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La guerra in Iraq non ha raggiunto quasi nessuno degli obiettivi fissati dall’imperialismo Usa, ma, al contrario, ha inaugurato un periodo di grande instabilità in tutto il Medio Oriente. Bush e Blair avevano promesso di portare libertà e giustizia in tutta la regione attraverso un’azione “esemplare” che sarebbe stata accolta come una “liberazione” da parte del popolo iracheno. Tuttavia, al posto di libertà e democrazia, l’imperialismo ha portato una dominazione neo-coloniale, invece del tanto annunciato “petrolio per gli iracheni” è arrivato il piano di privatizzazione dell’industria petrolifera, invece del “benessere”, città e villaggi senza acqua ed elettricità.
Come spiegava il rivoluzionario francese Robespierre “ai popoli non piacciono i missionari con le baionette” e la prospettiva più credibile per gli eserciti occupanti, ormai riconosciuta anche dello stesso Paul Bremer, amministratore Usa dell’Iraq, è quella di un pantano lungo diversi anni e dagli esiti imprevedibili. Ma i grattacapi per gli Usa non finiscono qui. Il vecchio equilibrio di forze che reggeva la precaria stabilità delle relazioni tra i vari paesi arabi e medio-orientali e le loro rispettive classi dominanti, comincia ad incrinarsi pericolosamente. Non c’è un solo regime sicuro Tanto per cominciare, come diretta conseguenza dell’intervento in Iraq, uno storico partner degli Usa, la Turchia, è entrato in rotta di collisione con il suo vecchio alleato. Il parlamento turco ha prima rifiutato il permesso agli Usa di muovere truppe lungo il suo territorio, mentre ora cerca di trovare il modo di poter intervenire direttamente nel nord Iraq allo scopo di poter scongiurare un’eventuale autonomia dei kurdi, una seria minaccia per la classe dominante turca che storicamente si trova impegnata a fronteggiare le lotte per l’autodeterminazione di una rilevante minoranza kurda all’interno del paese. Gli Usa, dal canto loro, sono interessati a rimuovere ogni scomoda influenza turca nella regione e per poter far ciò si appoggiano sui leader autonomisti Kurdi. Il declino dell’influenza della Turchia nella regione si accompagna ad una profonda crisi economica che sta provocando gravi spaccature tra le diverse fazioni della borghesia turca. Oltre ai kurdi, gli Usa pensavano di poter trovare un altro potenziale alleato negli sciiti, altra minoranza repressa durante il regime di Saddam, ma alleata dell’Iran. Tuttavia, diversamente da quanto gli Usa speravano, gli Sciiti non hanno immediatamente mostrato un atteggiamento amichevole nei confronti dei nuovi” liberatori”. L’unico modo che gli Usa avrebbero per poter avere la minoranza sciita dalla loro parte sarebbe raggiungere un accordo con l’Iran. Gli Usa hanno così apertamente iniziato un negoziato con l’Iran, ammorbidendo la propria posizione nei confronti del loro storico nemico e il primo passo verso un’intesa era rappresentato dall’ingresso nel “Governo provvisorio” dell’Iraq dello Sciri, partito legato a Teheran, il cui leader Al Hakim è caduto vittima di un attentato il 29 agosto. Tuttavia, lo stesso regime iraniano è tutt’altro che stabile: il paese si trova infatti da tempo in uno stato di fermento pre-rivoluzionario ulteriormente amplificato dalla guerra all’Iraq. Il potere degli ayatollah è estremamente impopolare ed instabile e questo capovolge completamente i progetti dell’imperialismo trasformando l’intera situazione nella regione. Un movimento rivoluzionario delle masse iraniane potrebbe rapidamente allargarsi all’Iraq e una lotta di massa che si affianchi alla guerriglia già in atto e quanto di più temono Washington e Londra. Anche il regime dell’Arabia Saudita, che costituiva un solido baluardo della reazione nella regione medio-orientale, è ora traballante e sta disperatamente cercando di staccarsi dal potente alleato americano, nel tentativo di recuperare il sentimento antimperialista che nella popolazione si va sempre più approfondendo e così sviare l’attenzione dai problemi causati dal forte rallentamento dell’economia che affligge il paese e che ha fatto aumentare considerevolmente il tasso di disoccupazione. A conferma di quello che potrebbe accadere in questo paese, significativa è stata la recente decisione di Washington di portar via dal territorio saudita gran parte delle proprie truppe. Quanto ad instabilità ed impopolarità non fa eccezione il regime di Mubarak, presidente dell’Egitto accusato dalle masse egiziane di appoggiare gli Stati Uniti nella loro aggressione alla nazione araba e di offrire agli americani giustificazione e copertura. Periodicamente si susseguono al Cairo manifestazioni di massa e scioperi di lavoratori e studenti che chiedono le dimissioni di Mubarak e che si appellano all’unità dei popoli arabi. Le proteste in Egitto costituiscono un evento interessante anche perché dimostrano come il fondamentalismo islamico sia destinato ad una avere un ruolo marginale quando la lotta assume caratteristiche di massa. La maggior parte delle dimostrazioni nella capitale egiziana sono infatti guidate dal Partito Laburista (fonte: www.aljazira.it). Palestina: un “impiccio” che l’imperialismo non può risolvere Ma la dimostrazione lampante del vicolo cieco di fronte al quale si trova l’amministrazione americana, è il fallimento, ormai sotto gli occhi di tutto il mondo, degli accordi di pace in Palestina noti con il nome di “Road Map”. La “pace” imperialista in questa regione è il presupposto fondamentale per la politica Usa di “conquista” del Medio Oriente. Senza un assetto equilibrato dei rapporti fra israeliani e palestinesi, l’intero mondo arabo continuerebbe ad essere in fermento. Tuttavia, come già diverse volte abbiamo spiegato, (per esempio su FalceMartello n. 168) ogni soluzione su basi capitaliste della questione israeliana-palestinese rappresenta al tempo stesso un inganno dell’imperialismo e un’utopia. Anche la Road Map è stata infatti seppellita da Sharon e dalla borghesia israeliana che ha impiegato davvero poco tempo per disattendere gli accordi previsti ed avviare un’offensiva militare, cercando poi di mettere l’alleato Usa di fronte al fatto compiuto. Chiaramente Washington non ha fatto nulla per fermare tutto ciò, ma deve constatare amaramente che non solo tutti i suoi sforzi e tentativi di “pacificazione” sono miseramente falliti, ma che ora il rischio è quello di un inasprimento e peggioramento della situazione. La politica di Sharon volta a provocare un confronto militare tra l’Autorità Palestinese e il gruppo di Hamas, nel tentativo di indebolire la resistenza in un contesto di guerra civile, ha portato invece alle dimissioni del Primo Ministro Palestinese Mahmoud Abbas, vicino agli Usa, e alla premiership di Abu Ala, un politico legato ad Arafat. La Casa Bianca aveva informato il governo Sharon della propria contrarietà rispetto ad un’eventuale rimozione forzata di Arafat dalla Palestina, minaccia più volte ventilata in queste ultime settimane. Questa è una chiara indicazione del fatto che senza la partecipazione di Arafat, gli Usa sentono di non poter controllare la situazione. L’espulsione di Arafat avrebbe delle conseguenze destabilizzanti in tutti i paesi arabi e i vari Mubarak, Re Fahd e compagnia si sono affrettati ad informare Bush del grave pericolo. In ogni caso, Sharon non ha mai pensato di entrare in Cisgiordania o a Gaza dopo aver ottenuto il permesso dell’Autorità Palestinese. Allo stesso modo ora non attenderà certo l’approvazione dei capi di Stato Usa per espellere Arafat. Questo è diventato chiaro il 16 settembre dopo che gli Usa hanno posto il proprio veto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu su una risoluzione che chiedeva che Israele si astenesse dall’espellere il presidente dell’Autorità palestinese. Questo veto ha sorpreso tutti i governanti arabi che confidavano nell’abilità degli imperialisti americani nell’evitare una nuova guerra. La realtà è che la strategia Usa si trova ad un’impasse, stretta nella morsa dell’ascesa della lotta di classe in Medio Oriente, fattore che nessuno dei falchi neo-conservatori che siedono a Washington aveva probabilmente considerato. Ogni azione dell’amministrazione Usa quale che sia la linea di condotta sembra essere destinata ad aggravare sempre più la situazione di crisi. Il panorama fin qui descritto rende l’idea degli avvenimenti rivoluzionari che si preparano in Medio Oriente per il prossimo futuro. Tuttavia oggi a sinistra c’è chi cerca di negare la prospettiva delle lotte di liberazione del popolo arabo portando a giustificazione di tale posizione, oltre che le note concezioni utopistiche del pacifismo radicale, l’argomento per cui queste avrebbero un carattere reazionario perché guidate dal fondamentalismo islamico. Certo, il problema del fattore soggettivo che guida le lotte è una questione che non possiamo schivare, ma neanche liquidare con una battuta “impressionistica”. Le ragioni del ruolo dei gruppi fondamentalisti sono da ricercare principalmente nelle concessioni che storicamente la sinistra araba ha fatto nei confronti delle posizioni dei vari movimenti nazionalisti come il Nasserismo e il Baath o nei confronti delle pressioni imperialiste. Attualmente in Iraq le dirigenze dei due principali partiti di sinistra, il Partito Comunista Iracheno e il Partito Comunista Operaio, mantengono posizioni che non difendono certo l’indipendenza di classe dei lavoratori iracheni. Mentre il PCI è entrato a far parte del governo-fantoccio guidato dal viceré Bremer, il PCO chiede un’amministrazione Onu! Con la pubblicazione del prossimo numero della rivista In difesa del marxismo dedicato al Medio Oriente vogliamo partecipare alla discussione sulle caratteristiche e le prospettive del processo rivoluzionario nel mondo arabo e contribuire al compito di chiarificazione politica che la sinistra e il movimento operaio internazionale non può evitare in questo importante passaggio storico. |