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La lotta di classe non si precetta! Stampa E-mail
Scritto da La redazione di Falce Martello   

Ferrotranvieri, Alitalia, Metalmeccanici, Vigili del fuoco…

 Radicalizzare il conflitto fino alla vittoria

L’anno 2003 si è chiuso nelle lotte. L’esplosione di rabbia degli autoferrotranvieri ha mostrato una volta di più la rinascita di un protagonismo operaio che non si vedeva da decenni. Chi ha occhi per vedere sa che quanto è avvenuto fra i tranvieri di Milano o di Genova, o fra i lavoratori dell’Alitalia a Fiumicino, può ripetersi domani in migliaia di posti di lavoro dove le condizioni di sfruttamento e precarizzazione sono giunte a livelli intollerabili, e non è un caso che i commentatori più avveduti della stampa borghese abbiano manifestato grande preoccupazione di fronte agli scioperi selvaggi e alla evidente impermeabilità dei lavoratori di fronte agli appelli alla “ragionevolezza”.

Non si tratta di episodi isolati, destinati a esaurirsi in se stessi; se guardiamo gli avvenimenti degli ultimi dodici mesi è facile vedere il filo che collega la lotta degli operai Fiat alla fine del 2002 con gli scioperi duri di tante fabbriche metalmeccaniche (in particolare in Emilia), prosegue con la rivolta che ha spazzato come un vento la Basilicata e ha costretto il governo a rimangiarsi il progetto della discarica nucleare di Scanzano, per finire con gli scioperi di dicembre nei trasporti.

È in atto un processo di radicalizzazione che si estende a strati sempre più vasti della classe operaia italiana, una presa di coscienza del fatto che bisogna fare il salto di qualità, superare la fase delle lotte puramente dimostrative, delle vertenze rituali, dei conflitti mimati più che combattuti, e trovare i metodi per colpire duramente con gli scioperi, rompere le regole del gioco dettate dai padroni, dal governo o dalla burocrazia sindacale, secondo il principio elementare che per vincere una lotta è necessario causare il maggior danno possibile alla controparte con il minor sforzo e la massima unità dei lavoratori.

 

Queste lotte, e le altre che immancabilmente seguiranno nel prossimo periodo, sono la risposta definitiva a tutti gli scettici, i sapientoni e gli organizzatori di sconfitte che per anni ed anni hanno ammorbato l’aria con le loro dotte analisi sulla fine della conflittualità, sul fatto che il proletariato non esiste più, o che non è più in grado di lottare collettivamente, che “non siamo più negli anni ‘70” e altre simili, dannose idiozie.

Ma proprio l’enorme potenziale di lotta che comincia a manifestarsi deve porre nel modo più urgente il problema decisivo: quello degli sbocchi, della direzione, degli esiti di questi conflitti.

I tranvieri di Milano, e poi di tante altre città, hanno ottenuto di più in una giornata di sciopero duro di quanto abbiano ottenuto i dirigenti sindacali in due anni di parole spese ai tavoli della concertazione. Questa constatazione è evidente, e dimostra che questi lavoratori hanno ottenuto una reale vittoria politica. Ma dei frutti di questa vittoria sono stati derubati con la firma dell’accordo siglato da Cgil-Cisl-Uil la sera del 20 dicembre, quando i vertici sindacali hanno accettato un’accordo che tradiva completamente non solo le attese dei lavoratori, ma anche le rivendicazioni della piattaforma sindacale ufficiale, una piattaforma siglata, è bene ricordarlo, due anni fa nel pieno rispetto dell’inflazione programmata e di tutte le altre trappole della concertazione.

Come è stato possibile un simile risultato? Non è mancata certo né la decisione, né la combattività. È mancata, e va detto senza ipocrisia, la chiarezza politica, è mancata l’organizzazione, è mancata la capacità di costruire fra i lavoratori in lotta quei punti di riferimento riconosciuti che potessero condurre in porto la vertenza. Tutti i lavoratori che presidiavano i cancelli durante lo sciopero sapevano che si sarebbe giunti presto al momento cruciale nel quale i burocrati sindacali avrebbero firmato un qualche accordo bidone: tutti lo sapevano, ma nessuno ha avuto la capacità di creare le condizioni per affrontare quel momento; è mancato il coordinamento, è mancata una direzione riconosciuta della lotta, che meritasse la fiducia dei lavoratori e che potesse garantire la continuità della mobilitazione fino al raggiungimento degli obiettivi fondamentali.

Dire questo non significa sminuire l’importanza di quello sciopero o il coraggio di tanti lavoratori che hanno sfidato le precettazioni e le minacce. Al contrario, se vogliamo che questa grande generosità della lotta non vada dispersa, abbiamo il dovere di dirci chiaramente che il problema della direzione, il problema dell’organizzazione, deve essere il primo problema nella mente di ogni lavoratore cosciente, che deve essere sentito come un problema urgente e bruciante per tutti noi.

 

Se è vero che i lavoratori dei trasporti hanno “sfondato” il muro di censura della stampa borghese o delle tv governative, è altrettanto vero che la strada era già stata aperta dalle lotte dei metalmeccanici negli scorsi mesi, di cui abbiamo ampiamente riferito sulla nostra rivista. Anche in quel caso abbiamo visto tornare alla ribalta metodi di lotta incisivi e radicali che da anni o da decenni non si vedevano. Eppure quella lotta coraggiosa viene oggi impantanata e tradita dagli stessi vertici della Fiom.

La lotta dei metalmeccanici era partita in polemica frontale con il vergognoso contratto nazionale siglato da Cisl e Uil. I vertici della Fiom avevano proposto una strategia di vertenze locali che puntassero ai famosi “pre-accordi” che costringessero le singole aziende non solo a concedere un aumento salariale più cospicuo, ma anche a non applicare la flessibilità estrema prevista dalla legge 30 e soprattutto a non riconoscere il contratto-truffa firmato da Fim e Uilm. Ebbene oggi lo stesso vertice della Fiom rinnega la propria strategia e apre le porte alla riconciliazione con Fim e Uilm, accettando di fatto di mettere da parte l’aspetto centrale e unificante della vertenza, ossia la lotta per un contratto nazionale di lavoro degno, e trasformando la lotta per i preaccordi in una lotta per semplici accordi aziendali, spesso limitati al solo aspetto economico, spesso contenenti concessioni inaccettabili sulla precarietà e soprattutto senza alcun accenno alla questione del contratto nazionale.

In altre parole i dirigenti della Fiom stanno tentando di chiudere la vertenza senza dirlo con chiarezza, e di far sfumare sullo sfondo la questione decisiva della difesa del contratto nazionale di lavoro. Guarda caso infatti la vertenza nella fabbrica più importante coinvolta fino ad oggi, ossia la Fincantieri, è stata con un vero e proprio gioco di prestigio trasformata da lotta per un pre-accordo a semplice lotta per un contratto integrativo aziendale; e così si torna d’amore e d’accordo con i vertici di Fim e Uilm, alla faccia di quelle migliaia di lavoratori ai quali si era detto che “senza democrazia non c’è contratto” e che si sarebbe andati fino in fondo.

 

Riassumendo: i lavoratori cercano di andare a sinistra, si spendono in mobilitazioni combattive e partecipate, cercano di fare fronte alla durezza dello scontro imposta da un padronato e un governo sempre più arroganti e intransigenti. Dall’altra parte, i dirigenti sindacali e della sinistra viaggiano nella direzione opposta: verso destra. Questo è il problema che qualsiasi mobilitazione si trova ad affrontare e che dobbiamo risolvere.

È chiaro che una parte maggioritaria dell’apparato della Cgil e dei Ds ha una risposta semplice a questo problema: con le prossime elezioni, ci dicono, cacceremo Berlusconi e allora potremo affrontare tutti i problemi. È un argomento che ha ovviamente la sua presa: il ruolo di questo governo, sia per le leggi che approva, sia per l’atteggiamento che assume di fronte ai conflitti sociali, è fin troppo evidente.

Ma si risolve qui il problema? Fassino e D’Alema pensano di poter battere Berlusconi assumendosi la parte dei paladini più ardenti del rigorismo europeista di Prodi. Non li sfiora il dubbio che una campagna elettorale nella quale la sinistra invochi il rigore e il rispetto dei famigerati parametri di Maastricht in nome dell’Euro potrebbe riservare qualche amara sorpresa al centrosinistra?

Ma lasciamo per il momento Prodi e Fassino alle loro complicate (e probabilmente fallimentari) geometrie elettorali della “lista unica” e guardiamo più da vicino nel campo della “sinistra della sinistra”, dalla Fiom, a Rifondazione, ai Cobas, alla sinistra Cgil, ecc.

 

E qui il problema appare in tutta la sua drammaticità: tutti coloro che per un motivo o per l’altro sono stati considerati vicini o interni ai movimenti di lotta più radicali nel nostro paese sono in evidente stato confusionale, in una completa crisi di prospettiva, proprio mentre le lotte operaie dimostrano di poter conquistare il centro della scena politica. E al centro di questa crisi c’è il Partito della rifondazione comunista.

Bertinotti e il gruppo dirigente del Prc hanno teorizzato per mesi ed anni la svolta verso i movimenti, anzi che il partito era il movimento, che bisognava immergersi, tuffarsi e “contaminarsi” nei movimenti, che bisognava abbandonare ogni velleità di dirigere le mobilitazioni ma che al contrario bisognava solo abbandonarsi alla corrente delle mobilitazioni e così la rifondazione avrebbe attinto nuove forze. Dopo tre anni e più di questa insistente predicazione, quali sono i risultati? Il Prc è stato completamente cancellato come presenza politica nelle lotte operaie di questo paese. Non esiste un solo esempio significativo di strutture del partito (non parliamo ovviamente di singoli militanti) che si siano poste l’obiettivo di intervenire sistematicamente nelle lotte di questo anno: non fra i metalmeccanici, non fra gli autisti, non nella lotta di Scanzano, nulla. Il partito è organizzativamente moribondo, perde iscritti, intere organizzazioni locali sono inattive. La situazione durante lo sciopero dei trasporti era addirittura imbarazzante. A Milano, epicentro della lotta, gli unici militanti del Prc che si sono presentati ai depositi per sostenere gli autisti sono stati i compagni che si riconoscono nella nostra rivista, e così in tante altre città. In Basilicata il partito è completamente sparito come forza politica durante la lotta contro le scorie.

In sette mesi di lotta dei metalmeccanici non è stata convocata una sola iniziativa che si proponesse di orientare i militanti del Prc per un intervento in quella vertenza. Siamo ormai a un punto tale che anche mobilitazioni sociali radicali non hanno alcuna influenza sulla vita del Prc, non portano nuovi militanti nei suoi circoli, il partito vive una vita completamente separata dal movimento reale della classe.

Le strutture e gli organismi dirigenti si dedicano a organizzare incontri che, in un clima spesso al limite del surreale, dibattono meraviglie quali “il programma comune dell’alleanza Prc-Ulivo per la provincia di Milano”, oppure la creazione del “tavolo congiunto Prc-Ulivo-Italia dei valori per le politiche ambientali”.

Tutto questo non avviene a caso: è il frutto marcio del connubio fra la predicazione movimentista più sfrenata e un opportunismo di sostanza che impedisce a Bertinotti di fare un solo passo che possa portare il partito a un conflitto serio con la burocrazia della Cgil; non si può criticare la Fiom, non si può criticare Epifani, e anche sulla lotta dei trasporti il Prc non ha avuto neppure il coraggio di dire che il contratto firmato è un bidone e va respinto. Si rivendica il referendum vincolante fra i lavoratori (cosa che a parole dice anche la Cgil) e non si dice se questo serve a dire sì o no! Il motivo è chiaro: un conto è fare un titolo su Liberazione in solidarietà con gli autisti, un altro è andare a organizzare una battaglia seria fra i lavoratori per rompere le uova nel paniere alla burocrazia sindacale.

Lo stato di crisi organizzativa del Prc è stato apertamente riconosciuto dalla Direzione nazionale del partito, a cominciare dallo stesso Bertinotti; eppure non sembra preoccupare molto questo gruppo dirigente, che vive appeso alle speranze di sondaggi che, a quanto parte, attribuiscono al Prc una percentuale superiore al 6% dei voti… e tanto basta!

E se questo è lo stato del Prc, certo non vanno meglio le cose per le varie “sinistre” sindacali. Cambiare rotta, sinistra della Cgil, è ormai da tempo sciolta (politicamente, se non organizzativamente) nella maggioranza di Epifani che dirige la Cgil. Quando è scoppiato il primo sciopero dei tranvieri (1 dicembre) la dichiarazione rilasciata da Giampaolo Patta, leader di questa cosiddetta sinistra, esordiva così: “Hanno certamente sbagliato i lavoratori ad anticipare lo sciopero senza preavviso”.

Abbiamo già detto di come il gruppo dirigente della Fiom stia tentando nel modo più ipocrita di scaricare una vertenza che chiaramente considera ormai un fardello troppo pesante; resta da aggiungere che in questo lavoro sporco una parte di primo piano se la stanno assumendo vedi caso proprio i dirigenti della sinistra della Fiom, a partire dal segretario nazionale Cremaschi che si è speso in prima persona nel legittimare l’operazione.

 

Potremmo continuare a lungo, ma il nostro scopo non è fare l’elenco delle miserie che affliggono la sedicente sinistra radicale. Vogliamo invece concludere richiamando all’attenzione dei lettori il punto centrale: si apre un vuoto abissale fra il potenziale di lotta che esprime la classe operaia e la politica dei suoi gruppi dirigenti, sia nel sindacato che nei partiti di sinistra, in tutte le loro articolazioni.

La questione che dobbiamo porci seriamente è: come colmare questo vuoto, ossia come scalzare queste burocrazie dalle loro poltrone e creare una direzione all’altezza dei compiti e delle necessità dei lavoratori. Questo non è un problema, questo è il problema. Noi non offriamo le soluzioni semplicistiche di chi dice che basta la lotta, o che basta uscire in massa dai sindacati o dai partiti della sinistra, fare finta che non esistano, e il problema è risolto. Più modestamente, e consci di rappresentare ancora una piccola forza, vi proponiamo di discutere assieme e di unirci per una battaglia che si ponga l’obiettivo di raccogliere quanto si sta esprimendo nelle mobilitazioni più avanzate e di indirizzare insieme le nostre energie per un lavoro sistematico, organizzato e a tutto campo per riconquistare la sinistra, la Cgil, il Prc alla difesa intransigente degli interessi di classe.

In questi mesi sono sempre di più i giovani e i lavoratori che incontriamo e che stanno riflettendo in un modo o nell’altro su questo problema decisivo. Siamo certi che saranno tanti a raccogliere questo appello e che presto ci troveremo fianco a fianco a condurre questa battaglia.

8 gennaio 2004

 
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