Home arrow America Latina arrow Bolivia arrow La guerra civile del gas
Prossime iniziative
Menu
Home
Rifondazione Comunista
Politica Italiana
Movimento operaio
Giovani in lotta
Internazionale
America Latina
Venezuela
Teoria marxista
Economia
Scienza ed Ambiente
Storia e Memoria
Antifascismo
Movimento Noglobal
Immigrazione
Donne e Rivoluzione
Tutto il resto...
Archivio numeri FM
Link
Iniziative
Mailing list
Iscriviti alla nostra mailing list
L'ultimo numero di FM
fm210_small
Festa Rossa 2007
webtv
Articoli correlati
testataG
La guerra civile del gas Stampa E-mail
Scritto da Peppe Letizia   

Bolivia

Il 19 settembre scorso, così come ampiamente annunciato da mesi, è cominciata in Bolivia quella che cronisti e sindacalisti locali hanno battezzato la guerra del gas, la mobilitazione cioè contro la vendita del gas boliviano agli Stati Uniti: un affare di 5 miliardi di dollari che interessa anche Cile e Perù, possibili porti per il transito del gas, ma che ancora una volta rischia di impoverire ulteriormente uno dei paesi che nella storia più ha pagato per la “causa” del capitalismo.

La Bolivia è un paese privo di sbocchi sul mare, a popolazione prevalentemente indigena (lo è il 60%, mentre il 40% circa dei boliviani parla solo il quechua, antica lingua inca), insieme alla Guyana il paese più povero del Sudamerica: ma, magia del capitalismo, come sempre, specie in Sudamerica, a questa apparente povertà corrisponde nei fatti una grande ricchezza naturale, destinata ad ingrassare le multinazionali del primo mondo, specie Usa, ed i loro luogotenenti locali. La Bolivia è infatti ricca di minerali, di acqua e gas, tutte ricchezze privatepoveri” significa nient’altro che libertà di farsi saccheggiare. così come il Fondo Monetario Internazionale vuole, nel nome della libertà dei mercati che per i paesi “

Già nel 2000 il progetto di privatizzazione dell’acqua scatenò la furiosa reazione della popolazione del distretto centrale della Bolivia, capoluogo Cochabamba, alla base della forte affermazione elettorale del Movimiento al Socialismo (Mas) e del suo candidato presidente Evo Morales, fermatosi al 46% dei voti. Oggi questa che sembra sempre più la guerra civile del gas, si inserisce in un quadro sociale reso ancora più incandescente dai fatti di febbraio. Il presidente Sanchez de Lozada, detto Goni, aveva tentato all’inizio dell’anno di introdurre una imposta sui redditi medio bassi, in un paese dove un minatore che fa turni fino a 36 ore di fila (con intervalli di 1 ora ogni 4 e tante foglie di coca) guadagna non più di 800 bolivianos al mese, l’equivalente di 100 Euro.

La manifestazione al palazzo del governo di La Paz, alla quale partecipavano anche settori ammutinati della polizia, aveva messo in fuga lo stesso Goni e fu sedata solo con l’intervento dell’esercito e alcune decine tra morti e feriti (vedi FalceMartello n.165). Da allora il governo, allargato a tutta una serie di partiti borghesi e di destra, si è preparato allo scontro reintroducendo, con il nuovo nome di Ley de seguridad ciudadana, la vecchia legge della Seguridad del Estado in vigore sotto la dittatura di Banzer, grazie alla quale già tre alti dirigente della mobilitazione, compreso il segretario nazionale del Conavi, una delle organizzazioni di cocaleros, i produttori di coca, sono in galera.

Le rivendicazioni comune alle mobilitazioni, guidate da Mas, Central Obrera Boliviana (Cob, il sindacato boliviano) e dal sindacato dei cocaleros è molto semplice, e per certi versi moderata visto il livello di mobilitazione: che il 50% di tutto il valore esportato in termini di gas sia nazionalizzato, libertà per gli arrestati. E questo nonostante ad esempio il programma ufficiale del Mas parli di “nazionalizzazione sotto il controllo sociale” di tutte le ricchezze naturali. Non permetteremo che il gas boliviano sia venduto “al precio de una vaca muerta” dichiarava Morales alcuni giorni fa. Ma per la borghesia ed il ceto politico boliviano pressati e corrotti dall’imperialismo nordamericano e dall’asta che si è aperta tra Cile e Perù per stabilire dove imbarcare il gas, anche questa rivendicazione è eccessiva.

Sabato 20 il tentativo dell’esercito di forzare il blocco che costringeva 800 tra turisti e boliviani nel villaggio di Warisata è finito in uno scontro armato condotto da manifestanti campesinos e studenti con 5 morti e 20 feriti: come dimostrato dalle foto apparse su La Razon, quotidiano di La Paz, i campesinos cominciano a tirare fuori le armi, e ad usarle!

Le leggi e i decreti del governo non hanno fermato i blocchi stradali che tagliano in due il paese: bloccate le vie di accesso a La Paz, Cochabamba, Oruro, Copacabana ed il confine con il Perù a Desaguadero. E neppure può nulla il tentativo di spaccare il fronte cercando accordi con qualche dirigente sindacale: il segretario del sindacato dei tassisti F. Duran è stato malmenato dalla sua stessa base a La Paz per aver ritirato lo sciopero generale che, inutile dirlo, si è svolto ugualmente e con blocchi stradali cittadini ancora più determinati. Si capisce che se il governo, a differenza del febbraio 2000, è intenzionato ad andare avanti per i forti interessi in gioco, i manifestanti dimostrano di essere ancora più agguerriti ed organizzati allo scontro. Un cronista de El Pais, altro quotidiano boliviano, riferisce che i campesinos, per finanziare la lotta, hanno introdotto un pedaggio di 10 e 50 bolivianos per tutti i passeggeri in transito sulle strade “aperte”.

Se un limite c’è in queste mobilitazioni è, come spesso accade, nella direzione. Dopo il fatti del 20 si è costituita una direzione nazionale delle lotte che ancora non ha stilato una piattaforma unica. Così mentre per esempio i cocaleros insistono nei blocchi sulla libertà per i loro dirigenti, la Cob ha convocato per martedì 30 uno sciopero generale a tempo indeterminato per la caduta del governo. Il  Mas, l’unica tra queste ad essere una organizzazione politica, una tra le più avanzate politicamente di tutto il Sudamerica, non si è posta finora l’obiettivo di dare una prospettiva comune alla lotta, commettendo anche errori politici gravi, come non aderire allo sciopero generale. Anche perché il Mas ha una base prevalentemente contadina, e lo si vede nella partecipazione del tutto marginale di distretti minerari come Potosi ed in quelli industriali come Santa Cruz alle mobilitazioni.

Questo partito ha come primo punto del programma la secolare, per il Sudamerica, questione agraria, che affronta con una prospettiva prettamente contadina: divisione della terra tra piccoli produttori. In realtà la questione agraria è strettamente collegata alla questione della proprietà dei mezzi di produzione, così come nessun effettivo miglioramento delle condizioni dei lavoratori può essere ottenuto senza un miglioramento della produzione agricola: già altre riforme agrarie sudamericane sono fallite perché i piccoli proprietari, privi degli strumenti di produzione a basso costo che potrebbero fornirgli solo i lavoratori in un sistema socialista, venivano costretti a rivendere la terra al latifondo. Non aver chiaro e non saper spiegare il nesso e la necessità di unione tra minatori, operai e campesinos e uno dei limiti di strategia politica che il Mas paga ora, ed ha pagato alle elezioni, e che può portare anche alla sconfitta del più grande movimento in piedi ora in Sudamerica, visto anche che l’intransigenza dei campesinos sta affamando la popolazione delle città, specie La Paz, sottraendo di fatto appoggio e solidarietà alla lotta.

Inoltre Morales e la direzione del Mas, nonostante l’evidente dualismo di potere che si sta sviluppando nella società boliviana, insiste inspiegabilmente sulla proposta, molto di moda in Sudamerica, di convocazione di una Assemblea Costituente, ripercorrendo gli errori commessi dalla sinistra argentina durante l’argentinazo, senza neppure proporsi di dare la spallata al governo.

La guerra civile del gas, pur essendo solo all’inizio, mostra già chiaramente a che punto sia il processo rivoluzionario in Bolivia. L’effetto a catena potrebbe presto coinvolgere il Perù alle prese con la più profonda crisi economica e le più laceranti tensioni sociali dall’epoca di Fujimori. Compito dei comunisti occidentali è in questa fase costruire il più ampio consenso, la solidarietà alla lotta dei lavoratori boliviani, ma anche quello di chiarirne i limiti ed offrire analisi corrette. Una ondata rivoluzionaria attraversa il Sudamerica: il nostro contributo deve essere anche di impedire che in caso di sconfitta, di arretramento seppur parziale, una nuova generazione di rivoluzionari sudamericani perda la fiducia o ceda nuovamente alle tentazioni della guerriglia.

 
< Prec.   Pros. >