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Metalmeccanici Nelle prossime settimane la vertenza dei metalmeccanici entrerà nella fase decisiva. O la lotta andrà fino in fondo e conquisteremo il nostro contratto oppure i padroni riporteranno una vittoria dal grande significato politico: essere riusciti non solo ad introdurre flessibilità ancora più selvagge ma soprattutto di aver smantellato il diritto al contratto nazionale di lavoro. Non possiamo permetterlo!
Lo stato della vertenza: i pre-accordi Alla chiusura delle fabbriche, a fine luglio, il numero di vertenze aperte tramite i pre-accordi ammonta a circa un migliaio per un totale di 220mila lavoratori, mentre il numero di accordi siglati sono 96 per un totale di circa 14mila addetti. Già in questi primi sviluppi della mobilitazione emerge come la scelta di percorrere la strada dei “Pre-accordi”, da noi più volte criticata, stia ponendo in risalto i limiti e i gravi rischi di questa tattica. Certamente le intese firmate fin’ora sono migliori di quella firmata a livello nazionale da Fim e Uilm, ma il punto non è certo questo. Il fatto decisivo è che si sta delineando uno scenario di “aziendalizzazione” dello scontro il cui risultato rischia di essere non la disarticolazione dei padroni, come si vorrebbe, ma la disarticolazione e la divisione dei lavoratori e del sindacato stesso. La logica che sembra essersi fatta largo tra i vertici del nostro sindacato è quella arrendevole e rassegnata del “salviamo il salvabile”. Prendiamo i 96 accordi firmati: non ce ne sono due identici! Certo ci sono alcune linee guida comuni, ma è forse questa l’idea di contratto nazionale che la Fiom vuole difendere, o non è piuttosto l’idea di contratto che hanno Fim e Uilm? Se a questo aggiungiamo che questi pre-accordi vincolano i lavoratori delle aziende interessate a non fare più scioperi articolati ma a limitarsi ad aderire alle manifestazioni “generali”, risulta chiaro che il cappio che volevamo mettere al collo dei padroni ce lo stiamo infilando in testa con le nostre stesse mani. Nel gruppo dirigente della Fiom c’è chi giustifica questa scelta dicendo che i lavoratori non sarebbero in grado di reggere uno scontro duro come quelli degli anni ’70. Ma le oltre mille vertenze aperte fin’ora dimostrano proprio l’esatto contrario! Ovunque si è cominciato a dar battaglia i lavoratori hanno risposto con una determinazione ed una disponibilità a reggere lo scontro duro in fabbrica, come non si vedeva da tempo. Ci sono aziende nelle quali si è intrapreso uno scontro ininterrotto da inizio luglio, a cominciare da Fincantieri ma non solo, dove i lavoratori stanno dando a tutti noi lezioni di lotta di classe. Ma proprio qui sta il punto: noi ci ritroviamo a settembre con aziende nelle quali si lotta già da più di un mese ed altre che ancora non sono partite, con il rischio che alcune entrino in lotta troppo tardi mentre altre siano state lanciate nello scontro troppo presto e troppo isolate. Si dice che a settembre partiranno anche i grandi gruppi. A parte che si ha la sensazione che le cose stiano andando troppo a rilento, è precisamente l’ingresso sulla scena delle grandi fabbriche che cozza mostruosamente con la tattica dei Pre-accordi. Se si vuole portare a casa il nostro contratto si deve vincere innanzitutto nei grandi gruppi; per vincere qui è necessario mettere in campo “una potenza di fuoco” che va decisamente oltre i grandi gruppi stessi ma che deve investire tutta la categoria e non solo! Ma come si può pensare di ottenere questo se ci sono fabbriche che non lottano più perché hanno già firmato il loro pre-accordo o, ancora peggio, perché hanno fatto talmente tante ore di sciopero nelle settimane precedenti che non ce la fanno più? Questo è il vicolo cieco nel quale rischiamo di infilarci. Che fare? Tra i lavoratori c’è una convinzione diffusa: la lotta non si vince facendo scioperi nazionali una volta ogni 4 mesi come è avvenuto fin’ora. Giusto! I lavoratori sono stanchi di manifestazioni puramente testimoniali che non portano ad alcun risultato. Si vuole una lotta seria, dura ed incisiva. Purtroppo i vertici della Fiom hanno deciso di intraprendere una strada decisamente equivoca. Infatti lo sviluppo della vertenza sta portando e porterà nelle prossime settimane al punto culminante, quella contraddizione fondamentale che la Fiom si trascina dal congresso dello scorso anno: voler portare avanti (su pressione della base) una piattaforma combattiva ma allo stesso tempo non voler rompere con la logica della concertazione. La scelta di articolare sì la lotta, ma spezzettandola azienda per azienda ne è l’evidente prodotto: è un compromesso tra le varie “anime” del sindacato (quella più moderata e quella che pur volendo continuare la vertenza ha decisamente più a cuore il non rompere con la prima!). Come ogni mediazione del genere, specie se fatta dopo aver già lanciato le truppe nello scontro, sta creando non poco disorientamento e perplessità tra delegati e lavoratori. Tuttavia sarebbe assolutamente sterile e deleterio per quei militanti, a cominciare dai comunisti, che comprendono i limiti della situazione attuale pensare che sia sufficiente condurre una semplice critica “di principio” o di metodo. La lotta non è ancora chiusa e abbiamo nelle prossime settimane tutte le possibilità per vincere lo scontro: questo deve essere l’obbiettivo di tutti coloro che hanno a cuore le sorti della vertenza! Le esitazioni dei vertici Nei piani alti del nostro sindacato (non solo nella Fiom ma anche nella Cgil) sono in molti a vedere in questi pre-accordi l’anticamera per una ritirata strategica. Per delegati ed attivisti i pre-accordi devono essere al contrario la base, la prima mossa della nostra controffensiva. Come? In primo luogo il mese di settembre deve essere utilizzato per aprire la vertenza in tutte le aziende cui questo non sia ancora stato fatto, a cominciare dai grandi gruppi. Non solo, l’obbiettivo deve essere quello di colpire i padroni nel loro punto debole e cioè nella produzione. Perciò è necessario che in tutte le aziende sia esteso l’utilizzo di forme di lotta conseguenti: scioperi a scacchiera, a gatto selvaggio, a singhiozzo (alternati nei reparti, improvvisi e intermittenti) ecc. La parola d’ordine dev’essere “massimo del danno col minimo dispendio di ore di sciopero”. Il secondo obbiettivo deve essere quello di evitare il rischio di isolamento della lotta nelle singole aziende. Per fare questo è necessaria la costituzione di coordinamenti di delegati in base alle zone, ai territori, al tipo di produzione ecc. che estendano il più possibile le iniziative di mobilitazione. L’obbiettivo, e la parola d’ordine, debbono essere la “generalizzazione dello scontro” sul piano nazionale e la gestione centralizzata della lotta da parte di un coordinamento nazionale di delegati. Infine lo sciopero del 17 ottobre deve essere visto come punto nodale di svolta tramite cui far convergere le varie piattaforme nella unica piattaforma nazionale già promossa dal sindacato negli scorsi mesi. Il 17 ottobre deve essere anche l’occasione in cui imprimere la corretta e necessaria connotazione politica allo scontro. La lotta per il contratto nazionale deve coincidere con la lotta contro la legge Biagi e contro l’ennesimo attacco alle pensioni. Insomma deve essere percepita come una lotta non solo dei metalmeccanici ma di tutta la classe lavoratrice. Si alla lotta articolata, ma generalizzata e gestita a livello nazionale e locale direttamente da coordinamenti di delegati e basata su una unica piattaforma, quella già votata e sostenuta da oltre 450mila lavoratori. Esistono tutte le possibilità di riprendere la mobilitazione su un piano qualitativamente superiore. Dobbiamo esercitare una forte pressione sugli apparati sindacali isolando coloro che sabotano coscientemente la mobilitazione e sottoponendo a uno stretto controllo dal basso tutti gli altri. Vincere si può. Nulla è andato perso a condizione che l’iniziativa torni sotto il controllo dei lavoratori. |