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Le rivoluzioni nel mondo arabo Stampa E-mail
Scritto da Andrea Davolo   
 La guerra imperialista in Iraq ha provocato la reazione delle masse in tutti i principali paesi arabi. In questo momento, non c’è un solo governo della regione che possa definirsi sicuro e la stessa situazione in Iraq lascia pensare ad una probabile futura “Intifada irachena”. In questa fase le organizzazioni musulmane e i mullah rivestono un ruolo importante nel movimento di massa contro i “liberatori”. Tuttavia, contrariamente a quanto presentatoci dai mass-media borghesi, le tradizioni di lotta delle popolazioni arabe sono tradizioni laiche e progressiste, distanti anni luce, quindi, dal quel miscuglio di reazione ed oscurantismo che caratterizza il fondamentalismo islamico.

L’attuale debolezza delle organizzazioni di sinistra e dei Partiti Comunisti ha precise basi storiche e politiche che i marxisti devono coscientemente analizzare per non ripetere gli errori del passato o cadere nell’utilizzo della categoria dello “scontro di civiltà”, impiegata anche dalla maggioranza dirigente del Prc, per descrivere il conflitto attuale.

 

La nazione araba

 

E’ impossibile capire un solo avvenimento in questa regione del mondo se non si parte dalla premessa che c’è una sola nazione araba, con lingua, coscienza e cultura comune, nonostante le varie identità nazionali che si sono sviluppate più recentemente. Infatti, a differenza del subcontinente indiano o dei paesi africani, dove l’imperialismo ha incatenato tribù, gruppi etnici e popoli assolutamente diversi e dove oggi, su basi capitaliste, questi stessi gruppi tendono verso la frammentazione, è chiaro, da un rapido sguardo alla cartina, che il vasto territorio abitato dalla nazione araba è stato diviso arbitrariamente tracciando linee rette sulle sabbie del deserto e creando Stati artificiali. L’Iraq, la Siria, il Kuwait, la Giordania ecc… sono creazioni assolutamente artificiali, stabilite dagli imperialisti per rafforzare il loro controllo sugli interessi strategici vitali della regione.

Per raggiungere l’obiettivo della frammentazione della nazione araba l’imperialismo ha cinicamente promosso e sfruttato la discordia e gli antagonismi fra le diverse comunità religiose (mussulmani sciiti e sunniti, cristiani ortodossi e maroniti, drusi, ebrei, ecc…).

La causa prima di tutti gli avvenimenti turbolenti che hanno scosso il Medio Oriente a partire dalla fine della Prima guerra mondiale, quando venne disintegrato l’Impero Ottomano, è riconducibile all’aspirazione delle masse a riunificare questa nazione araba, spartita a pezzi dall’imperialismo britannico e francese nel corso della cosiddetta Conferenza della pace di Parigi del 1919. A conclusione di questo simposio delle potenze imperialiste vincitrici della guerra venne approvata la seguente risoluzione: “E’ compito della conferenza separare alcuni territori comprendenti, per esempio, la Palestina, la Siria, i paesi arabi a est della Palestina e della Siria, la Mesopotamia, l’Armenia, la Cilicia e probabilmente alcuni territori dell’Asia Minore, e promuovere lo sviluppo delle loro popolazioni sotto la guida di agenti come mandatari della Società delle Nazioni”.

 

La rivoluzione in Egitto e il movimento pan-arabo

 

La fine della Seconda guerra mondiale portò con sé una nuova spartizione imperialista che prevedeva, fra le altre cose, l’attribuzione al sionismo di un vasto settore dei territori palestinesi. La risoluzione Onu venne approvata dalla grande maggioranza dei Partiti Comunisti della regione, ormai degenerati e legati agli interessi e ai diktat della burocrazia sovietica, ma la risposta delle masse non tardò ad arrivare e si espresse direttamente sul terreno della rivoluzione.

L’Egitto era certamente il paese arabo in cui si sviluppava uno tra i più avanzati movimenti di massa contro l’occupazione britannica. Il 26 gennaio 1952 un milione fra operai e contadini scendevano in piazza per protestare con il governo corrotto e semifeudale del re Farouk. Contemporaneamente, Nasser, generale appartenente al gruppo degli “Ufficiali liberi”, con un colpo di stato, sostanzialmente pacifico, depose la monarchia segnando l’inizio della rivoluzione democratico-borghese in Egitto.

La rivoluzione in Egitto fu accolta in tutto il mondo arabo come un passo fondamentale verso la liberazione e la riunificazione araba. Così venne percepita anche la nazionalizzazione del Canale di Suez, che Nasser decise di avviare nel 1956 come risposta alle provocazioni dell’imperialismo anglo-francese che reclamava un diritto di controllo sull’economia egiziana con il pretesto di risanarla.

Questi eventi segnarono un punto di svolta in tutto il mondo arabo: la Siria si federò con l’Egitto formando la RAU (Repubblica Araba Unita) e sulla spinta dell’entusiasmo popolare per la nazionalizzazione del Canale di Suez e il fallimento dell’aggressione militare di Gran Bretagna Francia e Israele, il regime nasseriano cominciò a creare gruppi di pressione in Iraq, Libano, Tunisia, Arabia Saudita, Kuwait.

Il progetto pan-arabo, di unificazione araba, andava direttamente a scontrarsi  con gli interessi occidentali, ma il programma degli “Ufficiali liberi”, dietro la parola “socialismo”, nascondeva in realtà il progetto di sviluppare un’industria e un’economia capitalista locale libera dal giogo dell’imperialismo. Questo “sogno” poteva svilupparsi pienamente solo sulla base di un mercato molto più vasto di quello egiziano e ciò spiega l’annessione della Siria.

Per conquistare il sostegno dei lavoratori a questo progetto di “fondazione” di un capitalismo nazionale, Nasser promulgò, assieme alle nazionalizzazioni, una serie di riforme sociali, ma il supporto dei lavoratori doveva essere passivo e, allo scopo di neutralizzare una loro eventuale azione indipendente, accolse fino al 1958 il Partito Comunista all’interno dell’apparato statale, dopo aver fatto giurare ai suoi dirigenti che non avrebbero più svolto “attività politiche”. Nonostante ciò, l’influenza del movimento comunista continuava a crescere nei paesi arabi e principalmente in Siria e in Iraq. Approfittando del capitale politico accumulato, Nasser tentò di sferrare un colpo mortale ai comunisti. Iniziò così una violenta campagna anticomunista. Centinaia di militanti – molto ben conosciuti poiché collaboravano nella loro maggioranza con il regime – vennero catturati e spediti nei campi di internamento. La rete non veniva gettata solo sui comunisti, ma su ogni specie di uomini di sinistra, questi ancora più pericolosi perché non schedati. Parallelamente, per difendere e accrescere i patrimoni e i privilegi accumulati nel giro di pochi anni all’interno dell’apparato statale, Nasser cominciò ad attaccare la classe operaia egiziana erodendo salari e riforme prima concesse.

Gli ultimi anni del dominio di Nasser sono caratterizzati dall’uso dell’esercito per reprimere ogni germe di rivolta nelle fabbriche e nelle campagne. La morte di Nasser nel 1970 segnò l’abbandono del progetto di un capitalismo nazionale indipendente e la borghesia egiziana, ansiosa di cambiare strategia e di farla finita con una pericolosa demagogia socialista, inaugurò una nuova e più sicura politica di avvicinamento all’imperialismo USA.

 

La rivoluzione irachena

 

Nel 1921 l’imperialismo britannico impose allo stato artificiale dell’Iraq il re Faisal, un monarca che, nelle parole dell’allora ministro degli esteri britannico, doveva “regnare senza governare”. Questo provocò un’ondata di ribellione di massa in tutto il paese nel corso degli anni ’20. Nel tentativo di arginare questo movimento, venne concessa all’Iraq una forma di “indipendenza” che tuttavia, come ebbe a sostenere Winston Churchill, permetteva ancora il controllo effettivo del petrolio e delle altre risorse economiche del paese da parte degli inglesi. La protesta del popolo iracheno, in ogni caso, non si arenò di fronte a questa farsa e il Partito Comunista divenne una forza di massa.

Nel gennaio del 1948 il PC organizzò la più grande manifestazione nella storia della monarchia irachena: l’insurrezione di Al-Wathbah.

Il movimento fu incendiato dalle mobilitazioni studentesche per poi coinvolgere i lavoratori e i contadini che occuparono la terra in molte zone del paese.  Decine di migliaia di persone si riversarono nelle strade e nelle piazze delle principali città dando vita ad enormi manifestazioni. Il 27 gennaio la repressione della polizia uccise 400 persone, ma la protesta non si fermò. L’allora Primo Ministro fu  costretto a fuggire in Inghilterra e venne formato un nuovo governo. Nel mese di maggio una nuova ondata di repressione mise fine alle proteste con la dichiarazione della legge marziale, ma il colpo finale il Partito Comunista lo ricevette quando l’Urss decise di riconoscere il nuovo Stato di Israele nel luglio del 1948: ciò allontanò dalla militanza migliaia di attivisti di sinistra scandalizzati da questo episodio.

Nel 1958, scosso dalla crisi di Suez  e dall’impatto in tutta la regione della svolta a sinistra del regime egiziano di Nasser, l’imperialismo tentò di utilizzare la monarchia irachena per contenere la minaccia posta dal nasserismo. Gli USA cercarono di stabilire un “Patto di Baghdad” delle monarchie e dei regimi fantoccio, sul modello della Nato. Vennero quindi inviate truppe inglesi in Giordania e i marines in Libano. L’ordine di spostare truppe irachene verso la Giordania provocò la reazione delle masse e aprì la strada alla rivoluzione irachena del 1958.

L’esercito si ammutinò e invece di andare verso la Giordania marciò sul palazzo reale. Il re, il Principe ereditario e il primo ministro vennero linciati. Il nuovo governo, guidato dal colonnello Aref e dal generale Kassem si serviva di una fraseologia rivoluzionaria che definiva l’Iraq una “repubblica socialista”. Tuttavia, l’offensiva contro i privilegi dei capitalisti fu solo parziale. La Compagnia Petrolifera Irachena, per esempio, venne consegnata nelle mani di quattro compagnie: una britannica, una francese, una olandese e una statunitense. Nonostante l’introduzione, sotto la pressione delle masse, di riforme nel campo della salute e dell’educazione, la situazione nelle campagne continuava ad essere insostenibile dal momento che la riforma agraria varata, non prevedendo la collettivizzazione della terra e il finanziamento per l’acquisto di nuovi macchinari, non risolse nessuno dei problemi  principali.

Masse di contadini impoveriti furono costretti a lasciare le campagne per recarsi nelle città in cerca di lavoro. Negli anni ’60 i Kurdi rivendicarono l’autonomia e il controllo dei pozzi petroliferi nel nord del paese. Kassem si rifiutò.  Se il Partito Comunista Iracheno, che nel frattempo sotto l’azione delle giovani generazioni si era riorganizzato ed era divenuto nuovamente la più forte organizzazione politica nel paese,  avesse fatto un appello per il controllo operaio dell’industria del petrolio, la distribuzione della terra ai contadini, l’autodeterminazione del popolo kurdo, questo avrebbe permesso all’Iraq di diventare l’avanguardia di un movimento contro il latifondismo e il capitalismo in tutta la regione. Sarebbe stato l’inizio della rivoluzione socialista in tutti i paesi arabi.   

 

La teoria delle “due fasi”

 

Purtroppo, lo stalinismo ha giocato un ruolo criminale nello sviluppo della rivoluzione nel mondo coloniale. La burocrazia stalinista, una volta consolidatasi al potere nell’Unione Sovietica, sviluppò idee fortemente conservatrici. Temendo che la rivoluzione in altri paesi avrebbe potuto svilupparsi su basi sane e così porre una minaccia al proprio dominio in Russia, ad un certo punto, cominciò ad agire attivamente per evitare la rivoluzione altrove.

L’Internazionale Comunista, ormai degenerata e assoggettata agli interessi di Mosca, rispolverò la vecchia teoria  delle “due fasi”. Anziché seguire una politica di indipendenza di classe e guidare i lavoratori e i contadini verso la presa del potere, i Partiti Comunisti dovevano ora cercare alleanze con la borghesia “progressista” e i settori “progressisti” dell’esercito. Questa linea politica rappresentò una rottura sostanziale con il leninismo e con l’esperienza della rivoluzione russa. Infatti i bolscevichi spiegavano che “L’internazionale comunista deve concludere delle alleanze temporanee con la democrazia borghese delle colonie e dei paesi arretrati, ma non deve fondersi con essa e deve assolutamente salvaguardare l’indipendenza del movimento proletario perfino nella sua forma più embrionale” (Lenin, Risoluzioni dei primi 4 congressi dell’IC).  Diversamente fecero i Partiti Comunisti nei paesi arabi, applicando la formula delle “due tappe” (prima la rivoluzione democratica e l’indipendenza nazionale ed in futuro la rivoluzione socialista).

Come abbiamo visto, in Egitto i comunisti sostennero Nasser arrivando ad integrarsi nell’apparato dello Stato egiziano, salvo poi essere espulsi e perseguitati dallo stesso Nasser quando nel paese cominciava ad emergere un’opposizione di classe. In Iraq, il disperato tentativo di un’alleanza con la borghesia nazionale portato avanti dal PC condusse paradossalmente i comunisti a sostenere prima Kassem e successivamente il Partito Ba’ath, il partito di Saddam, proprio mentre Kassem e i Baathisti dichiaravano illegale il Partito Comunista e uccidevano centinaia dei suoi militanti.

In Algeria, durante la guerra di liberazione, il Partito Comunista arrivò addirittura a sciogliersi nel Fronte di Liberazione Nazionale. Le ragioni per cui i comunisti dovevano sostenere le rivoluzioni in Egitto e in Iraq, come anche quelle in Algeria, Siria, Sudan e in generale in tutti i paesi coloniali, sono evidenti.

Si trattava di movimenti rivoluzionari che assestarono un colpo durissimo all’imperialismo, che sollevarono le masse e fecero avanzare la lotta di classe. Tuttavia, 50 anni dopo, cosa hanno risolto le borghesie di tutti questi paesi? Hanno avuto l’indipendenza, ma sotto il capitalismo, questo si riduce a nulla. Oggi, regimi come quello egiziano sono in realtà i fiduciari locali dell’imperialismo che continua a governare con le armi dello scambio e dell’indebitamento. Addirittura, in Iraq assistiamo al tentativo di ritornare al controllo militare e burocratico diretto dell’imperialismo.

La realtà è che in questi paesi lotta di classe e lotta per l’indipendenza nazionale sono stati e sono tutt’ora strettamente connesse. Le borghesie di questi paesi hanno dimostrato di essere talmente deboli e compromesse con l’imperialismo, da non poter svolgere alcun ruolo indipendente. Solo una rivoluzione socialista, con la nazionalizzazione delle principali risorse sotto il controllo democratico dei lavoratori può realmente rendere liberi questi paesi dall’imperialismo e dare avvio al miglioramento della vita delle popolazioni arabe. Nasser si fece portavoce dell’aspirazione all’unità della nazione araba. Ma su basi capitaliste quest’idea resta un sogno irraggiungibile come dimostra l’esperienza della RAU. La borghesia siriana preoccupata di perdere il proprio peso e i propri privilegi decise nel 1961 di farla finita con l’utopia nasseriana e con un colpo di Stato ritirò la Siria dalla Federazione. Lo stesso Saddam Hussein riprese l’ideale pan-arabo, ma questo non lo trattenne dal massacrare Kurdi e Sciiti e dal dichiarare una sanguinosissima guerra all’Iran. Sotto il capitalismo, il futuro delle popolazioni arabe è un futuro di divisioni, discordie e carneficine.

 

Conclusioni

 

L’attuale debolezza della sinistra araba è quindi riconducibile alla disillusione che i tradimenti e le oscillazioni dei dirigenti dei vari Partiti Comunisti hanno determinato fra le masse arabe. È sui ripiegamenti della linea di Arafat, ma anche del Fronte Popolare, che, ad esempio, in Palestina sono cresciute organizzazioni come Hamas o la Jihad Islamica.

È importante e significativo il fatto che i partiti comunisti arabi, dopo anni di profonde divisioni, si siano riuniti in un manifesto unitario contro la guerra imperialista. Come sono rilevanti le notizie che ci giungono dall’Iraq e ci  riferiscono di una riorganizzazione del Partito Comunista Iracheno (ICP), il cui organo di informazione “People’s Path” è stato il primo nuovo giornale ad essere pubblicato nel paese dopo la caduta di Saddam. I giovani e i lavoratori arabi impareranno presto, sulla base della loro esperienza, che il fondamentalismo islamico non offre loro alcuna via d’uscita, come testimonia il caso dell’Iran. L’azione delle masse, in realtà, preoccupa i leaders islamici perché i loro progetti reazionari non corrispondono alle aspirazioni di progresso e benessere delle popolazioni.

Come dimostra l’esperienza dei marxisti in Pakistan (Falcemartello n. 160 e 165) i fondamentalisti possono essere sconfitti rompendo apertamente con le borghesie corrotte, abbandonando improbabili appelli ad un “ruolo dell’Onu” e offrendo un’alternativa di classe e rivoluzionaria. Oggi, dopo il crollo dello stalinismo e dopo che i vari partiti nazionalisti come il Ba’ath sono stati ormai screditati, siamo sicuri che i lavoratori e i giovani arabi torneranno alle loro migliori tradizioni di lotta.

 
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