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Dove va la Cgil? Stampa E-mail
Scritto da Davide Bacchelli   
6 luglio 2001 - 21 febbraio 2003: le prospettive per la Cgil e la Fiom dopo una stagione di lotta di classe

 

“È una vera iattura che divide l’Ulivo” così il segretario dei DS, Fassino, ha definito il referendum sull’articolo 18. Come sarà stata una iattura per lui il protagonismo del movimento dei lavoratori che ha spinto la Fiom prima e la Cgil poi a guidare scioperi e per quasi due anni.

La “stagione dei diritti” lanciata da Cofferati e culminata il 23 marzo 2002 con 3 milioni di manifestanti a Roma, si è sviluppata e trascinata fino al 15 febbraio 2003, nell’eterogeneo fiume di bandiere arcobaleno che ha invaso la capitale per esprimere un no alla guerra in Iraq.

Purtroppo in tutto questo periodo i dirigenti di spicco delle mobilitazioni non hanno mai avanzato una proposta o indicato obiettivi in grado di opporsi al massacro sociale e a quello del popolo iracheno. Nessuno, da Cofferati a Bertinotti, passando per i segretari della Fiom, ha mai lanciato la parola d’ordine della caduta del governo Berlusconi, unica all’altezza dello stato d’animo dei milioni che hanno incrociato le braccia negli scioperi generali indetti dalla sola Cgil. L’opposizione è stata sempre rimandata all’ostruzionismo in parlamento o agli appuntamenti elettorali (per la verità molto distanti nel tempo).

Intanto il carattere delle mobilitazioni portava alla rottura dell’unità sindacale di vertice tra Cgil e Cisl-Uil, e dava inizio a divisioni nel centro-sinistra. Cofferati, così è stato spinto all’opposizione dalla maggioranza dei DS ferma sulle posizioni politiche sconfitte da Berlusconi. Lo scontro D’Alema-Cofferati è arrivato al massimo della tensione, e la questione di una scissione nei DS e della possibile creazione di un “Partito del Lavoro” con alla testa l’ex segretario della Cgil è ancora aperta. 

Così uno dei principali artefici della concertazione, del pilastro politico dei governi del centro-sinistra, suo malgrado si è trovato alla testa di un movimento che ha iniziato a mettere in discussione ogni compromesso sociale. Cofferati, così come Sabattini e Rinaldini, ha goduto della piena fiducia dei lavoratori che hanno condiviso e partecipato in massa alle lotte lanciate dalla Cgil e dalla Fiom, e anche in assenza di risultati decisivi questi dirigenti sono riusciti a tenere in mano le redini del movimento senza esserne disarcionati, aiutati in questo dalla mancanza di generalizzate mobilitazioni spontanee nelle fabbriche e dall’assenza di una forza politica di massa e di una sinistra sindacale in grado di rappresentare un’alternativa agli occhi dei lavoratori.

Ecco perché, dopo aver subito l’accordo separato sul contratto nazionale dei metalmeccanici, i dirigenti della Fiom, pur non avvallando nessuna delle false promesse di padroni e governo per risolvere la crisi Fiat, non sono stati costretti a proporre strumenti di lotta – occupazione degli stabilimenti supportati da casse di resistenza nazionali – adeguati alla effettiva difesa di tutti i posti di lavoro – attraverso la nazionalizzazione delle fabbriche sotto il controllo dei lavoratori – coerenti con la forza espressa nelle lotte esemplari lanciate dai lavoratori di Termini Imerese ed Arese.

In questo quadro era inevitabile che si arrivasse ad una fase di stallo, di parziale riflusso delle mobilitazioni. Gli scioperi hanno finito per pesare esclusivamente nelle tasche dei lavoratori mentre la crisi economica, con il suo portato di precarietà, cassa integrazione, flessibilità, ristrutturazioni e mobilità, portava ad ulteriori tagli salariali, al peggioramento dei ritmi e delle condizioni di lavoro, per arrivare alle chiusure di stabilimenti e licenziamenti di massa, e non solo alla Fiat.

E’ arrivato quindi il momento in cui ogni lavoratore fa necessariamente un bilancio della propria esperienza, e inizia a chiedersi quali siano i mezzi e gli obiettivi per garantire concretamente i propri interessi. E si aspetta delle risposte dai dirigenti dei sindacati e partiti che dovrebbero rappresentarlo.

 

Le lotte dell’anno scorso

 

La stagione di lotte iniziata con lo sciopero dei metalmeccanici del 6 luglio 2001 indetto dalla Fiom sotto la parola d’ordine della “democrazia”, si è arricchita con gli scioperi generali lanciati dalla Cgil contro il “patto per l’Italia” sottoscritto da Cisl e Uil. Il successo delle mobilitazioni ha fatto vacillare la concertazione,  con la Fiom e la Cgil che da sole raccoglievano maggiori adesioni rispetto alle mobilitazioni unitarie.

A partire dall’estate 2002 la Fiom si è spinta più avanti: mentre la Cgil si opponeva al “libro bianco” di Maroni con proposte di legge per l’estensione dei diritti e degli ammortizzatori sociali – dove comunque i costi della crisi economica non toccavano i profitti -, il sindacato di Sabattini e Rinaldini diventava con Rifondazione Comunista l’elemento decisivo nella raccolta di firme per il referendum sull’art.18 con lo slogan “L’articolo 18 non si tocca e si estende a tutte e a tutti” e portava all’approvazione di oltre 430mila lavoratori una piattaforma per il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici distinta da quelle di Fim e Uilm, nel dichiarato intento di fare recuperare ai salari operai quanto perso negli ultimi 10 anni.

Non solo, Rinaldini continuava a ripetere che le mobilitazioni a sostegno della vertenza sarebbero iniziate subito dopo l’approvazione della piattaforma senza rispettare i tre mesi di moratoria previsti dagli accordi del luglio.

Purtroppo alle parole non sono seguiti i fatti, e mentre al tavolo delle trattative Federmeccanica faceva muro contro qualunque richiesta sindacale, rivendicando l’applicazione automatica nei contratti nazionali delle leggi figlie del “libro bianco”, la Fiom reagiva esclusivamente rilanciando sugli scioperi generali indetti dalla Cgil, mentre nelle fabbriche i suoi dirigenti e funzionari, continuano ad assecondare le esigenze dei padroni di fronte alla crisi economica sottoscrivendo con Fim e Uilm gli stessi accordi su cassa integrazione, flessibilità e mobilità che non hanno potuto accettare per gli stabilimenti Fiat.

 

Le divisioni nella Cgil

 

Così mentre vengono sfiancati i metalmeccanici, i dirigenti della Cgil, Epifani in testa, a braccetto con i settori di apparato della Fiom allergici ai metodi rivendicativi, iniziano a vedere la possibilità di tornare ripristinando la concertazione e l’unità di vertice con Cisl e Uil.

Da una parte lo stesso Epifani sente la necessità di liberarsi del peso ingombrante di Cofferati proponendogli, quasi con gli stessi termini del segretario nazionale della Cisl Pezzotta, di uscire dalla fondazione Di Vittorio per evitare che la Cgil venga strumentalizzata ai fini politici del “cinese”. Dall’altra D’Alema dichiara che le sue posizioni sui diritti nel lavoro sono più vicine al sindacato di Angeletti che non alla Cgil, richiamando il ruolo giocato da dirigenti e iscritti alla Uil, compreso l’ex segretario generale Larizza, all’interno della maggioranza DS negli ultimi due congressi del partito.

Da qui le critiche alla Fiom di “avventurismo” ed “estremismo” che, secondo Casadio, della segreteria nazionale della Cgil, la hanno portata ad indire 8 ore di sciopero contro le 4 degli altri settori dell’industria causando il “non eccezionale” successo dello sciopero generale del 21 febbraio 2003 indetto dalla sola Cgil contro “il declino industriale”, motivazione che ha lasciato perplessi molti lavoratori che hanno incrociato le braccia. A sottolineare la distanza tra la Fiom e la Cgil l’articolo del segretario della Cgil Lombardia, Giuffrida, apparso su “Rassegna sindacale” del 17 aprile 2003 dove, sotto il titolo “Quello che ci divide”, identifica nell’”egualitarismo [salariale] l’errore della Fiom ” che crea una barriera al superamento della “deriva antiunitaria” con Cisl e Uil. Il dirigente lombardo non si scomoda di ricordare che “tale miope scelta” è stata democraticamente presa da centinaia di migliaia di lavoratori.

Messi all’angolo da Federmeccanica, Fim e Uilm, e non confortati dal sostegno condizionato della Cgil, i massimi dirigenti della Fiom rinnegano i metodi con cui hanno condotto la vertenza del 2001 per evitare che passi un altro accordo separato che significherebbe il ritorno a casa Cgil del figliol prodigo. Lo stesso Rinaldini ammette che i soli scioperi generali a distanza di 4 mesi non bastano se non si sviluppano mobilitazioni articolate a tutti i livelli partendo dalle fabbriche (anche se le bocche rimangono cucite per quanto riguarda la flessibilità), e finalmente si organizzano le casse di resistenza (che dall’annuncio al congresso nazionale fino al consumarsi della crisi Fiat non si potevano mettere in pratica a causa di “insormontabili” problemi organizzativi) sebbene il contributo chiesto ai metalmeccanici – 4 ore di salario – in questa fase discendente delle mobilitazioni rischia di diventare un boomerang a tutto vantaggio di coloro che smaniano per affermare la loro autorità con una firma in calce ad un contratto a prescindere dai contenuti. Anche perché tutto intorno vedono altre categorie dove Cgil, Cisl e Uil vivono d’amore e d’accordo firmando accordi bidone che spesso non vengono neanche portati al voto dei lavoratori.

I più agitati sono i membri di spicco di Cambiare Rotta dentro le segreterie, buttati in prima linea per i loro toni più radicali, e che oggi, a partire da Cremaschi o da Zipponi, rischiano di affondare in nome della gestione unitaria della Fiom trascinati dal loro completo appiattimento sulle posizioni di Sabattini e Rinaldini funzionale al solo mantenimento di posti dirigenti per la minoranza. O lo stesso Patta che alza al voce in Cgil sull’art.18, ma che per mantenere l’unità con Cisl e Uil si è reso responsabile del trascinamento di oltre un anno del contratto nazionale del pubblico impiego.

 

Quale alternativa

 

Oggi la priorità è porre a tutti i livelli obiettivi che ribaltino le posizioni di Confindustria e del governo Berlusconi per ricostruire e finalizzare la forza che il movimento dei lavoratori ha espresso in Italia dal luglio 2001 fino a tutto il 2002. A questo risultato non può portare la restaurazione di una unità sindacale di vertice con Cisl e Uil su basi concertative: in questo caso gli interi apparati della Cgil, e in particolare della Fiom, si renderebbero responsabili del tradimento di una stagione di lotte dove milioni di lavoratori hanno visto in queste organizzazioni di massa lo strumento fondamentale  per farla pagare ai padroni. Questa sarebbe molto di più che una “iattura”.

Spetta agli attivisti sindacali, a partire dai delegati che vogliono reagire ai tradimenti sottoscritti in ogni categoria della Cgil e disillusi da una sinistra sindacale prevalentemente di apparato, il compito di evitare questa crisi preparando dal basso un effettivo cambiamento di rotta attraverso una corrente di classe veramente democratica e combattiva, che la faccia finita con le pastoie burocratiche di maggioranza e minoranza e che restituisca la parola ai lavoratori…
 
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