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Trotskij: su Europa e America (1924) Stampa E-mail
Scritto da La redazione   
 Quello che segue è l’estratto di un discorso tenuto da Trotskij a Mosca nel 1924; si analizzano con lucidità i rapporti di forza tra i paesi imperialisti dell’epoca e in particolare il ruolo degli Usa, nuova potenza ascendente agli albori del ventesimo secolo.

L’intervento oltre a rappresentare un magistrale esempio di materialismo applicato alla politica internazionale riscuote grande interesse per la denuncia che viene rivolta alla socialdemocrazia che negli anni ‘20, come oggi nella recente guerra in Iraq, invece di mantenere una posizione indipendente dalle diverse potenze, si allinea al fronte imperialista ritenuto “pacifista”, che all’epoca non era l’asse franco-tedesco, ma bensì l’imperialismo americano.

Trotskij disvela i reali interessi materiali che sono alla base del presunto pacifismo americano e avanza la parola d’ordine degli Stati uniti socialisti d’Europa, unica fortezza in grado di contrastare gli Usa che prenderanno il sopravvento sulla vecchia Gran Bretagna imponendo il proprio dominio sul mondo.

In un periodo come questo nel quale crescono le posizioni “antiamericane”, non solo tra le masse, ma anche all’interno delle classi dominanti in Europa come nei paesi dipendenti, è quanto mai necessario ribadire, come riesce a fare Trotskij con grande efficacia, quanto sia imprescindibile mantenere una posizione di indipendenza del proletariato verso le forze della borghesia (di qualsiasi tipo), anche verso quelle che in determinati momenti decidono di collocarsi dalla parte della “pace” o contro l’imperialismo Usa.

Rivolgiamo questo intervento in particolare a quei compagni che in Rifondazione Comunista, pur difendendo la categoria di analisi dell’imperialismo, il “ritorno a Lenin” e al bolscevismo pensano che si possa contrapporre allo strapotere americano un’indistinta alleanza interclassista comprendente Stati e settori della classe dominante. Questa non è mai stata la posizione di Lenin e Trotskij come si potrà vedere leggendo la trascrizione di questo intervento.

 

La preponderanza potenziale degli Stati Uniti sul mercato mondiale è molto più grande di quanto non fosse quella britannica nei giorni più splendenti della sua egemonia mondiale - grosso modo nei tre quarti del secolo scorso. Questa forza potenziale dovrà inevitabilmente trasformarsi in forza cinetica, e un giorno il mondo sarà testimone

dell’esplodere dell’aggressività americana in ogni settore del nostro pianeta. Lo storico del futuro scriverà nei suoi

libri: “La famosa crisi del 1930? Fu una svolta nell’intera storia degli Stati Uniti, in quanto impose una tale riconversione delle mete spirituali e politiche da trasformare la

vecchia dottrina Monroe, “L’America degli americani”,

in quella “Il mondo intero agli americani”.

(Lev Trotskij, 1931)

 

Le prospettive dell’evoluzione mondiale* di Lev Trotskij

 

(...) Il precedente sviluppo dell’Europa e di tutto il mondo si effettuava, in misura considerevole, sotto la direzione dell’Inghilterra. L’Inghilterra aveva saputo, per prima, utilizzare ampiamente il carbone e il ferro e, di conseguenza, assicurarsi per molto tempo la direzione del mondo. In altri termini, essa realizzava politicamente la sua preponderanza economica e ne traeva profitto nei suoi rapporti internazionali. Dominava in Europa opponendo un paese all’altro, consentendo o rifiutando prestiti, finanziando la lotta contro la Rivoluzione francese ecc. Dominava il mondo intero. Ma la sua preponderanza nel momento di maggiore rigoglio è niente in confronto a quella di cui dispongono attualmente gli Stati Uniti sul resto del mondo, Inghilterra compresa. Questo è il problema fondamentale della storia europea e mondiale. Non capirlo, significa essere incapaci di comprendere il prossimo capitolo della nostra storia. Non è per un caso che il generale Dawes ha varcato l’oceano, che siamo costretti a sapere che egli si chiama Dawes e che ha la qualifica di generale. Egli ha con sé numerosi banchieri americani, che esaminano i documenti dei governi europei e dichiarano: noi non permetteremo questo, noi esigiamo quest’altro. Perché questo tono autoritario? Tutto il sistema dei risarcimenti fallirà se l’America non effettua il primo versamento: 800 milioni di marchi oro per garantire la moneta tedesca. Dall’America dipende la stabilizzazione o la caduta del franco, ed anche, in misura inferiore, della sterlina. Ora, il marco, il franco e la sterlina giocano un certo ruolo nella vita dei popoli.

 

L’imperialismo «pacifista» degli Stati Uniti

 

Non è da oggi che l’America si è impegnata completamente e definitivamente sulla strada di un’attiva politica imperialista mondiale. Il cambiamento della sua politica risale agli ultimi anni del XIX secolo. La guerra ispanoamericana ha avuto luogo nel 1898; a quell’epoca gli Stati Uniti si sono impadroniti di Cuba e, allo stesso tempo, si sono assicurati la chiave del canale di Panama e, di conseguenza, uno sbocco nell’oceano Pacifico, verso la Cina, verso il continente asiatico. Nel 1900, l’esportazione dei prodotti industriali, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, ha superato la loro importazione. E così l’America ha potuto intraprendere una politica mondiale attiva.

Nel 1903, l’America stacca dalla Colombia la provincia di Panama, di cui fa proclamare e riconoscere l’indipendenza. Agisce allo stesso modo con le isole Hawaii e, mi sembra, con le isole Samoa. Quando vuole annettere un territorio straniero o mettere un paese sotto tutela, organizza una piccola rivoluzione locale, poi interviene per pacificare il paese, - come fa attualmente Dawes nell’Europa rovinata dalla guerra, condotta con l’aiuto dell’America. Nel 1903, gli Stati Uniti si assicurano in questo modo l’istmo di Panama e procedono al taglio del canale, il cui compimento, nel 1920, apre, nel senso letterale del termine, un nuovo capitolo nella storia dell’America e di tutto il globo terrestre.

Gli Stati Uniti hanno radicalmente corretto la geografia nell’interesse dell’imperialismo americano. Come è noto, la loro industria è concentrata nella parte orientale del paese, verso l’Atlantico. La parte occidentale è soprattutto agricola. Gli Stati Uniti sono attirati principalmente dalla Cina, che ha una popolazione di 400 milioni di abitanti e incalcolabili ricchezze. Attraverso il canale di Panama, la loro industria si apre una via verso l’Occidente che consente di risparmiare parecchie migliaia di chilometri. Gli anni 1898, 1900, 1914 e 1920 sono le date che segnano le tappe principali del cammino dell’imperialismo sul quale si sono deliberatamente avviati gli Stati Uniti. Di queste tappe, la guerra mondiale è stata la più importante. Gli Stati Uniti sono intervenuti soltanto all’ultimo momento, hanno aspettato tre anni prima di uscire dalla loro «neutralità». Inoltre, due mesi prima del loro intervento, Wilson dichiarava che non era neanche il caso di parlare della partecipazione dell’America alla sanguinosa follia dei popoli europei. Per tre anni, gli Stati Uniti si sono accontentati di convertire metodicamente in dollari il sangue dei «folli» europei. Ma, nel momento in cui la guerra minacciava di concludersi con la vittoria della Germania, loro più pericolosa rivale, gli Stati Uniti sono intervenuti, e il loro intervento ha deciso l’esito della lotta.

Fatto notevole: è a scopo d’interesse che l’America ha alimentato la guerra attraverso la sua industria; è a scopo di interesse che è intervenuta, per schiacciare un temibile concorrente; e, tuttavia, è riuscita a mantenere una solida reputazione di pacifismo. È uno dei paradossi della storia, paradosso che non ha e non avrà niente di divertente per noi. L’imperialismo americano, fondamentalmente brutale, spietato, rapace, grazie alle particolari condizioni dell’America, ha la possibilità di avvolgersi nel mantello del pacifismo - cosa che non possono fare gli avventurieri imperialisti del vecchio mondo. Ciò dipende da ragioni geografiche e storiche. Gli Stati Uniti non hanno avuto bisogno di mantenere un esercito di terra. Perché? Perché sono separati dai loro rivali da immensi oceani. L’Inghilterra è un’isola, e questo è uno dei fattori determinanti del suo carattere, e insieme uno dei suoi principali vantaggi. Anche gli Stati Uniti sono una vasta isola in rapporto al vecchio mondo. L’Inghilterra si protegge con la sua flotta. Ma, se si riesce a sfondare il suo fronte navale, è facile conquistarla, perché rappresenta soltanto una stretta striscia di terra. Ma provate a conquistare gli Stati Uniti! È un’isola che ha allo stesso tempo tutti i vantaggi della Russia, l’immensità del territorio. Anche senza flotta, gli Stati Uniti sarebbero quasi invulnerabili, grazie alla loro vasta superficie. Ecco la principale ragione geografica che ha permesso loro di agghindarsi con questa maschera del pacifismo. In realtà, contrariamente all’Europa e agli altri paesi, l’America, fino ad ora, non aveva esercito. E se ne ha uno, è perché vi è stata costretta. Chi l’ha costretta? I barbari, il kaiser, gli imperialisti tedeschi.

La seconda ragione della reputazione di pacifismo degli Stati Uniti, bisogna cercarla nella storia. Essi sono intervenuti nell’arena mondiale quando l’intero globo terrestre era già conquistato, diviso e oppresso. Per questo l’avanzata imperialista degli Stati Uniti si effettua sotto le parole d’ordine: «Libertà dei mari», «Frontiere aperte» ecc. ecc. Perciò, quando l’America è costretta a compiere apertamente una canagliata militarista, agli occhi della sua popolazione e, in una certa misura, di tutta l’umanità, la responsabilità incombe unicamente sui cittadini ritardati del resto del mondo.

Wilson ha aiutato a dare il colpo di grazia alla Germania, poi è arrivato in Europa armato dei suoi quattordici punti, in cui prometteva il benessere generale, la pace universale, il castigo del kaiser, proclamava il diritto delle nazioni a disporre di se stesse, il regno della giustizia ecc. E, per lunghi mesi, i piccoli borghesi, e anche una gran parte degli operai europei, credettero nel vangelo di Wilson. Rappresentante del capitale americano, che si era macchiato di sangue attizzando la guerra europea, questo professore di provincia apparve in Europa come l’apostolo del pacifismo e della riconciliazione. E tutti dicevano: Wilson darà la pace, Wilson restaurerà l’Europa. Ma Wilson non riuscì a ottenere al primo colpo ciò che è venuto a realizzare oggi il generale Dawes con la sua scorta di banchieri e, offeso, girò le spalle all’Europa e se ne tornò a casa. Quali non furono allora i clamori dei democratici-pacifisti e dei socialdemocratici contro la follia della borghesia europea, che non aveva voluto accordarsi con Wilson e non aveva saputo realizzare la pacificazione e il benessere dell’Europa!

Wilson fu isolato. Il partito repubblicano andò al potere. L’America attraversò allora un periodo di prosperità commerciale e industriale basata quasi unicamente sul mercato interno, vale a dire sul temporaneo equilibrio tra industria e agricoltura, tra l’Est e l’Ovest del paese. Questa prosperità durò soltanto due anni: ebbe fine del 1923. Ma, dalla primavera scorsa, si sono manifestati i sintomi di una crisi commerciale e industriale, preceduta peraltro da una forte crisi agricola che ha crudelmente colpito le regioni agricole del paese. E, come sempre, questa crisi ha dato all’imperialismo un nuovo impulso vivificante. Il capitale finanziario degli Stati Uniti ha spedito i suoi rappresentanti in Europa per completare l’opera cominciata durante la guerra imperialista e continuata con la pace di Versailles, vale a dire per mettere l’Europa sotto tutela economica.

 

Il piano degli Stati Uniti: mettere l’Europa «a stecchetto»

 

Che cosa vuole il capitale americano? A cosa tende? Esso cerca, si dice, la stabilità. Vuole ristabilire il mercato europeo nel suo interesse, vuole restituire all’Europa la sua capacità di acquisto. In che modo? Con quali limitazioni? In realtà, il capitale americano non può volersi creare un concorrente nell’Europa. Esso non può ammettere che l’Inghilterra e, a maggior ragione, la Germania e la Francia recuperino i loro mercati mondiali, perché esso stesso vi sta stretto, poiché esporta prodotti ed esporta se stesso. Esso mira al dominio del mondo, vuole instaurare la supremazia dell’America sul nostro pianeta. Che cosa deve fare verso l’Europa? Deve pacificarla, dice. Come? Sotto la sua egemonia. Che cosa significa? Che esso deve permettere all’Europa di risollevarsi, ma entro limiti ben determinati, accordarle settori determinati, ristretti del mercato mondiale. Il capitale americano ora comanda ai diplomatici. Si prepara a comandare anche alle banche e ai trusts europei, a tutta la borghesia europea. A questo tende. Assegnerà ai finanzieri e agli industriali europei determinati settori del mercato. Regolerà le loro attività. In una parola, vuole ridurre l’Europa capitalistica al proprio servizio; in altre parole, indicarle quante tonnellate, litri o chilogrammi di questa o quell’altra materia ha il diritto di comprare o di vendere (...)

 

L’imperialismo americano e la socialdemocrazia europea

 

Ma prima di affrontare questa importante questione, esaminiamo qual è il ruolo che il capitale americano riserva ai radicali e ai menscevichi europei, alla socialdemocrazia in questa Europa che sta per essere posta a regime controllato.

La socialdemocrazia è incaricata di preparare questa nuova situazione, cioè di aiutare politicamente il capitale americano a mettere a razione l’Europa. Che fanno in questo momento le socialdemocrazie tedesca e francese, che fanno i socialisti di tutta Europa? Si educano e si sforzano di educare le masse operaie nella religione dell’americanismo; in altre parole, fanno dell’americanismo, del ruolo del capitale americano in Europa, una nuova religione politica. Si sforzano di persuadere le masse lavoratrici che, senza il capitale americano, essenzialmente pacificatore, senza i prestiti dell’America, l’Europa non potrà resistere. Fanno opposizione alla loro borghesia, come i socialpatrioti tedeschi, non dal punto di vista della rivoluzione proletaria, e neanche per ottenere delle riforme, ma per dimostrare che questa borghesia è intollerabile, egoista, sciovinista e incapace di andare d’accordo con il capitale americano pacifista, umanitario, democratico.

È il problema fondamentale della vita politica dell’Europa e, in particolare, della Germania. In altri termini, la socialdemocrazia europea diventa oggi l’agenzia politica del capitale americano. È un fatto inaspettato? No, poiché la socialdemocrazia, che era l’agenzia della borghesia, nella sua degenerazione politica, doveva fatalmente diventare l’agenzia della borghesia più forte, della più potente, della borghesia di tutte le borghesie, cioè della borghesia americana.

Poiché il capitale americano assume il compito di unificare, di pacificare l’Europa, di insegnarle a risolvere i problemi dei risarcimenti e altri ancora, e poiché tiene i cordoni della borsa, la dipendenza della socialdemocrazia nei confronti della borghesia tedesca in Germania, della borghesia francese in Francia, diventa sempre di più una dipendenza nei confronti del padrone di queste borghesie. Il capitale americano è attualmente il padrone dell’Europa. Ed è naturale che la socialdemocrazia cada politicamente sotto la dipendenza del padrone dei suoi padroni. Questo è il fatto essenziale per comprendere la situazione attuale e la politica della Seconda Internazionale. Non rendersene conto, significa non poter comprendere gli avvenimenti di oggi e di domani, significa vedere soltanto la superficie delle cose e soddisfarsi di frasi generiche.

La socialdemocrazia prepara il terreno al capitale americano, si fa suo araldo, parla del suo ruolo salutare, gli apre la strada, l’accompagna con i suoi auguri, lo glorifica. Non è un lavoro di poca importanza. Prima, l’imperialismo si faceva spianare la strada dai missionari, che i selvaggi di solito fucilavano, e qualche volta addirittura mangiavano. Per vendicare i loro morti, allora, spedivano truppe, successivamente mercanti e amministratori. Per colonizzare l’Europa, per farne il proprio dominio, il capitale americano non ha bisogno di spedirvi dei missionari. Sul posto, c’è già un partito il cui compito è di predicare ai popoli il vangelo di Wilson, il vangelo di Coolidge, le Sacre Scritture delle Borse di New York e di Chicago. In questo consiste l’attuale missione del menscevismo europeo.

Ma, servizio per servizio! I menscevichi ricavano dalla loro dedizione parecchi vantaggi. Per questo, proprio ultimamente, durante il periodo della guerra civile acuta, la socialdemocrazia tedesca ha dovuto assumere la difesa armata della sua borghesia, di quella stessa borghesia che camminava tenendosi per mano con i fascisti. Infatti, Noske è una figura simbolica della politica postbellica della socialdemocrazia tedesca. Oggi, quest’ultima ha un ruolo completamente diverso: può permettersi il lusso di stare all’opposizione. Critica la sua borghesia e, con questo, mette una certa distanza tra sé e i partiti del capitale. Come la critica? Tu sei egoista, interessata, stupida, nociva, le dice; ma al di là dell’Atlantico, c’è una borghesia ricca e potente, umanitaria, riformista, pacifista, che viene di nuovo da noi, che vuole darci 800 milioni di marchi per restaurare la nostra moneta e tu ti inalberi, osi ribellarti contro di lei quando hai sprofondato la nostra patria nella miseria. Ti smaschereremo senza pietà davanti alle masse popolari tedesche. E questo, lo dice in tono quasi rivoluzionario, difendendo la borghesia americana.

Lo stesso accade in Francia. Evidentemente, poiché la situazione politica è più favorevole e il franco non è ancora troppo svalutato, la socialdemocrazia gioca il suo ruolo in sordina, ma in realtà fa esattamente la stessa cosa della socialdemocrazia tedesca. Il partito di Léon Blum, Renaudel, Jean Longuet ha interamente la responsabilità della pace di Versailles e dell’occupazione della Ruhr. Infatti, è incontestabile che il governo Herriot, sostenuto dai socialisti, è per il mantenimento dell’occupazione della Ruhr. Ma, adesso, i socialisti francesi hanno la possibilità di dire al loro alleato Herriot: «Gli americani esigono che voi evacuiate la Ruhr a determinate condizioni; fatelo; ora, anche noi lo esigiamo». Essi lo esigono, non per manifestare la volontà e la forza del proletariato francese, ma per subordinare la borghesia francese alla borghesia americana. Non dimenticate inoltre che la borghesia francese deve 3 miliardi e 700 milioni di dollari alla borghesia americana. È una somma notevole. L’America, quando vorrà, può far precipitare il franco. Certo, non lo farà; è venuta in Europa per instaurarvi l’ordine e non per accumulare rovine. Non lo farà; ma potrà farlo, se vuole. Tutto dipende da lei. Ecco perché, di fronte a questo enorme debito, gli argomenti di Renaudel, Blum e soci sembrano abbastanza convincenti alla borghesia francese.

Allo stesso tempo, la socialdemocrazia in Germania, in Francia e altrove, ottiene la possibilità di opporsi alla sua borghesia, di condurre su problemi concreti una politica «di opposizione» e, di conseguenza, di conquistarsi la fiducia di una parte della classe operaia.

Inoltre, i partiti menscevichi dei vari paesi europei ora hanno alcune possibilità di «azioni» comuni. Già ora la socialdemocrazia europea rappresenta una organizzazione abbastanza unita. Questo in qualche modo è un fatto nuovo. Infatti, da dieci anni, dall’inizio della guerra imperialista essa non aveva potuto intervenire in blocco. Adesso può farlo e i menscevichi intervengono per sostenere in coro l’America, il suo programma, le sue rivendicazioni, il suo pacifismo, la sua grande missione. Così, la Seconda Internazionale, questo mezzo cadavere, si galvanizza un pò. Come l’Internazionale di Amsterdam, essa si restaura. Certo, non sarà più ciò che era prima della guerra. Non avrà più la forza di un tempo; è impossibile risuscitare il passato e cancellare dalla storia l’Internazionale comunista. È impossibile cancellare la guerra imperialista, che è stato un colpo terribile per la Seconda Internazionale. Tuttavia, quest’ultima cerca di riprendersi, di rimettersi in piedi, di camminare con le stampelle americane.

Durante la guerra imperialista, i socialdemocratici tedeschi e francesi erano apertamente legati alle rispettive borghesie. Poteva esserci una Internazionale quando i diversi partiti si combattevano, si accusavano, si insultavano a vicenda? Non c’era nessuna possibilità di indossare la maschera dell’internazionalismo. Al momento della conclusione della pace, era la stessa cosa. A Versailles furono semplicemente fissati i risultati della guerra imperialista sui documenti diplomatici. C’era posto in quel momento per la solidarietà? Certamente no. Nel periodo dell’occupazione della Ruhr, neanche. Ma adesso, il capitale americano arriva in Europa e dichiara: Popoli, ecco un piano di risarcimenti; signori menscevichi, ecco un programma. E questo programma, la socialdemocrazia lo accetta come base della sua attività. Questo nuovo programma unifica le socialdemocrazie francese, tedesca, inglese, olandese, svizzera. Infatti, ogni piccolo borghese svizzero spera che la sua patria possa vendere più orologi quando gli americani avranno ristabilito l’ordine e la pace in Europa. E tutta la piccola borghesia, che si esprime attraverso la socialdemocrazia, ritrova la sua unità spirituale nel programma dell’americanismo. In altri termini, la Seconda Internazionale attualmente ha un programma di unificazione: quello che il generale Dawes le ha portato da Washington(...).

 

Prospettive di guerra e di rivoluzione

 

Questo programma americano di messa sotto tutela di tutto il mondo non è affatto un programma pacifista; al contrario, è denso di guerre e di sconvolgimenti rivoluzionari. Non è senza motivo che l’America continua a sviluppare la sua flotta. Costruisce attivamente incrociatori leggeri e rapidi, sottomarini e navi ausiliarie. E quando l’Inghilterra si azzarda a protestare a mezza voce, risponde: «Ricordatevi che io devo fare i conti non solo con voi, ma anche con il Giappone; il Giappone possiede una enorme quantità di incrociatori leggeri, e io devo ristabilire la proporzione che, come sapete, è di 5 a 3». A questo è impossibile replicare, perché gli Stati Uniti, secondo la loro espressione, possono fare navi da guerra come panini. Ecco la prospettiva della prossima guerra mondiale, di cui l’oceano Pacifico e l’oceano Atlantico saranno l’arena, anche ammesso che la borghesia possa continuare a governare il mondo per un periodo abbastanza lungo. È molto poco verosimile che la borghesia di tutti i paesi consenta ad essere relegata all’ultimo posto, a diventare il vassallo dell’America senza tentare almeno di resistere. In realtà, l’Inghilterra ha degli appetiti formidabili, un desiderio furioso di mantenere la sua dominazione sul mondo. I conflitti militari sono inevitabili. L’era dell’americanismo pacifista che in questo momento sembra aprirsi non è che una preparazione a nuove guerre mostruose.

Al problema delle possibilità dell’attuale riformismo europeo, problema che è il punto principale della mia esposizione, dobbiamo rispondere: queste possibilità, fino a un certo momento, sono direttamente proporzionate a quelle del «pacifismo» imperialista americano. Se la trasformazione dell’Europa in dominio americano va in porto, cioè, se nel corso degli anni futuri non si scontrerà con la resistenza dei popoli, se non fallirà in seguito alla guerra o alla rivoluzione, la socialdemocrazia europea, ombra del capitale americano, conserverà per un certo tempo la sua influenza, e l’Europa si manterrà in un equilibrio instabile, costituito dai resti della sua antica potenza e dagli elementi della sua nuova vita organizzata secondo il razionamento fissato dall’America. Tutto questo sarà nascosto da un amalgama ideologico di assiomi della socialdemocrazia europea e dei principi «pacifisti» dei quaccheri americani. Perciò bisogna chiedersi non quali sono le forze della socialdemocrazia europea, ma quali sono le possibilità del capitale americano di mantenere il nuovo regime in Europa, finanziando quest’ultima con parsimonia. È impossibile fare all’occorrenza delle previsioni esatte e, a maggior ragione, fissare dei termini. Ci basta comprendere il nuovo meccanismo dei rapporti mondiali, renderci conto dei fattori fondamentali che determineranno la situazione in Europa, per poter seguire lo sviluppo degli avvenimenti, approfittare degli zigzag politici della socialdemocrazia europea e, di conseguenza, rafforzare le possibilità della rivoluzione proletaria.

Gli antagonismi che hanno preparato la guerra imperialista e l’hanno scatenata dieci anni fa sull’Europa, antagonismi accentuati dalla guerra, mantenuti dalla pace di Versailles e intensificati dalla lotta di classe in Europa, sussistono incontestabilmente. E gli Stati Uniti si scontreranno con questi antagonismi in tutta la loro acutezza (...)

Noi stiamo assistendo all’inizio di questo processo. Ora, per la prima volta, dopo parecchi anni, il proletariato tedesco affamato sta sentendo un sollievo ai suoi mali. Quando l’operaio è completamente spossato, quando ha sofferto a lungo per la carestia, diventa sensibile al più piccolo sollievo. Questo sollievo, in questo momento, è la stabilizzazione del marco, la stabilizzazione dei salari, che ha portato a una certa stabilizzazione politica della socialdemocrazia tedesca. Ma questa stabilizzazione è solo temporanea. L’America non si dispone affatto ad aumentare la razione tedesca e, in particolare, la parte che deve andare all’operaio tedesco. Lo stesso accadrà in seguito per l’operaio francese e per l’operaio inglese. Perché, che cosa occorre all’America? Le occorre, a scapito delle masse lavoratrici dell’Europa e del mondo intero, assicurare i propri profitti e, allo stesso tempo, consolidare la situazione privilegiata dell’aristocrazia operaia americana, senza la quale il capitale americano non può mantenersi: senza Gompers e le sue tradeunions, senza operai qualificati ben pagati, il regime politico del capitale americano crollerà. Ora, si può mantenere l’aristocrazia operaia americana in una situazione privilegiata soltanto riducendo la «plebe», il «volgo» proletario europeo, a una razione strettamente e parsimoniosamente misurata.

Ma per la socialdemocrazia europea sarà sempre più difficile predicare davanti alle masse operaie il vangelo dell’americanismo. La resistenza degli operai europei al padrone dei loro padroni, al capitale americano, diventerà sempre più centralizzata. L’importanza diretta, pratica, combattiva della parola d’ordine della rivoluzione europea e della sua forma statuale «Stati Uniti d’Europa» diventerà sempre più evidente per gli operai europei.

In che modo la socialdemocrazia intossica la coscienza degli operai europei? Noi siamo un’Europa divisa, fatta a pezzi dalla pace di Versailles, dice loro; non possiamo vivere senza l’America. Ma il partito comunista europeo dirà: voi mentite; se lo vogliamo, potremo. Chi ci costringe a essere un’Europa spezzettata? Possiamo diventare un’Europa unificata. Il proletariato rivoluzionario può unificare l’Europa, trasformarla in Stati Uniti proletari d’Europa. L’America è potente. Contro la Gran Bretagna, che si appoggia alle sue colonie in tutto il mondo, l’America è onnipotente. Ma contro un’Europa proletaria-contadina unificata, fusa in una sola unione di soviet con la Russia, sarà impotente.

Questo è ciò che sente il capitale americano. Per esso non c’è nemico più accanito del bolscevismo. La politica di Hughes non è fantasia, capriccio, è l’espressione della volontà del capitale americano, che ora entra nell’epoca della lotta aperta per la supremazia mondiale. Si scontra già con noi, perché le strade che portano alla Cina e alla Siberia passano per l’oceano Pacifico. L’imperialismo americano accarezza il sogno di colonizzare la Siberia.

Ma là c’è una difesa. Noi abbiamo il monopolio del commercio estero. Abbiamo le basi socialiste della politica economica. Ecco il primo ostacolo per il capitale americano. E quando quest’ultimo, grazie alla politica delle frontiere aperte, penetra in Cina, trova nelle masse popolari non la religione dell’americanismo, ma il programma politico del bolscevismo tradotto in cinese. Sulle labbra dei coolies e dei contadini cinesi non ci sono i nomi di Wilson, di Harding, di Coolidge, di Morgan o di Rockefeller. In Cina e in tutto l’Oriente si pronuncia con entusiasmo il nome di Lenin. È unicamente con le parole d’ordine della liberazione dei popoli che gli Stati Uniti possono scalzare la potenza dell’Inghilterra. Per loro, queste parole d’ordine servono solo a velare una politica di conquiste. Ma in Oriente, accanto al console, al commerciante, al professore e al giornalista americano, ci sono dei combattenti, dei rivoluzionari, che hanno saputo tradurre nella loro lingua il programma emancipatore del bolscevismo. Dappertutto, in Europa come in Asia, l’americanismo imperialista si scontra con il bolscevismo rivoluzionario. Bolscevismo e americanismo imperialista, ecco i due fattori della storia contemporanea (...)

Il nostro nemico americano è molto più unito e molto più potente dei nostri nemici sparsi in Europa, ma concentra gli operai europei. Ora, proprio nella concentrazione è la nostra forza. La ricostituzione della Seconda Internazionale è soltanto il sintomo che il proletariato europeo è costretto a raggrupparsi su più vasta scala e a lottare non più nel quadro nazionale, ma nel quadro continentale. E man mano che le masse operaie sentono la necessità di resistere e allargano la base di questa resistenza, le idee rivoluzionarie prendono il sopravvento. E più le idee che pervadono le masse sono rivoluzionarie, più il terreno diventa favorevole al bolscevismo. Ogni successo dell’americanismo contribuirà a centralizzare e a estendere contemporaneamente la lotta per il bolscevismo. L’avvenire è nostro.

Poiché parlo a un’assemblea convocata dalla Società degli Amici della Facoltà delle Scienze fisiche e matematiche, permettetemi di dirvi che la mia critica marxista rivoluzionaria dell’americanismo non significa che noi condanniamo quest’ultimo in blocco, che rinunciamo a imparare dagli americani ciò che possiamo e dobbiamo assimilare dai loro lati buoni. A noi mancano la loro tecnica e i loro processi lavorativi. Il postulato della tecnica è la scienza: scienze naturali, fisica, matematica ecc. Ora, per noi è necessario ad ogni costo avvicinarci il più possibile agli americani su questo punto. Dobbiamo corazzare il bolscevismo all’americana. Fino ad ora abbiamo potuto resistere. Tuttavia, la lotta può assumere proporzioni più minacciose. È più facile per noi corazzarci all’americana che per il capitale americano mettere a razione l’Europa e il mondo intero. Se noi ci corazziamo con la fisica, le matematiche, la tecnica, se americanizziamo la nostra industria socialista ancora debole, potremo, con certezza decuplicata, dire che l’avvenire è interamente e definitivamente nostro. Il bolscevismo americanizzato vincerà, schiaccerà l’americanismo imperialista. (Applausi)

 

* Discorso pronunciato il 28 luglio 1924.
 
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