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Un “buco nero” del capitalismo Stampa E-mail
Scritto da Andrea Davolo   
Parmalat

 

Una facciata di rispettabilità, il lavoro per oltre 37mila dipendenti (di cui 4mila in Italia e 33mila all’estero), un impero sul quale il sole sembrava non tramontare mai. Così si presentava la Parmalat, una delle principali aziende alimentari italiane, prima che iniziassimo ad intuire il grande bluff che ha permesso al gigante di Collecchio di continuare a crescere smisuratamente acquisendo più di 80 imprese in 4 anni.

La gestione della faraonica “campagna acquisti” condotta tra il 1997 e il 2001 aveva condotto ad un aumento, anno dopo anno, del passivo del Gruppo. Così a Collecchio devono aver pensato che il modo migliore per controllare la situazione fosse inventarsi degli attivi.

Ora, le inchieste giudiziarie hanno scoperchiato quindici anni di falsi bilanci (già nel 1988 l’azienda subiva ingenti perdite), volti a regolarizzare la situazione debitoria, falsificazioni che hanno raggiunto il loro culmine con la creazione di conti bancari inesistenti.

Come risultato, Tanzi e i suoi “amici” sono riusciti a far scomparire almeno 10 miliardi di euro, pari all’1% del Pil nazionale, anche se, al momento in cui scriviamo, secondo i pm milanesi il buco potrebbe ammontare fino a 13 miliardi di euro. Di questi, 500 milioni sarebbero stati sottratti dalle casse della Parmalat da Tanzi in persona mentre 4 miliardi (una cifra da manovra finanziaria del governo) mancherebbero dalle casse della Bonlat, una società controllata, sulla quale si sarebbero scaricati i passivi accumulati.

È stupefacente come i vertici di Parmalat siano riusciti a fabbricare i falsi documenti che certificavano l’accreditamento di tutto questo denaro presso la Bank of America: utilizzando uno scanner che riproduceva il logo della banca! Ma è ancora più sorprendente la capacità che mostra il capitalismo finanziario, sempre più deregolamentato, nel determinare, attraverso dissennate manovre speculative, crisi di aziende assolutamente sane dal punto di vista produttivo. Questa è stata la prima incredula reazione dei lavoratori: “Siamo ancora troppo stupiti, sconcertati – hanno dichiarato le Rsu – anche perché il 2003 ha costituito un vero e proprio boom sul fronte della produzione. Inoltre, sempre nel 2002-2003 sono state assunte 140 persone con contratto di lavoro a tempo indeterminato”. Fondatamente, questi elementi, accompagnati ai forti investimenti tecnologici, avevano dato tranquillità ai lavoratori: “Addirittura a gennaio 2004 avrebbe dovuto essere installato un impianto per potenziare la produzione di latte in bottiglia dal mese di giugno” ha aggiunto un impiegato. La solida realtà industriale della Parmalat è dimostrata dal fatto che l’azienda lavora più di 4milioni di ettolitri di latte al giorno.

 Ma si sbaglia chi crede che comunque l’intera vicenda finanziaria non sia legata a doppio filo con la stessa vicenda industriale del gruppo Parmalat. A sinistra e nel sindacato, in questi giorni, si è fatto un gran parlare di come il crack Parmalat sia da addebitare alle caratteristiche del capitalismo italiano, “familiare” e straccione, o ai meccanismi perversi di una finanza priva di etica. Ci si dimentica forse che casi simili hanno travolto anche la Enron e la Worldcom negli Stati Uniti e come quindi siano vicende connaturate al sistema capitalistico e non, invece, delle sue distorsioni.

In questo senso non è da sottovalutare il fatto che la tendenza all’aumento dei processi di concentrazione, attraverso le acquisizioni e l’assorbimento delle aziende competitrici, sia dovuta ad un calo del profitto che spinge realtà come la Parmalat ad espandersi e ramificarsi nel tentativo di aumentare gli utili. È questo il processo che sta dietro alle vicissitudini non solo della Parmalat, ma anche dell’altro recente scandalo che ha coinvolto il gruppo Cirio. Non a caso, queste due aziende, sono state le principali protagoniste dei movimenti più importanti avvenuti nel mercato italiano del latte sul finire degli anni ‘90. Queste operazioni, mentre aggravavano la situazione finanziaria dei due gruppi, mettevano sulla strada centinaia di lavoratori.

Ecco alcuni esempi interessanti. In seguito all’acquisizione della Centrale del latte di Cremona da parte del gruppo Parmalat, il personale veniva in parte “ricollocato”, in parte mandato in pre-pensionamento. Sempre la Parmalat diventava proprietaria nel ‘97 della Centrale del latte di Monza decidendo successivamente un piano di riorganizzazione aziendale con dismissione dell’attività produttiva; in questo caso, i 21 miliardi sborsati dalla Parmalat hanno escluso tutti i concorrenti locali. Risulta quindi lampante che l’acquisto sia stato mosso da fini speculativi: acquistare il marchio, conquistare la fetta di mercato e poi chiudere.

Il rischio più che reale è che a pagare il prezzo delle “meraviglie” del capitalismo siano anche stavolta migliaia di famiglie di lavoratori. Già nel 2000 il piano di riorganizzazione aziendale aveva comportato la mobilità lunga per 600 dipendenti.

In base al decreto Marzano, il commissario straordinario Enrico Bondi ha sei mesi di tempo per risanare la Parmalat Spa attraverso cessioni parziali dell’attività industriale o attraverso la dismissione di rami di aziende dell’impresa. La Granarolo è già uscita allo scoperto dichiarando il suo interesse per alcuni marchi, ma anche Coca-Cola, Kraft e Nestlè pare abbiano nel loro mirino le quote di mercato e gli impianti della Parmalat (140) sparsi in tutti i 5 continenti.

Le delegazioni sindacali si sono già apertamente pronunciate contro lo “spezzatino” del Gruppo e contro un intervento sull’occupazione o sui siti produttivi; operazioni che significherebbero una grave e sicura minaccia per migliaia di posti di lavoro. Solo per il territorio di Parma stiamo parlando di 2.200 occupati tra dipendenti diretti e delle controllate senza contare l’intera filiera alimentare (si calcola che gli allevatori interessati siano 5.000 in tutta Italia) e l’indotto che comprende, ad esempio, fabbriche metalmeccaniche che producono macchine per l’imballaggio e il confezionamento. Intanto i lavoratori si stanno organizzando perché, anche se il congelamento della situazione debitoria ha scongiurato il rischio di uno stop immediato della produzione, come rivelato da un delegato sindacale, “Restano fortissime le preoccupazioni per le prossime settimane e non resteremo certo a guardare. Una cosa è certa: questa volta non saranno i lavoratori a pagare i danni del crack finanziario”.

Le prime avvisaglie di quelle che potrebbero essere le conseguenze di questa misera e moderna “favola” del capitalismo le abbiamo già viste in questi giorni. Nonostante il decreto del governo mirasse a rassicurare i creditori, alcuni allevatori, con i pagamenti fermi da 5 mesi e senza sufficienti certezze sui crediti pregressi, hanno deciso di sospendere le forniture di latte. Per gli stessi motivi più di 100 produttori di latte nel sud-ovest della Francia rischiano il fallimento e alcune aziende agricole nel Friuli-Venezia Giulia hanno minacciato il licenziamento di 200 lavoratori; inoltre, la produzione nello stabilimento Eurolat di Lodi, controllato dalla Parmalat, privo di materia prima, procede a singhiozzo obbligando circa 150 lavoratori a prendere ferie o permessi.

I fatti indecenti che hanno coinvolto i gruppi Cirio e Parmalat hanno illuminato a giorno la natura del capitalismo e il vero volto dei padroni. È scandaloso che il governo Berlusconi abbia dato il “via libera” ad operazioni di questo genere attraverso la depenalizzazione del falso in bilancio. Tuttavia, questi mostri sono generati da un sistema che non permette alcun tipo di controllo e di verifica da parte dalla maggioranza della società: i lavoratori. Come correttamente ha dichiarato Chiraco, segretario della Flai-Cgil, “Non si può permettere alle imprese di avere carta bianca sulle operazioni finanziarie. Non c’è alcun controllo sui capitalisti che distruggono il paese”. Ma questa doverosa osservazione deve essere portata alle sue logiche conseguenze: l’apertura dei libri contabili, la nazionalizzazione delle aziende in crisi e  il controllo diretto di queste da parte dei lavoratori è l´unica soluzione che permette di evitare frodi, furti e speculazioni.

È utopistico attardarsi a rivendicare maggiori controlli da parte di Bankitalia, Consob o altri autorevoli enti. Le promiscuità affaristiche fra Tanzi e Bankitalia attraverso l’ex Banca di Roma, oggi Capitalia, venute alla luce in questi giorni e che il governo cerca di utilizzare per favorire i propri giochi di potere, ci chiariscono solo una cosa: il controllo e le sorti del nostro lavoro e dei nostri risparmi non possono essere lasciati nelle mani di pochi squali senza scrupoli. Il controllo delle aziende a chi vi lavora!   

 
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