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Contratto metalmeccanici La battaglia della Fiom per contrapporre all’accordo separato una piattaforma più avanzata è arrivata a un nodo cruciale. Le decisioni che il gruppo dirigente porterà avanti nei prossimi mesi saranno determinanti per il buon esito o per il fallimento della lotta. Il bilancio che facciamo di questi primi due mesi di lotta non è positivo. L’inedeguatezza del gruppo dirigente si è confermata nei metodi e nelle proposte con cui si è organizzata la battaglia.
Si è proceduto a tentoni, sfornando pacchetti di ore di sciopero convocati con largo anticipo spesso programmati in momenti e orari tali da minimizzare i danni per i padroni. Scioperi che hanno avuto solo l’effetto di sfiancare i lavoratori. Molti lavoratori hanno rivisto in questa strategia quello che si fece nel rinnovo della parte economica del 2001. Anche in quella occasione la Fiom non firmò l’accordo sottoscritto da Fim e Uilm, si fecero molte ore di sciopero, il blocco degli straordinari, una manifestazione a Roma in autunno, un’estesa campagna di raccolta firme per porre a referendum nelle fabbriche l’accordo separato, e poi il nulla. L’accordo separato rimase e la Fiom fu sconfitta. E ora? Ecco un nuovo pacchetto di 16 ore deciso al Comitato centrale della Fiom il 30 giugno, di cui 8 da fare a ottobre con una manifestazione nazionale a Roma. Ma il gruppo dirigente non si ferma qui, consapevole che da parte dei lavoratori la disponibilità alla lotta langue ecco avanzare una nuova strategia, “l’articolazione della lotta fabbrica per fabbrica” in realtà si tratta di una disarticolazione che punta ad ottenere preaccordi nelle singole fabbriche (sulla falsa riga dei punti più qualificanti della piattaforma nazionale). La strategia dei preaccordi La nuova strategia si sviluppa su due livelli, da un lato, individuando le fabbriche più combattive dove portare avanti una lotta per ottenere un preaccordo che contenga l’aumento salariale e quant’altro di qualificante contenuto nella piattaforma nazionale. Lotta da portare avanti articolando gli scioperi in modo che siano il più efficace possibile. Dall’altra le rimanenti aziende invece continueranno a fare gli scioperi proclamati dalla Fiom nazionale, quindi i pacchetti da 4, 8 e 16 ore. L’obbiettivo vorrebbe essere quello di prendere i padroni tra due fuochi e costringerli, uno alla volta, a cedere prima nelle proprie aziende e poi a livello nazionale. Il condizionale è d’obbligo perché questa strategia racchiude in se molti più pericoli che benefici. In prima battuta perché per stessa ammissione dei vertici sindacali la proposta nasce dalle difficoltà riscontrate nella mobilitazione di questi due mesi, difficoltà rafforzate, a loro dire, dalla sconfitta sul referendum sull’articolo 18 e dalla crisi economica, Fiat in primis. In secondo luogo questa strategia rischia di separare la parte più combattiva dei lavoratori da quella meno disponibile in questo momento a mobilitarsi, avendo un doppio effetto negativo, da una parte si stancano le forze migliori, dall’altra si manda un messaggio di deresponsabilizzazione della vertenza agli altri lavoratori. Inoltre non si può fare a meno di notare che alla fine si fa il gioco della Cisl, che da anni si batte per l’abolizione definitiva del contratto nazionale, rimandando esclusivamente ai contratti integrativi la possibilità di ottenere la difesa dei nostri interessi. Se questa strategia non andasse a buon fine quello che otterremo saranno alcune fabbriche (poche) dove c’è un accordo di un certo rilievo e migliaia di aziende dove l’unico contratto applicato sarà quello firmato da Fim e Uilm. Il fatto che in poche aziende fino ad ora siano stati firmati i preaccordi (a fine giugno 15 su tutto il territorio nazionale per un totale di 4mila lavoratori coinvolti) ci sembra rafforzare questa preoccupazione. Si tratta infatti di aziende che “tirano”, dove i padroni avevano comunque fretta di chiudere per non perdere la congiuntura favorevole, mentre allo stato attuale nella maggior parte delle altre aziende ci sono seri problemi di calo della produzione (non sarà un caso se 3 di queste 15, tra le più citate dai dirigenti della Fiom, producano motoscafi di lusso), inoltre la contropartita alla firma di questi accordi prevede la sospensione degli scioperi articolati, l’impegno a non fare più del 50% degli scioperi convocati a livello nazionale e la sospensione del blocco degli straordinari. Servono proposte incisive La proposta nasce da una sfiducia dei vertici di ottenere quanto dichiarato all’inizio della lotta, sfiducia che però non si traduce in un’ammissione di incapacità ma in un voler scaricare sulla base il fallimento della loro strategia. Tra molti lavoratori c’è un sentimento diffuso di rifiuto del contratto firmato da Fim e Uilm. La poca disponibilità a mobilitarsi di queste settimane si deve dunque alla pochezza dei metodi con cui sono stati convocati gli scioperi. I lavoratori vogliono proposte coerenti con la portata dello scontro. Vogliono che si inasprisca il conflitto nella realtà, non sulla carta. Se si deve scioperare che si faccia sul serio e bene, facendo male alla produzione e ai padroni e se è possibile con poco danno alle nostre tasche. Se questo è sempre vero, lo è ancora di più ora con un calo della produzione dell’11%, con i salari così all’osso che si fatica a tirare a fine mese. L’unico modo per portare fino in fondo questa vertenza, costringendo i padroni a cedere, è fare un salto qualitativo nei metodi di lotta. Come è avvenuto alla Cesab, fabbrica metalmeccanica di Bologna, dove i lavoratori riuniti in assemblea hanno votato a stragrande maggioranza di attuare scioperi a scacchiera, articolati reparto per reparto permettendo il blocco o il rallentamento della produzione. Solo la prima ora di sciopero è stata definita dalla stessa direzione aziendale devastante. Tutto ciò è stato possibile fondamentalmente grazie al coinvolgimento dei lavoratori, che hanno partecipato attivamente alla decisione su come preparare lo sciopero. Ripartire dalla base Il limite principale dei vertici sindacali è che a parole dicono di voler portare avanti una lotta dura, ma poi non sanno o non vogliono dispiegare le forze in modo coerente. Rimangono legati alla logica della concertazione, sono tentennanti e contradditori. In realtà questo è anche il prodotto di una divisione che si sta producendo al vertice della Fiom. C’è un settore di destra (come si è visto all’ultimo comitato centrale dove hanno presentato un emendamento poi respinto) che vuole chiudere “la fase estremista della Fiom” e tornare alla vecchia linea concertativa tornando a braccetto di Fim e Uilm. Questi compagni difatto stanno sabotando la mobilitazione perché sono quelli che spingono di più per disarticolare e dunque per dividere il movimento e condurlo alla sconfitta, per poi dire: “visto avevamo ragione noi, quando si radicalizza la lotta i lavoratori non ci seguono e si ottengono solo sconfitte”. I delegati più avanzati devono tener conto di questo; non possiamo permettere a questa gente di consolidare la loro posizione e dunque l’esito di questa vertenza è decisivo anche rispetto al futuro della Fiom. Dobbiamo pertanto sostenere, per quanto criticamente, i vari Rinaldini, Zipponi e Cremaschi nello scontro interno all’organizzazione ma allo stesso tempo essere consapevoli che l’unico modo per vincere è allargando il più possibile la partecipazione dei lavoratori nei percorsi decisionali delle prossime lotte. La parola deve tornare alla base; solo così si può risollevare le sorti della vertenza. Solo così si potranno condurre forme di lotta incisive che sappiano essere esemplari e conquistino simpatie e sostegno tra fasce sempre più ampie di lavoratori, insieme a quella convinzione, che forse è venuta un pò meno, che vale la pena di portare fino in fondo questa battaglia. |