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I lavoratori immigrati si impongono sulla scena politica Stampa E-mail
Scritto da Sonia Previato   
Lo scorso aprile la Camera di Commercio di Milano ha diffuso un’indagine sull’andamento dell’occupazione immigrata in Italia: nel corso del 2002 le aziende italiane hanno assunto 164mila lavoratori extracomunitari, il 9,6% in più rispetto all’anno precedente e il 24% del totale dei nuovi assunti, ovvero un nuovo assunto su quattro è un lavoratore immigrato. A Modena e provincia il 54% dei nuovi occupati sono extracomunitari.


Secondo le statistiche dell’Osservatorio sui lavoratori extracomunitari dell’Inps gli immigrati regolari sono 1.877.180; se si aggiungono i 700mila che hanno chiesto la regolarizzazione con la sanatoria scopriamo che in Italia ci sono oltre 2 milioni e mezzo di lavoratori immigrati che
costituiscono l’11,6% della forza lavoro. E questa manodopera immigrata diventa sempre più stabile: si pensi che negli asili milanesi un bambino su quattro non è italiano.

Una presenza di immigrati di queste dimensioni e caratteristiche pone nuove problematiche alle organizzazioni del movimento operaio.

 

Due parole sulla Bossi-Fini

 

Vale la pena di ricordare il concetto di fondo dell’attuale legge sull’immigrazione, ovvero la schiavizzazione dell’immigrato al suo datore di lavoro. Il permesso di soggiorno viene concesso solo nella misura in cui l’immigrato ha un lavoro, se viene licenziato, il padrone muore o fallisce la ditta l’immigrato diventa irregolare e viene rinchiuso nei centri di permanenza temporanea (cpt) in attesa di accertamenti da parte delle questure (che possono durare fino a due mesi), poi c’è l’espulsione. Nei primi mesi di quest’anno abbiamo assistito alla scandalo dei cosiddetti “subentri”. Immigrati in attesa di trovare un nuovo datore di lavoro che subentrasse a garantire il loro permesso di soggiorno sono stati prelevati come criminali (alcuni avevano addirittura la ricevuta della pratica avviata) e piazzati sui charter verso i loro paesi di provenienza.

Di fronte a questo livello di precarietà e di vessazioni è evidente che i lavoratori immigrati sono disponibili ad accettare qualsiasi condizione pur di non essere licenziati e di avere un padrone compiacente disponibile a metterli in regola pur di uscire dall’incubo della reclusione nei cpt o dall’espulsione. Addirittura si calcola che il 94% degli edili immigrati si sia pagato da solo il contributo forfettario d’emersione all’Inps (800 euro) e una buona parte di loro si sia resa disponibile a pagarsi da sola i contributi pur di essere messa in regola.

La manodopera immigrata viene usata dal padronato per premere al ribasso i salari e le condizioni di lavoro di tutta la classe lavoratrice. Fintanto che gli immigrati saranno inchiodati al loro permesso di soggiorno saranno più ricattabili e usati contro i lavoratori con più diritti. Vale la pena ricordare che durante la grande lotta dei lavoratori della Fiat contro la chiusura di Termini Imerese e dell’Alfa di Arese e il ridimensionamento di tutto il gruppo, la Fiat Iveco di Brescia assumeva 200 immigrati.

 

Guerra tra poveri?

 

Fortunatamente nonostante l’impegno profuso dalla Lega e dal governo Berlusconi nel fomentare il razzismo (senza dimenticare l’aiuto fornito dal centrosinistra che con la Turco-Napolitano ha dato vita ai cpt), il sindacato, Rifondazione comunista, l’arcipelago dei social forum e i centri sociali hanno costituito un canale attraverso il quale iniziano ad esprimersi anche i lavoratori immigrati insieme a quelli italiani.

La Cgil ha visto una crescita importante di iscritti e attivisti immigrati. Ciononostante, la politica della Cgil nei confronti dell’immigrazione resta fondamentalmente assistenziale: l’apertura di sportelli informativi nelle principali città e il seguito delle vertenze contro le espulsioni. Non esiste una battaglia contro l’idea dei flussi (la legge che stabilisce quanti immigrati possono entrare in Italia) e della discriminazione del permesso di soggiorno, anzi all’epoca del governo del centrosinistra il sindacato ha difeso la Turco-Napolitano che introduceva i cpt.

Questo moderatismo politico non impedisce alla Cgil di essere, nonostante tutto, il punto di riferimento più importante per gli immigrati perché offre servizi (con un apparato che è certamente il più grande a sinistra) che sono vitali per la loro permanenza in questo paese. Ma i servizi, anche quando sono adeguati (il che accade raramente), non risolvono i problemi degli immigrati che infatti, nella misura in cui si assicurano condizioni minimamente più stabili, tentano di ribellarsi alla loro condizione cercando posizioni politiche più avanzate e radicali.

Su queste basi e anche grazie ad un intervento in questo terreno una parte di immigrati sono entrati in Rifondazione Comunista o vi sono vicini attraverso varie associazioni o i centri sociali.

 

Dibattito vivace

 

Ma quali sono le battaglie centrali da portare avanti e qual è il ruolo del Prc e dell’arcipelago delle associazioni per far avanzare la causa dei lavoratori immigrati? Il domandone, esploso nel Tavolo dei migranti del social forum, si è riproposto anche nel corso dell’ultimo convegno del Prc sul tema dell’immigrazione il 9 marzo scorso. Alcuni immigrati hanno espresso in quell’occasione la volontà di andare oltre la battaglia contro la Bossi-Fini. Hanno denunciato come spesso anche nelle organizzazioni di sinistra ci si limita a parlare degli immigrati semplicemente per mettersi la medaglietta. Hanno insistito perché la battaglia centrale debba essere per il diritto di voto agli immigrati, per la pari dignità fra i cittadini italiani e non, perché solo su queste basi si può uscire dalla logica dell’assistenza caritatevole. Infine, emerge fra un settore che ha compreso i limiti della Cgil il desiderio di costituire un sindacato degli immigrati.

Queste questioni mostrano come una parte di immigrati non siano più disponibili ad essere i “fratelli sfortunati” sotto tutela dei leader politici o sindacali italiani ed esigano pari dignità anche nelle organizzazioni di sinistra. A dimostrazione di quanto la critica fosse fondata, un esponente del Tavolo dei migranti ha duramente attaccato queste posizioni gridando scandalizzato il suo no alla separatezza (divisione delle organizzazioni sulla base di razza), insinuando, con un atteggiamento deplorevole, che in fondo gli immigrati non vogliono integrarsi, tantomeno con il diritto di voto, perché rivendicano la loro integrità culturale.

 

Un sindacato per gli immigrati?

 

Non deve sorprendere che di fronte a questa orgia di paternalismo soffocante e conservatore gli immigrati vogliano “separarsi” e organizzarsi per conto proprio. Tanti opportunisti rivendicano la logica della “separatezza” su quasi tutto ma in questo caso quando si accorgono che rischiano di diventare il “Tavolo dei senza migranti”, improvvisamente riscoprono le sane tradizioni del movimento operaio.

Posto che da un simile pulpito per gli immigrati è meglio separarsi, il discorso è diverso per quanto riguarda le vere organizzazioni del movimento operaio, la Cgil in particolare.

E’ comprensibile la spinta di quei lavoratori immigrati che hanno maturato una coscienza dei loro compiti a voler rompere con la Cgil che disattende completamente un lavoro serio per organizzare i lavoratori immigrati. La rottura, però, e la formazione di un altro sindacato sarebbero un errore grave.

In primo luogo perché separerebbe gli immigrati dai lavoratori italiani andando ad alimentare l’idea razzista degli uni contro gli altri, inoltre toglierebbe una spina nel fianco all’apparato della Cgil.

Una campagna, condotta come membri del sindacato, tra tutti i lavoratori dentro e fuori la Cgil, fra gli immigrati che si rivolgono ai suoi sportelli per assistenza, per rivendicare la libera circolazione delle persone, l’abolizione dei flussi, il diritto di voto, contro il lavoro precario, flessibile e il lavoro nero avrebbe una vasta eco e inevitabilmente incrinerebbe la morsa del gruppo dirigente e della sua politica moderata.

Purtroppo la storia della Cgil è segnata da numerose scissioni a sinistra che hanno portato alla formazione di sindacati extraconfederali, che, nonostante tutte le buone intenzioni, non sono né riusciti ad incidere sulle sorti della lotta di classe né tantomeno a costituire un serio concorrente alla Cgil. In termini di servizi e copertura legale, aspetti non poco importanti per gli immigrati, l’apparato della Cgil non teme confronto.

Il rischio del sindacato degli immigrati è quello di diventare una esperienza minoritaria, magari appendice di un qualche sindacato extraconfederale o di un centro sociale, senza una proiezione di massa.

Oggi un settore di immigrati ha fatto esperienza delle organizzazioni della sinistra italiana e ha fatto un primo bilancio, per quanto ci riguarda auspichiamo fortemente che questa esperienza non vada perduta, ma maturi in una coscienza dei compiti rivoluzionari che attendono la classe lavoratrice italiana e immigrata: il diritto di voto, come mostra la questione femminile, non garantisce la pari dignità. Serve una battaglia più complessa, ma decisiva per difendere fino in fondo i diritti e la dignità delle persone, è la battaglia per abbattere questo sistema capitalista e per la trasformazione di questa società in senso socialista.

 
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