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Contratto integrativo IRCE Stampa E-mail
Scritto da Domenico Minadeo (delegato Rsu Cgil Irce)   
Padrone all’offensiva

L’IRCE è una società che produce fili smaltati e cavi elettrici con 4 stabilimenti in Italia situati a Imola, Guglionesi (CB), Umbertide (PG), Pavia, uno in Inghilterra e uno in Olanda. Detiene per quanto riguarda i fili smaltati il 25% del mercato italiano e il 12% di quello europeo secondo fonti padronali.

Il bilancio 2002 si è chiuso in calo rispetto all’anno precedente ma in positivo con un utile di esercizio consolidato pari a 1,4 milioni di euro. Il 31 dicembre 2002 è scaduto il contratto integrativo e la Rsu aveva, attraverso assemblee di reparto, preparato una piattaforma che prevedeva nei punti più significativi: un coordinamento annuale delle Rsu degli stabilimenti italiani, permessi per terapie o visite specialistiche, una commissione che rivisitasse i livelli di inquadramento del personale dei vari reparti, ridefinizione dei carichi di lavoro dei reparti produttivi, aumenti delle indennità di turno pari al doppio delle attuali, l’annullamento della correzione del premio aziendale legato alla presenza (cioè se un lavoratore fa della malattia il premio subisce una decurtazione in proporzione ai giorni di assenza), un aumento del premio variabile di circa 750 euro e che alla scadenza del contratto l’ammontare del premio variabile diventasse fisso.

Fin dai primi incontri il padrone ha detto che le richieste erano alte e che l’andamento dei conti anche nei primi mesi del 2003 erano negativi per cui non poteva soddisfare le richieste se non in misura molto ridotta con un aumento delle indennità del 40% e di 250 euro del premio mentre sugli altri punti picche. La Rsu ritenendo tali proposte insoddisfacenti convocava una assemblea generale dei lavoratori e vista la combattività convocava uno sciopero di 8 ore per il 3 Giugno che registrava quasi il 100% di adesione se escludiamo i capetti con la partecipazione anche degli impiegati.

Dopo questo sciopero il padrone riconvocava la Rsu al tavolo facendo capire di essere disposto a delle aperture che si sono rilevate poi molto modeste ma che bastavano per allungare la trattativa, sfiancare i lavoratori e convincere la Rsu che in questo periodo di difficoltà non si poteva pretendere di più. Gli argomenti hanno fatto presa sulla Rsu nonostante io mi opponessi e spiegavo che non dovevamo cedere quando dalla nostra parte avevamo la disponibilità dei lavoratori a lottare.

Qui veniva fuori la volontà della Rsu a non voler andare allo scontro duro con il padrone per paura che l’azienda potesse avviare un piano di ristrutturazione e si convocava una assemblea per chiedere ai lavoratori un mandato per chiudere la trattativa su delle posizioni che non erano quelle della piattaforma originale ma che prevedevano solo una concessione del coordinamento, un aumento delle indennità del 40%, un aumento del premio pari a circa 500 euro di cui 250 consolidati, la ridefinizione dei carichi di lavoro annullando le altre richieste. I lavoratori non avendo altre alternative con  il mal di pancia accettavano l’intesa ma il padrone, e questa è storia di questi giorni vista l’arrendevolezza della Rsu ha fatto un altro affondo chiedendo che i lavoratori del reparto centrale della fabbrica cioè dove viene prodotto il filo smaltato fossero disposti per 5 volte all’anno e per 2 settimane a un aumento del carico di lavoro per far fronte alla richieste di filo improvviso.

La Rsu pur dichiarandosi subito contraria sconta adesso la mancanza di capacità di mobilitare i lavoratori dopo mesi di inattività e dopo averli illusi che si stava per chiudere il contratto e l’unica ipotesi che sta venendo fuori è di un nuovo cedimento però con dei “paletti”. In Rsu ho difeso la posizione di intransigenza e di mandare all’aria l’accordo ricominciando la trattativa con il coinvolgimento dei lavoratori per costruire un percorso di lotte per difendere la piattaforma originaria.

La situazione si definirà nei prossimi giorni ma molto probabilmente si finirà per cedere e questa vicenda insegna ancora una volta come il terreno migliore per i lavoratori per ottenere qualcosa è quello della lotta e non i tavoli di trattativa. Si può vincere solo con  una direzione che sappia mantenere una posizione indipendente dagli interessi dell’azienda e raccogliere la volontà dei lavoratori per portare lo scontro fino alle estreme conseguenze ed è quello che modestamente i sostenitori di questa rivista stanno facendo.

 
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