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Un nuovo passo in avanti nella rivolta che da tempo contraddistingue l’America Latina è stato compiuto in Perù. La mobilitazione degli insegnanti, insieme a larghe fasce di lavoratori e studenti, avvenuta tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, segnala come la rabbia di tutto un continente, lungi dal placarsi, sia pronta ad esplodere in ogni momento. Il livello di radicalità dello scontro, ormai raggiunto anche in Perù, è la manifestazione della forte opposizione all’ordine sociale esistente, sempre più diffusa tra le masse.
La sollevazione popolare dell’ultimo mese non nasce dal nulla, ma rappresenta la continuazione di una serie di rivolte che hanno segnato il paese andino da almeno tre anni. Dopo un decennio di crisi del movimento operaio e delle sue organizzazioni, colpiti dalla repressione e dalla collaborazione di classe della burocrazia sindacale, le masse peruviane tornano protagoniste alla fine del 2000. In quel periodo un movimento di massa allontana il dittatore Fujimori dal potere, contestando non solo i tratti autoritari del regime ma anche i fondamenti della sua politica economica di stampo liberista e filo-imperialista. La strada è così aperta all’elezione alla presidenza di Alejandro Toledo. Di origine india, ma formato da prestigiosi studi ad Harvard e un’invidiabile carriera presso la Banca Mondiale, Toledo fonda la sua campagna elettorale su toni demagogici in difesa dei ceti più poveri e sfruttati. In realtà la sua politica risulta completamente funzionale agli interessi della borghesia locale e delle multinazionali straniere. Ad ogni modo, i peruviani non tardano a capirlo. Tutto il 2002 è segnato da lotte e scioperi. Iniziano i lavoratori edili a marzo, seguiti dai lavoratori della compagnia telefonica, i quali dopo una lunga lotta bloccano un piano di pesanti licenziamenti. A luglio è il turno dei campesinos e non mancano continue proteste di studenti e insegnanti. Ma è nel mese di giugno che il governo Toledo deve fronteggiare la protesta più radicale e pericolosa. Un piano di privatizzazione delle imprese elettriche pubbliche (smentito nella precedente campagna elettorale dallo stesso Toledo) scatena tumulti di massa nella seconda città del Paese, Arequipa, allargando la rivolta a diverse zone del Paese. Scontri, scioperi, rafforzamento di organizzazioni di lotta a livello provinciale (i “fronti”, in molti casi formati da operai e contadini) spingono il governo a capitolare. Gli avvenimenti conducono ad un crollo della popolarità di Toledo e a critiche da parte di organismi finanziari ed economici internazionali, oltre alla delusione della multinazionale francese Suez, pronta ad acquistare per un prezzo ridicolo le imprese pubbliche (operazione già riuscita con successo in altri Paesi, fra gli altri Brasile, Indonesia, Kazakistan). Gli avvenimenti segnano anche la mente delle masse sfruttate del Perù, pronte a tornare protagoniste dopo il successo ottenuto, coscienti della loro forza e del loro peso nella società. La recente mobilitazione è aperta dalla lotta degli insegnanti, organizzati nel sindacato Sutep, i quali nel mese di maggio iniziano uno sciopero ad oltranza. La categoria è in lotta per questioni salariali: chiedono un aumento di almeno 210 soles (circa 50 euro) a fronte di uno stipendio attuale da fame di 170 euro. Per chiarire la situazione, nel 2003 il loro potere d’acquisto è pari al 51% di quello degli stessi insegnanti nel ’42. La rivolta presto si allarga ad altre categorie. Scendono in lotta contadini e allevatori, con blocchi stradali e scontri; la rabbia di questi lavoratori nasce dall’impoverimento di migliaia di loro, dovuto all’importazione di carni e derrate agricole dall’estero per essere vendute a basso prezzo. Questo in aggiunta alle inumane condizioni di lavoro e di vita che da tempo affliggono i contadini poveri peruviani. Negli ultimi giorni di maggio inizia uno sciopero dei lavoratori della sanità, anch’essi esasperati da salari ridicoli; con essi scioperano i lavoratori del settore giustizia dello Stato. Di fronte ad una situazione sociale sempre più esplosiva, il 27 maggio Toledo dichiara lo stato di emergenza per trenta giorni. Lo stato di emergenza significa limitazione delle libertà individuali e collettive, aumento dei poteri delle forze dell’ordine, in poche parole la realtà di un regime dittatoriale. Ma significa anche trovarsi di fronte all’autentica, intima natura dello Stato borghese. Pronto a riempirsi la bocca di parole come democrazia e diritti quando tutto è tranquillo, non esita ad usare la violenza e l’arbitrio quando il popolo scende nelle strade, quando è colpevole soltanto di reclamare un futuro migliore per sé e per i propri figli. Non dimentichiamo, inoltre, che il presunto paladino del popolo, il presidente Toledo, nei giorni della rivolta ha spesso incontrato uomini d’affari e magnati dei mass-madia locali per raccogliere i loro consigli su come operare. Questo a dimostrazione di quale classe sociale sia il reale referente della politica governativa. La repressione non ferma, almeno per il momento, la lotta dei peruviani. Aspri scontri, proteste si susseguono in tutto il Paese con il triste corollario di arresti, sparizioni, feriti. Aspri attacchi della polizia ed energiche reazioni dei lavoratori avvengono nelle città di Chiclayo, Huaraz, Pucallpa e in altri centri. Anche gli studenti scendono in lotta; all’Universidad Nacional de Altipiano, presso la città di Puno, scontri con la polizia producono numerosi feriti e la morte di uno studente. Il livello di critica espresso dalla lotta si eleva arrivando a coinvolgere l’intero operato del governo. Addirittura nelle fila della polizia serpeggia un certo disagio per ciò che sta accadendo, al punto che il governo si vede costretto ad aumentare i salari delle forze dell’ordine, al fine di placare ogni malumore. Purtroppo, il coraggio e la radicalità dimostrata da lavoratori e studenti peruviani non ha trovato una degna corrispondenza nelle azioni dei loro dirigenti. L’Apra, partito d’opposizione, riformista, al potere con esiti disastrosi negli anni ’80, adotta una posizione di tipo pacificatrice, invitando le parti a riaprire il negoziato. Critica l’uso della forza da parte del governo, in realtà temendo che la violenza possa spingere le masse a lottare in modo ancora più pericoloso per la classe dirigente. Nilver Lopez, leader del sindacato degli insegnanti, guida la propria base in un sciopero ad oltranza e in una lotta molto dura, ma non coglie la reale portata degli avvenimenti. Circoscrivendo le sue dichiarazioni solamente nell’ambito della lotta per il salario, frena la chiara intenzione degli insegnanti, presi ad esempio da tutti i lavoratori, di porre in discussione l’intero assetto della società peruviana. Inoltre, di fronte alle accuse di infiltrazioni terroriste nel sindacato sparse ad arte da media borghesi e da politici, Nilver Lopez non trova di meglio che sollecitare l’intervento dei servizi segreti nella base del sindacato. Ma quale speranza si può riporre nel trattare con un governo che per due volte in pochi mesi ha dichiarato lo stato d’emergenza? Cosa si può ottenere dai fantocci al soldo dell’imperialismo e di pochi ultra-ricchi peruviani in mezzo ad un mare di povertà? Mentre scriviamo queste righe, la lotta del popolo peruviano è in una fase di pausa. Il 13 giugno è stato firmato da governo e sindacato un accordo che prevede un aumento salariale per gli insegnanti di 100 soles (meno della metà di quanto richiesto all’inizio della lotta). Ma la situazione non è sicuramente risolta. Siamo convinti che presto il proletariato peruviano tornerà ad imporre il proprio protagonismo per la difesa dei propri interessi e della propria dignità. Quando si presenterà nuovamente una lotta popolare come quella di recente avvenuta, sarebbe importante allargare la mobilitazione a tutti i lavoratori, facendo appello alla solidarietà di classe. Insieme a questo, la formazione di comitati d’azione con appoggio su assemblee di lavoratori in ogni fabbrica, scuola, quartiere, permetterebbe un autentico salto di qualità nella lotta e un grande coinvolgimento popolare. Confidiamo, infine, nell’esigenza di un’organizzazione politica che, su autentiche basi marxiste, guidi la lotta dei lavoratori verso obiettivi comuni, generali, propri del movimento operaio. La classe operaia peruviana ha dimostrato in questi mesi il suo valore. Troverà dentro di sé la forza e i metodi per abbattere il capitalismo e liberarsi così da quella realtà di miseria e violenza nella quale è stata relegata. |