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Contratto metalmeccanici Stampa E-mail
Scritto da Orlando Maviglia, Paolo Grassi   
La parola ai lavoratori

Con la firma del contratto nazionale dei metalmeccanici tra Fim, Uilm e Federmeccanica il 7 maggio si è prodotta una nuova rottura tra la Fiom e gli altri due sindacati di categoria.

Come nel giugno del 2001, sul rinnovo della parte economica del contratto nazionale, come sul destino di migliaia di operai Fiat nell’autunno del 2002, ancora una volta la Fiom non firma e chiede ai lavoratori il sostegno per portare avanti una piattaforma alternativa.

L’obiettivo della Fiom di costringere i padroni (oltre che Fim e Uilm) a fare un passo indietro per sottoscrivere una piattaforma votata a stragrande maggioranza, nelle assemblee è ambizioso e richiede anzi tutto un salto qualitativo nella comprensione della posta in gioco e dei metodi con cui preparare e articolare la lotta.

 

Il contratto firmato da Fim e Uilm 

 

L’accordo accoglie interamente la volontà di Federmeccanica su salario e normative; costituisce il tentativo di smantellare l’istituto contrattuale stesso, presentando una serie di “soluzioni contrattuali” (nell’articolo sulla modifica del sistema di inquadramento professionale, si parla testualmente di “soluzioni chiavi in mano” applicabili in azienda) che adeguano il testo contrattuale, peggiorando tutte le principali normative, alle leggi del governo Berlusconi.

In sostanza, la filosofia di ogni contrattazione viene ribaltata:  i contratti si limitano a recepire le leggi, non più a migliorarle, sono semplici applicativi delle leggi. Si introduce così l’ultimo pezzo incompiuto del Libro bianco di Maroni.

Federmeccanica ha chiesto e ottenuto, di far istituire delle commissioni che entro 90 giorni dall’approvazione delle leggi delega ne applichino i contenuti specifici all’interno del contratto.

In  particolare si introducono:

-  la normativa prevista dalla Legge 30 del 2003 (ex 848) che introduce la precarietà totale nel mercato del lavoro, i contratti a chiamata, l’affitto permanente di manodopera e la totale liberalizzazione degli appalti.

- la norma del decreto 368, che toglie ogni vincolo residuo  per l’utilizzo dei contratti a termine, e per questo si chiede di abolire un intero paragrafo del contratto.

- la norma del decreto legislativo dell’8 aprile 2003 che comportano la fine dell’orario settimanale massimo e il passaggio agli orari plurisettimanali, periodali e plurimensili (ultraflessibili).

- la messa in discussione dell’attuale inquadramento unico professionale senza chiarire in alcun modo quale sarà la collocazione dei lavoratori, ma affidando ad un gruppo di lavoro nazionale il compito di definire “menù differenziati” fabbrica per fabbrica, con  il rischio che ogni lavoratore  e ogni azienda abbia la sua qualifica e la sua paga.

- viene sancita l’istituzione di un Ente Bilaterale che amministrerà la formazione professionale oggi, le assunzioni domani e che trasformerà il sindacato in agente collocatore dei lavoratori.

Sul salario, Federmeccanica ha proposto e ottenuto lo stesso meccanismo dell’anticipo dell’accordo separato del 2001, ampliandolo e peggiorandolo. I metalmeccanici sono infatti entrati in questo contratto con 18mila lire in meno di recupero salariale  sull’inflazione 2001-2002, che Federmeccanica ha già considerato erogate e dovrebbero entrare nel prossimo contratto (rinnovo del biennio  economico 2005-2006) con un altro debito di 21 euro, che costituisce la  “tranche”  da liquidare nel mese di dicembre 2004.

Fim e Uilm dichiarano di aver conseguito un aumento di 90 euro, in realtà tolto l’anticipo dei 21 euro, a titolo di competenze per il 2003-2004 l’aumento reale è di 69 euro, cioè un solo euro in più al mese di quanto inizialmente offerto da Federmeccanica. A peggiorare la situazione sta il fatto che almeno nel 2001 furono date con effettivo anticipo le 18 mila lire, ora i 21 euro anticipano di un solo mese quanto dovrebbe essere dato ai lavoratori a titolo di recupero dell’inflazione a partire da gennaio 2005. In conclusione l’aumento reale di questo contratto è di soli 69 euro lordi, scaglionati al V livello e di solo 59,50 scaglionati al III livello.

Di fronte a tanta arroganza, sulla carta, la piattaforma della Fiom (che ha i suoi punti forti nell’aumento salariale a 135 euro uguali per tutti e l’assunzione dei precari a tempo indeterminato dopo otto mesi di lavoro) dovrebbe raccogliere un appoggio massiccio tra i lavoratori.

Purtroppo non è esattamente così. Lo sciopero del 16 maggio non è stato il successo che i dirigenti hanno dichiarato, le manifestazioni in diversi casi sono state poco partecipate e l’adesione è stata a macchie di leopardo. Ci sono fabbriche dove l’adesione ha toccato il 90% ma ce ne sono altre dove la risposta non è stata soddisfacente. Diversi delegati negli attivi hanno lamentato una certa difficoltà a convincere i lavoratori a scioperare e molti che spesso hanno lottato in passato esprimono dubbi sulle reali possibilità di vincere questa battaglia.

Riconoscere ciò non significa essere disfattisti nè pessimisti, è la realtà che tantissimi attivisti si trovano ad affrontare in questo momento.

C’è oggettivamente una differenza tra l’ambiente entusiasta dell’estate del 2001 e oggi. Perché?

E’ possibile ricreare le stesse condizioni di allora?

 

Gli errori della direzione Fiom

 

Nell’estate del 2001 i lavoratori hanno dato fiducia ai dirigenti sindacali, hanno scioperato ma non hanno ottenuto nulla. La modalità con cui sono state organizzate quelle lotte (due scioperi generali a distanza di cinque mesi) hanno determinato un raffreddamento dell’ambiente ed è crollata la fiducia tra i lavoratori. Per costringere Federmeccanica a riaprire la trattativa ci voleva ben altro e questa convinzione era diffusissima tra gli attivisti sindacali. Poi c’è stata la vertenza Fiat dove la direzione Fiom ha giocato il ruolo di pompiere particolarmente a Termini Imerese, la punta più avanzata del movimento, infine, con l’attuale contratto, i vertici sono rimasti al tavolo delle trattative per tre mesi senza preparare nessuna controffensiva di fronte a una vertenza che si preannunciava difficilissima fin dall’inizio.

La realtà è che la Cgil fino ad ora non ha voluto mettere in campo tutta la forza della propria organizzazione e non si è preparata ad una battaglia dura e di lunga durata. Tutto il gran parlare sulle casse di resistenza, almeno per ora, non ha condotto a nulla. Le casse (formalmente approvate dal CC della Fiom) non erano operative per la vertenza Fiat, né lo sono per questa vertenza.

Fim e Uilm stanno portando avanti una consultazione farsa tra i loro iscritti. I metodi che stanno usando assomigliano alla preparazione di liste di proscrizione. Ma come li stiamo contrastando? Che ne è della battaglia più volte annunciata per far esprimere i lavoratori con un vero referendum?

Spesso sentiamo i delegati affermare che nelle fabbriche gli esponenti della Cisl vengono fischiati e contestati perché nelle assemblee si rifiutano di mettere ai voti l’accordo firmato. Ma questa rabbia non viene canalizzata in alcun modo se non convocando scioperi rituali.

I dirigenti della Fiom  non si stanno dimostrando all’altezza di quella che è effettivamente una battaglia campale e seminano ancora più confusione alternando dichiarazioni di fuoco a proposte moderate e poco comprensibili.

Si fa un gran parlare di scioperi articolati che danneggiano la produzione, ma questi scioperi quando si fanno vengono organizzati nelle stanze dei funzionari senza coinvolgere i lavoratori, spesso con proposte poco incisive come gli scioperi formali di un’ora all’inizio e alla fine del turno. Se si volesse colpire duramente ben altri dovrebbero essere gli scioperi da fare.

Un altra proposta che lascia perplessi è quella di “disarticolare la lotta resistendo a livello aziendale”. Questo in ultima analisi rappresenta una rinuncia a condurre la lotta a livello nazionale, con l’idea che aprendo singoli conflitti aziendali si possa conquistare miglioramenti contrattuali azienda per azienda.  Significa dividere il fronte e scendere proprio sul terreno di chi vuole abolire l’istituto del contratto nazionale. Una strategia perdente da cima a fondo.

Nell’ultimo Comitato centrale del 26 maggio, il segretario nazionale Gianni Rinaldini ha proposto un congresso straordinario “per serrare le fila ed essere più determinati”. Dopo il dibattito si è convenuto di fare una semplice “consultazione degli iscritti”.

In realtà quello che si voleva non era tanto consultare gli iscritti ma aprire una resa dei conti tra due ali della burocrazia: tra chi vorrebbe tornare ai “bei tempi” dell’unità sindacale e chiudere questa scomoda vertenza firmando l’accordo sottoscritto da Cisl e Uil e chi ritiene (giustamente) che fare questo rappresenterebbe una disfatta per la Fiom e soprattutto per i lavoratori.

Noi ci schieriamo ovviamente con i secondi, ma in maniera molto critica, perché siamo consapevoli che anche il settore di sinistra del vertice Fiom in questi due anni non ha fatto che “raffreddare” una situazione che potenzialmente era esplosiva. Se le lotte recenti non sono state entusiasmanti la colpa non è dei lavoratori ma dei dirigenti che con la loro stoltezza hanno bagnato la miccia per oltre due anni e ora si lamentano perché questa non si accende.

Li sosterremo contro la destra nella Fiom ma allo stesso tempo faremo di tutto per sottoporli a un controllo dal basso attraverso strumenti di democrazia consiliare che facciano emergere la reale volontà dei lavoratori, a partire dai più combattivi.

La battaglia per la democrazia nel sindacato deve affiancare questa vertenza, se i vertici sono incapaci si facciano da parte e si formino  nelle aziende, a livello territoriale e nazionale dei comitati di lotta che continuino la battaglia sotto la gestione democratica dei lavoratori. Solo quando i lavoratori riprenderanno il controllo delle proprie vertenze il sindacato tornerà a vincere.

 
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