatti e hanno concluso una fusione con Air France e Klm in cui di fatto viene prevista la chiusura o il ridimensionamento di una serie di settori, come quello della manutenzione o il Centro Elaborazione Dati e la cessione di importanti linee interne (e non solo, si parla anche dei collegamenti con Parigi), che garantiscono una mole di profitti che fa gola a molti. A tutto questo i lavoratori hanno già detto no. E nessuno pensi di poter chiudere a cuor leggero una trattativa che non preveda il ritiro totale del piano industriale presentato dall’azienda. L’Alitalia appartiene solo ai lavoratori e dei lavoratori deve essere, quindi si ritirino tutti gli spezzettamenti degli ultimi anni, che hanno permesso le peggiori scorribande da parte dei soggetti più disparati. In questo senso, la lotta per il ritiro del piano industriale non è che il primo passo per la difesa del carattere pubblico dell’Alitalia. E quando diciamo “difendere il carattere pubblico” non pensiamo che l’Alitalia debba essere formalmente dello Stato e gestita da un manipolo di burocrati che la portano avanti negli interessi di chi ci sta puntando gli artigli sopra, come è successo negli ultimi anni. No! L’Alitalia deve rimanere pubblica e gestita democraticamente dai lavoratori. |