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La nuova fase politica e sociale si può caratterizzare per sommi capi come segue: 1) Un riflusso delle grandi mobilitazioni che hanno attraversato l’Europa e il mondo negli ultimi tre anni. Il vecchio millennio si è chiuso con la manifestazione di Seattle (che ha dato vita al movimento no-global), il nuovo si è aperto con il tentativo rivoluzionario delle masse ecuadoregne (naufragato per assenza di una direzione). Questa nuova situazione che ha scosso l’America Latina e visto il risveglio dei movimenti di massa in Europa, sembra oggi prendere un temporaneo respiro.
2) Il giorno della caduta di Baghdad segna un punto di svolta nelle relazioni internazionali. L’imperialismo è riuscito a invadere l’Iraq più facilmente del previsto e così facendo ha stabilizzato (seppur parzialmente) la situazione in Medio Oriente; su queste basi gli Usa riescono ad aprire una nuova trattativa diplomatica tra Israele e Anp, la quale non può che condurre a nuovi disastri per il popolo palestinese. In Iraq comincia un movimento di resistenza, ma gli occupanti sono per ora saldamente insediati. 3) Una situazione economica che resta recessiva. Nonostante gli sforzi di Bush per risollevare l’economia (stanziamenti economici, riduzione delle tasse, spese armamentistiche, politiche monetarie espansive, ecc.) gli Usa non accennano a risalire la china. La situazione in Europa è anche peggiore. I licenziamenti di massa che ne derivano sono un deterrente e uno strumento di ricatto continuo verso i lavoratori che si apprestano a lottare. 4) Gli Usa assediati dalla crisi economica, dalla crescita esponenziale del debito degli Stati (dalla California all’Oregon), delle aziende, delle famiglie (nelle quali ormai da tre anni c’è un risparmio negativo) tentano di scaricare la crisi sull’Europa svalutando il dollaro (di oltre il 30% in un anno), sfruttando il proprio peso politico-militare nella politica neocoloniale e facendo la voce grossa negli organismi economici internazionali. Il destino europeo è chiaramente quello di piegarsi alle pressioni americane e adattarsi a una posizione subordinata. Ci saranno sussulti di Francia e Germania, come si è visto nel balletto diplomatico in sede Onu prima dell’inizio della guerra in Iraq, ma in generale è sulla classe operaia che le potenze europee scaricheranno il peso del proprio declino politico e economico. 5) Una serie di sconfitte parziali che si sono prodotte recentemente sul piano della lotta rivendicativa e sindacale. Si pensi al ripiegamento delle mobilitazioni in Francia, alla rinuncia da parte della Ig Metal a continuare la lotta per le 35 ore nell’ex-Germania dell’Est, alla difficile situazione in cui si trova la Fiom in Italia nel tentativo di contrastare l’accordo separato sul contratto nazionale. I lavoratori nel breve termine saranno sulla difensiva dopo un periodo in cui hanno riempito le piazze di mezza Europa con un susseguirsi di scioperi generali e manifestazioni di massa. Le grandi mobilitazioni non hanno prodotto conquiste significative. La classe dominante si è scontrata con un movimento pacifista di massa ma ha fatto comunque la guerra, lo stesso dicasi per le altre mobilitazioni più o meno parziali che si sono sviluppate a partire dai bisogni più elementari. Dove le contraddizioni erano così profonde da provocare una disgregazione dei blocchi dominanti (si pensi all’Argentina o al Venezuela) la lotta per conquiste parziali si è proiettata verso la rottura di sistema, a dimostrazione che il capitalismo in questa fase ha pochi margini riformisti. Di fronte all’impatto di poderose mobilitazioni popolari il sistema non è in grado di ammortizzare l’onda d’urto e lo scontro si acutizza immediatamente fino alle più estreme conseguenze. Il convergere di crisi economica, riflusso delle mobilitazioni e debordare del debito pubblico e privato spingerà inevitabilmente la classe dominante europea a tornare sul piede di guerra. L’offensiva che è stata lanciata sul terreno delle pensioni in Germania e Austria si estenderà a macchia d’olio e ancora una volta l’UE sarà la scusa per colpire le condizioni operaie mettendo in discussione il diritto a una vecchiaia dignitosa. L’Italia sarà al centro di questo attacco. Ci chiedono di lavorare di più ma questo oltre a provocare un generale peggioramento della qualità di vita determina per le giovani generazioni un futuro sempre più incerto. La flessibilizzazione del mercato del lavoro e l’introduzione di contratti atipici e temporali ha formalmente aumentato il numero degli occupati ma questo dato nasconde una realtà di precarizzazione selvaggia che ha pochi precedenti. Il governo italiano propone l’introduzione della legge 30 (strumentalmente chiamata legge Biagi) che comporta l’introduzione di nuovi meccanismi infernali (lavoro a chiamata, lavoro in coppia, lavoro a progetto, abolizione del collocamento pubblico, ecc.) che puntano a distruggere ogni contrattazione collettiva e a trasformarla in un rapporto individuale fra azienda e lavoratore. Nel frattempo i salari calano persino per l’Istat (che è tutto dire, visto che secondo i rilevamenti di questi signori l’inflazione annua dopo l’introduzione dell’euro in Italia non sarebbe stata superiore al 2,5-2,7%!). La borghesia si prepara ad utilizzare il pugno di ferro e le continue provocazioni del ministro degli interni, Pisanu che denuncia l’esistenza di cellule brigatiste nei luoghi di lavoro servono a preparare il clima per criminalizzare ogni focolaio di resistenza operaia. La campagna di discredito dei lavoratori di Alitalia, che per protestare contro il piano di tagli annunciato dall’azienda si sono messi in malattia, è sintomatica del clima che si sta generando attorno alle lotte sociali. Quello che nessuno ci ha detto è che quegli stessi lavoratori se volevano protestare non potevano fare altro visto che scioperare nei trasporti è diventato praticamente impossibile (a causa della legge 146-90 e successivi provvedimenti). La pressione aumenta, la campagna propagandistica si servirà di potenti mezzi per mettere in un angolo i lavoratori con un’opposizione che è sempre più debole sul piano politico e sindacale. Cofferati ha lasciato un vuoto enorme di illusioni e la Cgil di Epifani, che pure ha sostenuto il sì al referendum, sta ripiegando e ha firmato un “patto per la competitività” con Confindustria senza provocare grandi reazioni al proprio interno. Sulle pensioni la Cgil convoca uno sciopero di due ore, sul contratto dei metalmeccanici la Fiom annaspa e non sa proporre niente di meglio che una “disarticolazione” della lotta (e cioè delle vertenze pilota a livello aziendale nella gestione di un contratto nazionale). Per dare un’idea della debolezza del fronte si pensi che in tutta la provincia di Milano le aziende impegnate sarebbero 20 su un totale di 1.200 che vedono una presenza sindacale. Il governo non è forte, come si è visto anche dai risultati delle elezioni amministrative, è attraversato da divisioni profonde, ma in un contesto come questo le contraddizioni non precipitano. Nel campo avverso si stabilizza la situazione nei Ds e la maggioranza di Fassino si giova del “tradimento” di Cofferati e della inevitabile crisi della sinistra interna. Rifondazione Comunista, che non si è avvantaggiata dai movimenti, nè in termini di militanza, nè in termini elettorali, non trae le conclusioni corrette da tutto questo e si spinge ancor più sulla linea movimentista che rende il partito incapace di incidere nella carne viva del movimento operaio. E’ inevitabile in questa situazione che un settore d’avanguardia del movimento possa trarre conclusioni negative. Nel Prc c’è già chi teorizza che la “crisi di risultati” sia il frutto della “destrutturazione della globalizzazione capitalistica”. Il pericolo insito in una situazione del genere è che di fronte alle sconfitte si tenti di cercare degli alibi e delle “cause oggettive”. Le responsabilità invece sono di natura soggettiva e competono alle direzioni del movimento operaio come dimostra la parabola di Sergio Cofferati. E’ del tutto evidente che il “cinese” ha voluto fin dall’inizio mantenere lo scontro in ambiti concertativi, con mobilitazioni rituali e ben centellinate che non dilagassero nelle fabbriche. Ogni ostacolo è stato posto per evitare che sorgessero forme di autoorganizzazione dal basso e che la lotta assumesse un carattere offensivo. Il tutto ci rimanda ai compiti che gli attivisti avranno nella prossima fase. Si tratta per un periodo (ci auguriamo breve) di resistere alle forti pressioni a cui governo e Confindustria sottoporranno la classe operaia per preparare la risalita successiva. Gli attacchi perpetuati al tenore di vita, sul fronte della precarietà e dei diritti determineranno inevitabilmente nuove esplosioni sociali. L’assenza di una credibile direzione politica e sindacale non è un ostacolo assoluto alla ripresa delle lotte sociali. Le mobilitazioni che più hanno inciso nel passato e che hanno aperto un nuovo ciclo nella lotta di classe (si pensi all’Autunno Caldo) spesso vedevano l’assenza di riferimenti credibili a sinistra. Il Pci e la Cgil prima del ‘68 erano al punto più basso della loro autorità nelle fabbriche, situazioni simili si sono verificate nei grandi processi rivoluzionari che hanno attraversato il continente negli anni ‘70. L’autunno caldo del 1969 si concluse con una vittoria (con la firma di decine di contratti estremamente avanzati e la conquista dello Statuto dei lavoratori) perchè la borghesia spaventata dalla rivoluzione fu ben contenta di fare concessioni, ma oggi non siamo all’apice del boom economico ma in una fase di stagnazione prolungata e dunque la lotta per ottenere risultati deve spingersi più avanti mettendo all’ordine del giorno la rottura di sistema. In una serie di paesi le masse hanno cercato, seppure in forma iniziale, di aprirsi la strada verso un’alternativa di potere (si pensi al movimento delle fabbriche occupate che producono sotto il controllo operaio in Argentina), ma l’assenza di una direzione ha fatto sì che queste esperienze rimanessero a uno stato embrionale. Le lotte rivendicative in America Latina degli ultimi anni hanno assunto quasi sempre un carattere insurrezionale e rivoluzionario (dalla rivolta del Chiapas, all’Argentinazo, alle diverse insurrezioni che si sono succedute in Bolivia, Perù, Venezuela, Uruguay, ecc.). Questo dimostra l’acutezza della crisi del sistema capitalista e fino a che punto è necessario, se si vuole incidere nelle mobilitazioni operaie dei prossimi anni, avere un approccio diverso nella gestione delle vertenze. Una lotta sindacale in questa fase può essere condotta alla vittoria solo se i delegati che la guidano hanno la preparazione necessaria per generalizzarla e collegarla a una prospettiva politica complessiva. Solo con un’organizzazione che coordini i propri militanti perchè svolgano un lavoro efficace di frazione all’interno dei sindacati e allo stesso tempo dirigano le vertenze mantenendosi autonomi sul piano politico e organizzativo è possibile impedire che le burocrazie sindacali diano alle mobilitazioni un carattere ristretto, conducendole alla sconfitta. Se qualcosa insegna la vertenza dei metalmeccanici è che anche per un sindacato dalle grandi tradizioni come la Fiom non basta radicalizzare la propria piattaforma e avere il sostegno della maggioranza dei lavoratori per vincere; è necessario mettere in campo forme di lotta molto più audaci che colpiscano duramente la controparte. Se il padronato non rispetta gli accordi contrattuali non si capisce perchè il sindacato debba attenersi alle norme antisciopero che si sono sottoscritte negli ultimi anni (raffreddamento, preavviso, ecc.). Gli scioperi devono tener conto dell’organizzazione produttiva per colpirla nel suo punto più debole. La gestione deve essere centralizzata e democratica allo stesso tempo (sotto il controllo delle Rsu) e l’applicazione flessibile per adattarsi al contesto concreto. Con una strategia di questo tipo con scioperi improvvisi, che vadano a colpire i picchi produttivi in maniera indiscriminata e articolata si potrebbe piegare il padrone. È la sola via. Finora la direzione della Fiom ha mostrato di non essere all’altezza di una conduzione così audace della lotta, e nella misura in cui non si avanza inevitabilmente si arretra dando fiato a quelle tendenze di destra che negli ultimi mesi hanno proposto di “moderare” la linea. In un articolo del 1° luglio, l’organo confindustriale il sole 24 ore, sottolineava con soddisfazione le recenti sconfitte del movimento sindacale europeo: sconfitto il referendum in Italia, in difficoltà la Fiom, diviso il fronte in Francia, interrotto lo sciopero per le 35 ore in Germania orientale. La colpa, a dire dell’articolo, è ovviamente delle “piattaforme estremistiche fuori da ogni contesto economico”, del sindacato “bastione conservatore contro il cambiamento”. Ma se questa è solo propaganda, non sono parole le affermazioni seguenti: “E ora, visto il quadro europeo, il sindacato si troverà di fronte a una seria e irresistibile riforma delle pensioni. (…) L’ala conservatrice del sindacato ha sottovalutato (…) il carattere nuovo del movimento degli imprenditori in Europa, la scelta peraltro quasi obbligata di schierarsi per l’innovazione e la decisione di rompere i ponti con antiche pratiche di deteriore consociativismo che stavano impantanando le nostre società”. I padroni sanno che attraversiamo un momento di debolezza; sanno di poter contare su un settore sindacale collaborazionista (i “settori più moderni del sindacato, dalla Cfdt francese ai chimici tedeschi (…) il punto di vista più moderno di Cisl e Uil”) e dicono a chiare lettere di voler affondare il colpo. Siamo quindi entrati in un processo tortuoso, ci saranno delle sconfitte e i lavoratori pagheranno la pavidità dei propri dirigenti, ma presto o tardi una nuova esplosione sociale romperà gli argini posti dalla burocrazia sindacale. Un nuovo autunno caldo non tarderà e da comunisti consapevoli lotteremo fin da ora per costruire quella opposizione nel sindacato e nel Prc che sappia farsi carico dei compiti di direzione delle future mobilitazioni. Nelle fasi di riflusso e di crisi del movimento di massa, è vitale concentrare gli sforzi affinché i settori d’avanguardia possano abbracciare idee nuove mettendo in discussione luoghi comuni e pregiudizi consolidati. In un contesto del genere è possibile avvicinare nuovi operai alle idee del marxismo e queste forze (anche se limitate) possono giocare in futuro un ruolo decisivo moltiplicandosi per dieci o per cento. Piuttosto che rifugiarsi in gesti esemplari e azioni isolate che si traducono unicamente in sterile testimonianza è verso la classe operaia nel suo insieme che devono rivolgersi i comunisti in un lavoro duro, difficile, che non darà risultati appariscenti nel breve periodo, ma che è indispensabile per preparare quella alternativa al capitalismo che mai come oggi si rende necessaria. Milano, 2 luglio 2003 |