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“Gli stipendi aumentano più del costo della vita” Antonio D’Amato presidente della Confindustria - 5 novembre In 3 anni i salari reali sono calati dal 5% al 15% Il Corriere della sera ha pubblicato il risultato di una vasta indagine sul reddito degli italiani, realizzata su un campione di oltre 850mila profili retributivi. E finalmente anche la “scienza” si accorge di ciò che qualunque massaia sapeva da mesi: e cioè che nel nostro paese non solo da dieci anni i redditi fissi (salari e pensioni) sono sostanzialmente al palo, ma che negli ultimi tre anni il passaggio all’Euro ha determinato un taglio brutale del potere d’acquisto che va dal –7,3% dei dirigenti al –9,3% dell’operaio al –11,1% dell’impiegato, con punte negative in certi settori dell’economia come l’industria dell’auto, dove il salasso supera il 20% del reddito.
Negli scorsi anni l’Istat ha insistito con la favola dell’inflazione poco superiore al 2 per cento. Poiché però il pubblico cominciava a sghignazzare (e anche a perdere la pazienza, soprattutto quando si tratta di rinnovare i contratti di lavoro), hanno inventato la nuova barzelletta, quella dell’“inflazione percepita”. In realtà, ci dicevano, l’inflazione è realmente al 2,8%, ma per qualche misteriosa e inspiegabile ragione voi “percepite” di non arrivare a fine mese. Anche questa storia però è risultata poco convincente: il popolo rumoreggia e vuole sapere chi è il responsabile delle sue miserie, e così finalmente ci si dice che i bottegai sono i colpevoli di tutto. Ma la realtà è ben altra, e il negoziante che “arrotonda” le mille lire all’euro è solo l’ultimo anello di una lunga catena. Sono infatti rincarate spese di ogni genere, dalle spese bancarie alle assicurazioni, dai biglietti ferroviari alle bollette, dalle autostrade ai carburanti e al riscaldamento; gli enti locali stanno scaricando una raffica di tasse e balzelli, dai ticket sanitari reintrodotti in numerose regioni fino ad aumenti esorbitanti di tutte le spese legate all’istruzione, dalle tasse ai libri di testo alle refezioni e via di seguito. Tutte questi aumenti si alimentano a catena e si scaricano infine sul consumatore finale. Uno studio pubblicato dall’Ismea indica un aumento medio del 30% nei prezzi di frutta e ortaggi, evidenziando come questo si ripartisca in modo pressoché uniforme tra i prezzi alla produzione (+27,9%), quelli all’ingrosso (+35,1%) e quelli al dettaglio (+29,5%), riscontrati sia sulle bancarelle dei mercati che nelle catene della grande distribuzione. E il Sunia, il sindacato inquilini della Cgil, parla di aumenti degli affitti che arrivano al 100 per cento. Eccoli qua i frutti di dieci anni di concertazione sindacale e di due anni e mezzo di governo della destra. La prima ha incatenato salari e pensioni alla farsa dell’“inflazione programmata”; il secondo ha dato il colpo di grazia con la sua politica da Robin Hood alla rovescia, tagliando le tasse ai ricchi, mettendo sotto attacco le pensioni, aprendo la strada all’ulteriore dilagare di un precariato che è tra le prime cause della “nuova povertà” ossia della povertà non di settori marginali della popolazione, ma di gente con un posto di lavoro e un reddito che però non basta più a far fronte alle spese. Parallelamente continuano gli attacchi su altri fronti. La scuola e l’università vedono ulteriormente ridotti i loro finanziamenti mentre si regalano ulteriori fondi alle scuole private; il governo si prepara a prolungare la missione delle truppe italiane in Iraq, perpetuando un’occupazione militare ingiustificabile dietro la foglia di fico delle risoluzioni dell’Onu (che, a quanto pare, convincono anche diversi dirigenti del centrosinistra). C’è una sola risposta possibile a questo autentico scempio: una autentica ribellione di massa, una rivolta nelle fabbriche, nelle scuole e nei quartieri che dia uno sbocco alla rabbia profonda che tutti sentiamo crescere nella società. Elementi di un programma alternativo dovrebbero essere: • Blocco immediato di tutte le tariffe e revisione di tutti gli aumenti speculativi di questi due anni; rinazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori e degli utenti dei servizi pubblici privatizzati in questi anni; esproprio di settori decisivi quali grandi compagnie di assicurazione. • Recupero del potere d’acquisto di salari e pensioni, per un salario minimo legale indicizzato all’inflazione reale, per forti aumenti salariali nei contratti di categoria. • Salvaguardia dell’occupazione: riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, pensione pubblica dignitosa per tutti a 35 anni di lavoro, permettendo così di liberare posti di lavoro per i giovani; controllo operaio sulle aziende in crisi che licenziano, fino all’esprorio senza indennizzo per continuare a produrre sotto il controllo dei lavoratori. È questa l’unica alternativa realistica allo smantellamento di interi settori industriali, a partire dalla Fiat. • Un salario ai disoccupati che permetta di sottrarsi al ricatto del lavoro nero e al supersfruttamento legalizzato. • Cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione, dalla legge 30 fino al “pacchetto Treu”. Trasformazione dei contratti precari in posti di lavoro a tempo indeterminato. • Difesa e rilancio dell’istruzione pubblica a tutti i livelli, dalle materne fino all’università, gratuità dell’istruzione e raddoppio della spesa pubblica nell’istruzione annullando i regali di soldi pubblici alle scuole private. • Censimento di tutto il patrimonio immobiliare privato ed esproprio delle migliaia di case tenute sfitte dalla speculazione immobiliare, per un piano nazionale di edilizia popolare a prezzi politici (affitti non oltre il 10% del salario). • Ritiro della legge razzista Bossi-Fini, per la piena integrazione dei lavoratori immigrati: permesso di soggiorno per tutti, diritto di voto in tutte le elezioni dopo un anno di permanenza in Italia. • Colpire pesantemente i profitti, le rendite, le spese militari, i regali fiscali alle imprese, l’evasione fiscale e contributiva, per finanziare questo programma. • Ritiro delle truppe italiane dall’Iraq e dai Balcani, no alle missioni militari all’estero in difesa degli interessi dell’imperialismo Usa e di quello nostrano, siano queste con o senza l’avallo dell’Onu. I dirigenti del centrosinistra sono lontani mille miglia da questa prospettiva. Pensano di poter raccogliere lo scontento contro questo governo nelle prossime elezioni e di poter tornare a governare come fecero negli anni ’90. C’è un distacco abissale tra la rabbia che cresce fra milioni di persone, e le manovre e manovrette di tanti politicanti del centrosinistra, che si interrogano ansiosi sul “partito riformista” e che passano le giornate ad arrovellarsi domandandosi se sia meglio Prodi o Veltroni come candidato a prossimo primo ministro. Una cosa però è certa: se la destra al governo sta facendo un vero e proprio massacro sociale, il centrosinistra con queste politiche non potrà dare nessuna risposta credibile per i giovani e i lavoratori. Il successo dello sciopero generale del 24 ottobre, con un milione e mezzo di lavoratori in piazza, dimostra le potenzialità per un’opposizione di massa a questo governo. Il 7 novembre oltre 100mila operai metalmeccanici hanno replicato manifestando per le vie di Roma. Se la Cgil agisse con decisione sarebbe possibile aprire un percorso di mobilitazioni a catena che paralizzi il paese e costringa il governo ad andarsene. Dobbiamo dare la sveglia a Epifani e a tutta la direzione sindacale! Dobbiamo fare la nostra parte perché salga da tutti i luoghi di lavoro una parola d’ordine chiara: sono due anni che ci mobilitiamo con scioperi e manifestazioni, ora dobbiamo fare un passo in più: dobbiamo passare dalle mobilitazioni dimostrative a una lotta che paralizzi effettivamente le aziende, la produzione, i trasporti, la scuola, e concentrare tutte le forze verso l’obiettivo di cacciare il governo! Quattro disperati e mille avvoltoi (due parole sui recenti arresti delle “nuove Br”) I recenti arresti dei brigatisti rossi ci permettono, sia pure solo attraverso le notizie filtrate sulla stampa, di farci un’idea riguardo la forza, la natura e l’organizzazione delle “nuove Br”. Emergono con chiarezza alcuni dati: Primo: le Br sono oggi un’organizzazione ridotta nei numeri e nelle risorse. Nadia Lioce (arrestata alcuni mesi fa) e Mario Galesi (ucciso nello scontro a fuoco che portò all’arresto della Lioce) sarebbero stati gli unici “militanti complessivi” dell’organizzazione, ossia gli unici a vivere in completa clandestinità stipendiati dal gruppo terroristico. Per fare un paragone, si ricordi che le Br negli anni ’70 giunsero ad avere qualche centinaio di “regolari” (cioè clandestini) e che per ogni clandestino c’erano otto o dieci fiancheggiatori “legali”. Dunque le chiacchiere dei vari portavoce del governo (ad esempio il sottosegretario Sacconi) che parlano di “centinaia” di fiancheggiatori e di un’organizzazione ramificata straparlano solo per alimentare l’“emergenza terrorismo”. Anche i dati organizzativi ed economici lo confermano: sui conti di Mezzasalma, ipotetico “cassiere” dell’organizzazione, sarebbero stati trovati alcune decine di migliaia di euro, ben lontani per esempio dal miliardo e mezzo che le vecchie Br ricavarono dal solo sequestro Costa nel 1977. Secondo: la biografia politica dei brigatisti arrestati brilla per la sua modestia, per non dire inesistenza. Nessuno che abbia alle spalle una militanza di un qualche rilievo. Sono figli del riflusso, non hanno alle spalle né le lotte studentesche, né le lotte di fabbrica, né una battaglia politica o teorica di un qualche rilievo in un qualsivoglia ambito politico. I loro documenti sono scadenti aggiornamenti delle scadenti “analisi” delle vecchie Br. Terzo: le Br non hanno un serio radicamento di fabbrica, come era già evidente negli scorsi anni, considerato che per far giungere i loro documenti ai lavoratori si limitavano a spedirli per posta o per e-mail alle sedi di qualche Rsu di fabbrica. Quarto e più importante di tutto: tutto quanto detto sopra non conta assolutamente nulla né per il governo, né per l’opposizione, né per i dirigenti sindacali. Le Br sono realmente un’organizzazione più che marginale, e se a qualcuno può parere provocatorio il titolo di questo articolo, considerato che comunque si parla di gente che ammazza e in qualche caso si fa ammazzare, dal punto di vista della loro reale influenza e consistenza politica la definizione proposta ci pare ineccepibile. Ma, ripetiamo, questo non conta nulla per i padroni e per il governo. Rassegnamoci, cari compagni, e portiamo anche questa (piccola) croce con il buonumore che sempre deve contraddistinguere i migliori attivisti del movimento operaio. Scioperi? Sei un terrorista. Sei un iscritto alla Fiom che contesta il contratto nazionale? Sei un terrorista. Hai partecipato a una manifestazione contro la guerra? Non sei un terrorista, ma ci sei vicino. Hai partecipato al blocco di un treno carico di materiale bellico? Sei come minimo un buon amico di Osama bin Laden. Sei un precario che si batte contro la legge 30, meglio nota come “legge Biagi”? Non solo sei un terrorista, probabilmente sei il capo delle Br. In fondo, diciamocelo, il governo e i padroni nel ripeterci questa noiosa litania fanno il loro mestiere; e se gran parte dell’opposizione li segue su questa strada, anche questo non deve stupirci, perché da molti anni abbiamo imparato che il compito di una certa sinistra è per l’appunto questo: fare il possibile per essere indistinguibile dalla destra. Infine una parola per tutti quei sindacalisti che con tanta furbizia e pochissimo coraggio hanno detto “Sì, anche noi del sindacato dobbiamo fare di più contro il terrorismo”. Sappiamo bene cosa vuol dire fare di più: vuole dire ripetere le stesse accuse contro chiunque in fabbrica, in una Rsu, nel dibattito della Cgil proponga posizioni critiche, proponga lotte più incisive o parole d’ordine più combattive. Capofila di questi sindacalisti è – sorpresa, sorpresa! – Antonio Panzeri, che recentemente sta cercando la celebrità come leader della “nuova destra” che all’interno della Cgil accusa il povero Epifani di essere un pericoloso estremista. Cari “riformisti”, cari Panzeri e compagnia, fate attenzione: perché prima o poi, statene certi, finirete anche voi nella categoria dei terroristi e affini. Ci sarà sempre un nuovo gradino in questa campagna di legge e ordine, perché al governo e ai padroni non interessano né le Br, che non temono affatto, né nessun’altra organizzazione marginale: interessa mettere sotto accusa tutto quello che puzzi anche lontanamente di sindacato, di lotta di classe, di organizzazione dei lavoratori, sia pure sulle basi più moderate. Esiste il terrorismo – ci si perdoni – artigianale e dilettantesco: è il terrorismo di un gruppo di quattro disperati che fanno due attentati in tre anni, e così facendo arrecano un danno enorme alla lotta di classe e alla sinistra più in generale. Esiste poi la violenza su vasta scala, scientifica, che si avvale di grandi mezzi, che spesso perpetra i propri crimini avvolta nel silenzio; è la violenza di chi uccide 15mila uomini e donne nell’invasione dell’Iraq dopo averne uccisi più di un milione in un decennio di embargo; è la violenza di chi nega a migliaia di lavoratori che per anni si sono esposti ai rischi cancerogeni dell’amianto, di andare in pensione qualche anno prima senza dover crepare sul luogo di lavoro; e potremmo continuare a lungo. Contro questa violenza che è la violenza del capitalismo dobbiamo continuare a batterci, a viso aperto e alla luce del sole, senza farci intimidire dalle campagne isteriche della destra e rifiutando di pagare pegno con iniziative quale quella promossa da Cgil-Cisl-Uil in Toscana per il 19 novembre, alla quale il governo dice di voler partecipare. I lavoratori non devono dimostrare nulla a nessuno, e se una manifestazione va bene per Forza Italia e per An, vuol dire che non va bene per chiunque abbia a cuore la difesa degli interessi dei lavoratori e dell’organizzazione sindacale. 10 novembre 2003 |