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Un primo bilancio dopo sei mesi di lotta Stampa E-mail
Scritto da La redazione di Falce Martello   
Contratto metalmeccanici

 

Lo sciopero dei metalmeccanici del 7 novembre ha segnato un passaggio importante non solo perché i lavoratori sono scesi in piazza per protestare contro il vergognoso contratto firmato da padroni, Fim e Uilm, ma anche perché chiudendosi il sesto mese di mobilitazione della Fiom, ci si offre l’opportunità di fare un primo bilancio della vertenza.

Un bilancio serio in cui si vedano tutti gli aspetti di questa lotta, per poter preparare nel migliore dei modi le mobilitazioni future. Vincere questa battaglia è possibile, a patto, però che si sappiano trarre i giusti insegnamenti dall’esperienza dei mesi scorsi.

La scelta di non firmare con Fim e Uilm è stata sacrosanta, tante cose si possono contestare al gruppo dirigente della Fiom, ma non questa. Cosa che invece si sono sentiti in dovere di fare diversi dirigenti della Cgil, che oltre ad aver tacciato la Fiom di avventurismo, sono andati a firmare contratti di categoria che prevedono quei peggioramenti a cui la Fiom ha deciso di opporsi.

Detto questo bisogna però aggiungere che a una giusta decisione non è seguita una adeguata reazione su come rimettere in discussione il contratto separato. Ancora oggi non è stata data una sola risposta sul perché la rottura avvenuta il 7 maggio, di cui da settimane si conosceva l’inevitabile conclusione, non ha visto da prima contromisure adeguate. Prima della rottura, e nelle settimane successive non è stata presa quell’iniziativa necessaria per creare subito un fronte esteso di opposizione. L’incertezza si è trascinata per diverse settimane, fino a quando all’inizio di giugno è stata proposta, dal Comitato centrale della Fiom, la strategia dell’articolazione e dei precontratti portata avanti finora. Questa proposta, ci dicevano, avrebbe disarticolato i padroni, dividendoli, mettendoli gli uni contro gli altri, creando quella dinamica per cui in un azienda dopo l’altra il fronte padronale si sarebbe sgretolato e il nostro contratto alla fine sarebbe stato riconosciuto.

Forse sei mesi per il gruppo dirigente possono essere considerati un arco di tempo troppo breve per verificare se ciò è realmente accaduto, per noi no. Anzi, da quello che i funzionari spiegano agli attivi, o nelle interviste sui giornali, possiamo dire che sono convinti che questo è quello che sta avvenendo. Come lavoratori, delegati della Fiom, che in questi mesi ci siamo impegnati nelle vertenze delle nostre fabbriche partecipando e sostenendo tutte le mobilitazioni possibili, il primo bilancio che ci sentiamo di fare è invece che questo non sta accadendo, crediamo che sia giunto il momento di cambiare strategia prima che sia troppo tardi.

Senza nulla togliere ai delegati e ai lavoratori che in questi mesi sono riusciti a conquistare nelle loro aziende il precontratto, spesso con dure lotte e immani sacrifici, non possiamo far finta di vedere che per ogni fabbrica dove si è riusciti a portare a casa il risultato, in altre 5 o 10, spesso dopo aver fatto pacchetti di scioperi di tutti i tipi, (articolati, a scacchiera, blocchi delle merci, ecc.) i lavoratori stanchi hanno dovuto desistere.

I dati ufficiali distribuiti dalla Fiom, aggiornati al 4 novembre, dicono che sono 1.868 (per 405mila lavoratori) le aziende che hanno aperto la vertenza. Di queste, 294 (con oltre 50mila lavoratori) hanno firmato l’accordo. Si dice altresì che stanno scendendo in campo le grandi fabbriche: Zanussi, Agusta, Abb, Whirpool, Candy, Merloni e segue una lista con tante altre grandi aziende.

Tutti dati a prima vista significativi, ma che ci pare non corrispondano allo stato reale della situazione. Per carità nessuno sostiene qui che la cifra di 1.868 fabbriche in cui si è aperto il precontratto sia falso, nè tanto meno che la lunga lista di grandi fabbriche che stanno scendendo o scenderanno in campo a breve sia inventata. La domanda è: quante di queste 1.868 aziende stanno realmente continuando a lottare, quante di queste vedono ancora un’effettiva partecipazione compatta agli scioperi. E soprattutto, perché si continua a gestire la vertenza alla spicciolata? Invece di avere un fronte che man mano si compatta, abbiamo una situazione in cui c’è un passaggio del testimone tra le aziende che cominciano a mostrare evidenti segni di stanchezza, e altre che partono solo adesso cariche di aspettative ma con il rischio di fare la stessa fine.

Senza parlare delle famose casse di resistenza decise da un Comitato centrale della Fiom che continuano a rimanere solo un buon proposito sulla carta.

In molte fabbriche si sono portate avanti lotte importanti con metodi di lotta radicali come non si vedeva da parecchi anni ma, nonostante questo, il fronte padronale non si è ancora spezzato. Anzi chi mostra di segnare il passo sono proprio le fabbriche in cui da mesi si è cercato di portare avanti la vertenza.

Alcuni esempi: a Milano, nella zona di Paderno Dugnano, a luglio erano quattro le fabbriche che dovevano partire con questo tipo di mobilitazioni. In tre di queste dopo alcune settimane di scioperi, la situazione si è arenata e oggi non si sta più scioperando. La quarta, l’Amisco, finita su diversi giornali a metà ottobre per la visita di un carabiniere chiamato dal padrone che ha girato i reparti a titolo intimidatorio, pur avendo provato per 5 settimane consecutive (con oltre 40 ore di sciopero) ogni forma di lotta con scioperi intermittenti e improvvisi arrivando a bloccare i cancelli anche a oltranza per alcuni giorni, non è riuscita a piegare la resistenza padronale.

In Emilia Romagna la Anovi & Reverberi (Modena) ha accumulato oltre 60 ore di scioperi articolati, solo per costringere il padrone a sedersi al tavolo delle trattative e sentirsi rispondere no su tutti i fronti. Questo ha costretto i delegati a tornare dai lavoratori a chiedere nuovi sforzi.

Stessa sorte alla Ocme di Parma, dove con oltre 60 ore di sciopero hanno ottenuto un incontro col padrone che in modo arrogante ha comunicato che l’unica cosa su cui è disposto a trattare è una una tantum economico. Alla Bonfiglioli di Bologna dopo una settimana di scioperi articolati, i lavoratori hanno deciso di dare una spallata presidiando i cancelli per tutto il fine settimana (sotto le peggiori intemperie che hanno colpito la città proprio in quei giorni) per poi, davanti a una continua chiusura totale del padrone, dover optare per una temporanea sospensione delle mobilitazioni.

Sono solo alcuni esempi di una lunga lista di fabbriche che ha provato e sta continuando a provare a vincere la battaglia. Al sud, stando alle tabelle presentate dalla Fiom, è stato firmato un solo contratto. Nel centro Italia la situazione non è molto migliore, esclusa la Toscana (che dopo Emilia Romagna e Lombardia è la regione con più precontratti firmati) ci sono solo 9 accordi siglati. E in tutto questo turbinio di cifre e nomi, l’unica vertenza di una grossa azienda fino ad ora realmente partita è quella della Fincantieri, che però difficilmente potrà continuare la mobilitazione se non ci decidiamo a fare un salto qualitativo nella lotta.

A tutto ciò va aggiunto che nelle ultime settimane l’arroganza padronale è andata aumentando. Dall’interpellanza parlamentare del ministro Giovanardi di alcune settimane fa sull’illegalità della lotta della Fiom, alle perquisizioni a funzionari e delegati, oltre a richieste sempre più esplicite dei padroni di far intervenire le forze dell’ordine per impedire la prosecuzione di picchetti e blocchi ai cancelli. Ecco come i padroni intendono sbrigare la faccenda.

Confindustria, pur avendo al suo interno alcune divisioni su come gestire il conflitto (e che per questo in alcune occasioni ha dato chiari ultimatum ai suoi consociati che stavano per cedere) in generale si mostra coesa, coordinata e compatta, in grado di andare a soccorrere i padroni in difficoltà.

E noi? Possiamo onestamente dire che da questa parte della barricata si sono presi gli stessi provvedimenti? O purtroppo dobbiamo constatare che un volta iniziata la vertenza sui precontratti ognuno deve fare affidamento solo ed esclusivamente sulle proprie forze? Questo è quello che vediamo nella grande maggioranza dei casi. Ma a cosa serve un sindacato confederale se poi i lavoratori devono lottare in ordine sparso, senza coordinamento, senza strategia, senza prospettiva?

Portare avanti la mobilitazione azienda per azienda alla lunga, quando i lavoratori incominciano ad accumulare un numero consistente di ore di sciopero e non si vede nessuno sbocco, determina inevitabilmente che possa prevalere la stanchezza a cui seguono i cedimenti soprattutto se l’azienda si è fatta due conti e ha deciso di resistere. È il senso di isolamento che inizia a diffondersi nelle fabbriche più combattive che hanno lottato e continuano a farlo nonostante manchi una prospettiva.

A tale proposito c’è da dire che là dove coordinamenti dei lavoratori, come a Modena, si sono fatti, questi hanno dato e continuano a dare risorse e energie ai lavoratori per tenere duro, anche dopo che diverse fabbriche hanno raggiunto un monte ore di scioperi significativo.

Le iniziative comuni organizzate dal coordinamento dei delegati aiutano la lotta. Anzi tutto nell’organizzare blocchi stradali, manifestazioni e picchetti ci sono forze molto più significative di quelle che ogni singola azienda può mettere in campo. In secondo luogo la partecipazione più estesa a queste mobilitazioni permette ai lavoratori di avere una visione più ampia della propria forza e permette di rimettere continuamente in circolazione le informazioni sulle esperienze che fanno durante le lotte nelle diverse fabbriche. Infine, e questo è sicuramente uno degli aspetti più importanti, i lavoratori di diverse aziende possono discutere, confrontarsi, facendo sì che i lavoratori più avanzati e combattivi, i più motivati di un’azienda possono convincere e motivare quelli di un’altra in cui il clima comincia ad arretrare.

L’unità fa la forza. È una vecchia legge del movimento operaio. Ma questa gestione unitaria della vertenza nazionale, (perché di un contratto nazionale si tratta) è venuta meno, diciamolo chiaramente, per le indecisioni, le ambiguità e in definitiva la deresponsabilizzazione del gruppo dirigente della Fiom. Un gruppo dirigente che vede al proprio interno una destra che vuole tornare ai bei tempi della concertazione e una sinistra altalenante che resiste ma non è disposta a basarsi completamente sulla forza organizzata dei lavoratori, che non promuove coordinamenti di delegati, che non tenta di unificare il fronte quasi temesse più i lavoratori e la loro organizzazione dal basso che gli stessi padroni. È ora di dare una svolta!

 

La Cgil emiliana abbandona la Fiom?

 

Questa si rende ancora più necessaria dopo l’episodio avvenuto il 5 novembre. Mentre migliaia di lavoratori si apprestavano a partire per il corteo nazionale a Roma, il segretario regionale  Cgil Danilo Barbi dell’Emilia Romagna, e il suo equivalente per Confindustria, sottoscrivevano un impegno congiunto perché nella regione si chiudano al più presto gli scioperi per i precontratti.

Il testo è contradittorio e si presta, come da tradizione, a diverse interpretazioni, ma su una cosa non lascia dubbi. La dove dice “nell’ottica di attribuire a ciascun livello le materie ad esso proprie, la situazione relativa al contratto nazionale di lavoro si possa ricomporre, confluendo in ulteriori fasi evolutive della contrattazione di settore e si possa avviare, nel modo migliore e secondo le scadenze ed i temi presentabili, la fase della contrattazione aziendale.”  (Il resto del Carlino 6 novembre 2003)

Il senso è chiaro: i padroni sono per non opporsi con tutte le loro forze alle vertenze aziendali, in compenso la Cgil si impegna a rimanere nei limiti della contrattazione aziendale. Cioè trattativa solo sulle retribuzioni. Accettando di fatto il contratto nazionale bidone firmato da Fim e Uilm.

Così sempre su Il resto del Carlino del 6 novembre, mentre leggiamo le ambigue dichiarazioni del segretario regionale che chiarisce che non sono state decise nè modalità, nè percorsi per chiudere la fase, e che ribadisce di non voler invadere l’autonomia della Fiom, il responsabile di Confindustria dice l’esatto contrario. Col vento in poppa dichiara che ci si è chiariti, che il contratto firmato con Cisl e Uil non si riapre e che ora la strada è quella dei contratti aziendali. In modo che ognuno faccia il proprio mestiere senza stravolgere accordi nazionali, o addirittura, leggi emanate dal Parlamento come la legge 30.

Qualsiasi sia la giustificazione che il segretario regionale della Cgil verrà a darci, azioni come queste non possono che avere un effetto depotenziante e demotivante per i lavoratori che da mesi queste lotte le stanno portando avanti con tanti sacrifici.

Con quale mandato il segretario regionale ha percorso questa strada? Il mandato glie lo ha dato l’apparato della Cgil, che vuole che ognuno rientri nei ranghi, perché questa vertenza compromette la politica della concertazione con i padroni e l’unità al vertice con Cisl e Uil.

Ancora una volta si fa strada la domanda: potremo mai vincere una sola battaglia con dirigenti di questo tipo?

 

Come muoversi nel prossimo periodo

 

Le lotte di queste settimane hanno mostrato che i lavoratori sono disposti a difendere un contratto più avanzato di quello firmato da Fim e Uilm. Possiamo dire di più, se oggi la partita non è ancora chiusa e il corteo è stato partecipato (più di 100mila persone presenti), questo lo si deve ai lavoratori di quelle aziende che stanno provando a vincere e che hanno permesso che ancora oggi la vertenza sia viva. Non certo per la strategia della Fiom in sè, ma nonostante la strategia dei precontratti.

La partita non è ancora chiusa ma è urgente cambiare linea, per non andare a una sconfitta.  Oggi i lavoratori credono ancora che un contratto nazionale si può riconquistare. Ma alla lunga, se i risultati continuano a non venire, c’è il pericolo che una proposta padronale di ridimensionare la trattativa, trasformandola in una discussione su un contratto integrativo (aiutati da Fim e Uilm), diventi per chi ormai avrà anche 80 o 90 ore di sciopero sulle spalle un ripiego inevitabile.

La situazione generale ci aiuta. L’attacco ai lavoratori su pensioni e precarietà ci dice che il fronte per lottare contro padroni e governo può essere decisamente allargato. Allora si tratta di uscire dalla lotta nelle singole aziende e aprirsi all’esterno coinvolgendo nelle mobilitazioni un numero sempre maggiore di lavoratori.

È prioritario stendere un percorso che dopo lo sciopero del 7 novembre pianifichi una serie di iniziative locali, regionali e poi ancora nazionali in modo da generalizzare la lotta su tutti i fronti: dal contratto, alle pensioni, alla precarietà.

Vincere è possibile, ma a una condizione. Che siano i delegati e i lavoratori a riappropiarsi della vertenza, facendogli fare un salto qualitativo e ricompattando il fronte. Gli scioperi articolati di questi mesi hanno mostrato che i lavoratori sanno organizzare le lotte molto meglio di quello che hanno fatto i vertici sindacali in questi anni. Si tratta ora di capire che così come sappiamo e possiamo gestire meglio le lotte nelle aziende, possiamo e dobbiamo gestire anche le lotte a livello nazionale.

Per questo la nostra proposta è che si crei un’assemblea nazionale dei delegati Fiom impegnati nei precontratti. Un’assemblea che elegga un coordinamento nazionale di lotta che affianchi il Comitato centrale della Fiom per tutta la durata della vertenza.

Bisogna estendere a tutte le realtà locali i coordinamenti, come a Modena. Coordinamenti che devono convocare mobilitazioni congiunte e gestire l’articolazione degli scioperi nelle fabbriche, coordinare blocchi stradali, e tutte le azioni di lotta ritenute necessarie per il raggiungimento dei nostri obbiettivi.

Il coordinamento nazionale, si deve impegnare per promuovere iniziative e mobilitazioni per una campagna generale sui contratti, contro la legge 30 e l’attacco alle pensioni.

Con l’obbiettivo di arrivare a uno sciopero generale di 24 ore.

Con una piattaforma che oltre ai rinnovi contrattuali per i metalmeccanici veda al centro la richiesta di adeguamenti dei salari contro il carovita, il ritiro della legge 30, il ritiro della controriforma delle pensioni, le dimissioni di Maroni e dell’intero governo Berlusconi.

Alternando scioperi generali di un giorno o di più giorni a un clima di insubordinazione nei luoghi di lavoro con scioperi incisivi e che colpiscano duro, possiamo piegarli.

Solo così si può vincere!

 

Paolo Brini (Comitato centrale Fiom-Cgil, delegato Smalti Modena), Orlando Maviglia (Comitato regionale Emilia Romagna Fiom-Cgil, delegato Rsu Minarelli Bologna), Davide Bacchelli (Comitato provinciale Fiom-Cgil, Bologna, delegato Rsu Ima), Giampietro Montanari (delegato Fiom-Cgil, Rsu Cesab Bologna), Ivan Serra (delegato Fiom-Cgil, Rsu RCM Bologna), Fabrizio Parlagreco (delegato Fiom-Cgil, Rsu Amisco Milano), Nunzio Vurchio (delegato Fiom-Cgil, Rsu D’Andrea Milano)

 

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