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Alfa Romeo: prima il danno, poi la beffa Stampa E-mail
Scritto da Tatiana Chignola   
Dopo un anno di lotte contro la cassa integrazione e per tirare alla fine del mese con solo 630 euro di stipendio, gli operai dell’Alfa di Arese subiscono un ulteriore attacco, al quale concorrono anche i vertici sindacali di Fiom, Fim e Uilm.

Quando si è trattato di apporre una firma, le organizzazioni sindacali non si sono mai tirate indietro dalla vertenza Alfa. Peccato che non si possa affermare lo stesso per i periodi di mobilitazione più intensa, quando gli operai necessitavano più che mai di un reale sostegno da parte delle proprie organizzazioni sindacali.

Ora la situazione è anche peggiore. Il 21 Novembre scorso, il governo ha presentato il decreto che concede la proroga di un anno della cassa integrazione ai 550 operai di Arese. Il lavoratore che è ammesso al trattamento, però, è obbligato a:

- frequentare tutti i corsi di formazione proposti dalla Regione ai cassintegrati.

- acconsentire all’impiego in lavori socialmente utili, anche non retribuiti.

- accettare qualsiasi posto di lavoro entro un raggio di 50 km dalla sua abitazione, o con un tragitto che non superi gli 80 minuti di percorrenza con i mezzi pubblici.

Nel caso in cui il lavoratore si rifiuti di svolgere una delle suddette attività, il trattamento economico decade e il cassintegrato perde qualsiasi beneficio di legge, compresi gli obblighi che il datore di lavoro ha nei suoi confronti.

In poche parole: in cambio di un anno di cassa integrazione alternativo alla minaccia di mobilità, il decreto mira ad ottenere la firma dei sindacati sul piano industriale, che prevede la chiusura dell’Alfa, la rinuncia a tutte le cause penali e il passaggio dei lavoratori da cassintegrati a esuberi, con la facoltà di poterli licenziare non appena non rispettino l’accordo. La conseguenza diretta è l’azzeramento dell’accordo precedente, con cui la Regione si impegnava a sviluppare il polo della mobilità sostenibile ad Arese e a reintegrare i lavoratori nelle nuove aziende dell’area.

Di fronte a questa proposta, i cassintegrati hanno convocato un’assemblea, in cui il decreto è stato respinto a stragrande maggioranza: solo cinque voti favorevoli e quattro astenuti, su circa trecento votanti. Fiom-Fim-Uilm, che a differenza di Slai Cobas e Flmu avevano indicato di accettare la proposta, dopo la sconfitta hanno indetto un’altra votazione, coinvolgendo anche i lavoratori non interessati dalla cassa integrazione. Su 2008 dipendenti Alfa, hanno votato 511 operai, ovvero solo il 25% del totale. Ciò nonostante, Fiom-Fim-Uilm hanno ritenuto valido quest’ultimo referendum, in cui hanno prevalso i Sì, e hanno firmato l’accordo.

La nostra critica all’operato dei vertici sindacali va in due direzioni. Innanzitutto è chiaro come la proposta di proroga firmata dai sindacati confederali non sia che uno specchio per le allodole, che ha lo scopo di confondere i lavoratori e smorzare le loro mobilitazioni. In secondo luogo non si possono non denunciare i metodi delle burocrazie confederali nel condurre questa vertenza, che hanno utilizzato in maniera strumentale un referendum per nulla rappresentativo della volontà dei lavoratori per poter firmare l’accordo. In particolare, con quale faccia la Fiom di Milano porta avanti la battaglia per la democrazia sul contratto nazionale e poi accetta questo genere di manovre?

Dall’altra parte, la strada intrapresa finora dallo Slai Cobas non è abbastanza efficace. I mezzi legali e i blocchi di strade e ferrovie non vanno ad intaccare i guadagni della Fiat, delle aziende che si sono insediate nella zona ex Alfa o quelli dell’onorevole Paolo Conte dell’Udc, proprietario dell’intera area di Arese.

Per questi motivi è necessario che la vertenza Alfa si inserisca nel quadro più generale della mobilitazione dei lavoratori Fiat a livello nazionale. Questa azienda non ha futuro in una logica di mercato. L’unica via d’uscita è quella di unificare il fronte, dando vita ad un coordinamento nazionale di lavoratori Fiat che si ponga l’obiettivo di mantenere aperti tutti i siti produttivi. La proposta di polo per la produzione dell’auto ecologica è valida solo se si mette in discussione la proprietà (che in questo momento vuole svendere l’azienda) attraverso la sua espropriazione e nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori.

L’Alfa e la Fiat devono vivere. Ogni proposta di ricollocazione è un inganno che serve solo a dividere i lavoratori e come tale va rifiutata.

 
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