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Referendum articolo 18 Stampa E-mail
Scritto da Stefano Pol (Coordinamento nazionale NidiL-Cgil)   
Quale mobilitazione per la vittoria?

Il giorno del voto per il referendum sull’estensione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori si sta avvicinando; fra qualche settimana le urne ci diranno quale sarà stato il risultato della scommessa elettorale sulla quale in molti a sinistra hanno puntato per dare una risposta innanzitutto all’arroganza governativa e padronale dimostrata dal varo della legge delega 848/b.

   Sul senso politico del referendum e sulla sua natura ci siamo già espressi sulle pagine del giornale (FM 165, aprile 2003) chiarendo tutte le perplessità che come rivoluzionari nutriamo nei confronti di questo strumento; esso tuttavia è diventato un passaggio ineludibile e crediamo sia fondamentale impegnarsi al massimo affinché venga vinto, nella maniera più netta e chiara possibile. Tutti coloro i quali non sopportano i diritti dei lavoratori (a destra come a sinistra) ne uscirebbero con le ossa rotte, in caso di vittoria del Sì.

Anche oggi l’ago della bilancia è rappresentato dall’orientamento delle organizzazioni tradizionali del movimento operaio ed è per questo che, in particolare la Cgil, è al centro delle pressioni che riceve sia da destra che da sinistra. I dirigenti sindacali che governano la confederazione  per molti mesi si sono mantenuti su una posizione ambigua e titubante, calibrando col bilancino le parole sul quesito, parlandone il meno possibile o addirittura ignorandolo, come ha fatto Epifani nel comizio conclusivo della manifestazione di Milano il 15 marzo. 

Se la guerra ha posto in secondo piano questa battaglia, l’avvicinarsi del 15 giugno la sta riportando prepotentemente all’ordine del giorno; questo avviene anche grazie alle pressioni che i lavoratori stanno esercitando nei confronti dei propri vertici, spingendoli a schierare a livello territoriale le Camere del Lavoro e le categorie: non è un caso che esse, sempre in maggior numero stanno prendendo posizione a favore del Sì.

Per questo la Segreteria confederale nazionale, con molti mal di pancia e a stretta maggioranza (7 contro 5), si è orientata a proporre al direttivo l’indicazione di voto per il Sì. Ma ciò non basta: se Epifani vorrà dare il suo contributo alla vittoria (per dare, come ha dichiarato, slancio anche alle proposte della Cgil) dovrà impegnarsi nella mobilitazione attiva dell’organizzazione per la campagna. Non ci dimentichiamo che il referendum del 1985 sulla scala mobile fu sconfitto, oltre che per la responsabilità dei socialisti e dei dirigenti di Cisl e Uil, anche in seguito al ritardo col quale si mosse la Cgil nel mobilitare le “truppe pesanti” del proletariato organizzato: essa fu infatti costretta a  rincorrere lo straordinario movimento dei lavoratori “autoconvocati” (vedi FM 158, luglio 2002).

 

1970-2003: un paragone arduo

 

Casadio della Segreteria nazionale ed altri autorevoli compagni ci hanno spiegato, al coordinamento nazionale del Nidil di marzo, qual è a loro dire la strada giusta da perseguire per il conseguimento dei diritti dei lavoratori. Un parallelo è stato fatto tra le proposte legislative avanzate dalla Confederazione, frutto dei 5 milioni di firme raccolte in estate, e l’elaborazione della prima bozza dello Statuto dei lavoratori proposta da Di Vittorio durante il III congresso della Cgil a Napoli nel 1952 e concretizzata proprio nella legge 300 del 1970. Se allora lo scheletro legislativo era progressivo (pur con delle lacune che portarono perfino il PCI ad astenersi e noi oggi a lottare per colmarle), quello che propone il disegno di legge popolare della Cgil sul tema della “giusta causa” è soltanto un ammortizzatore sociale che dà comunque la possibilità al padrone, se rinuncia all’appello contro il proprio dipendente, di indennizzarlo in maniera equivalente anche dopo la sentenza di reintegro del magistrato. Oltre ad essere scettici sulla valenza degli ammortizzatori sociali (pagati dai lavoratori e utilizzati prevalentemente come anticamera del licenziamento) crediamo che si tratti proprio di quella monetizzazione dei diritti che la Cgil a parole ha contestato negli ultimi due anni e che non permette di usufruire della tutela dal licenziamento ingiusto nelle aziende sotto i 15 dipendenti.

Sostenere che le mobilitazioni e le lotte sono la strada principale da perseguire per il sindacato è giusto ma sono parole che stonano in bocca a chi è stato, ed è, un orfano dei bei tempi della concertazione con governi amici; la Cgil, che pure ha avuto un ruolo importante nel rivitalizzare il clima sociale ora fa di tutto affinché non si passi dalle giornate di protesta di massa, importanti e non secondarie, all’indispensabile lotta diffusa e capillare nei luoghi di lavoro.

Contraddittorio è inoltre sostenere che, se la legge delega dovesse passare in Parlamento, si organizzerebbe subito un referendum abrogativo: questo eclettismo non è credibile a nostro giudizio. Se l’imminente appuntamento referendario è di intralcio alla politica strategica della Cgil, oltre che essere metodologicamente sbagliato per un sindacalista, come sostiene Casadio, non ci spieghiamo, come se ne può proporre così rapidamente un altro.

 

 Tutto risolto?

 

Lottare con tutte le proprie forze affinché il Sì prevalga è indispensabile ma sappiamo bene che non finirà tutto la sera del 15 giugno: dal giorno dopo nei posti di lavoro sarà necessario continuare a battersi affinché questo diritto possa essere realmente esercitato da tutti; esso deve diventare quel trampolino di lancio per una battaglia più ampia e generale contro il precariato e la flessibilità. Infatti la possibilità di licenziare per i padroni sussisterà ancora.

Lo stesso reintegro può essere rifiutato dal padrone nelle piccole imprese costringendo il dipendente a presentarsi ogni mese con la richiesta dell’avvocato per ritornare effettivamente a lavorare: se questa domanda viene presentata con ritardo in una sola occasione, scatta la “giusta causa”. Molti padroni preferiscono continuare a pagare il proprio dipendente costringendolo all’inattività sfiancante piuttosto che riaverlo in produzione. L’articolo 18, pur essendo un utile deterrente rispetto al libero arbitrio padronale, non è sufficiente: la combattività e l’incisività dei lavoratori nel proprio luogo di lavoro sono gli unici strumenti in grado di ribaltare i rapporti di forza impedendo che questi diritti rimangano solo delle leggi senza valore.

Inoltre siamo consapevoli che per i lavoratori precari (co.co.co., interinali, partite iva, ecc) il risultato referendario non cambierà la situazione normativa. In molti a sinistra e nel sindacato hanno evidenziato questo limite, in modo molto ipocrita, per cercare di dimostrare l’inutilità dell’eventuale risultato positivo di questo referendum: a costoro rispondiamo proponendo l’avvio di una lotta intransigente per dare ai precari quello che è loro negato: trasformazione di tutti i contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato; abolizione del lavoro in affitto e chiusura delle agenzie interinali (il nuovo caporalato che si sta estendendo ulteriormente con l’abolizione dell’interposizione di manodopera proposta nella 848/b); abolizione delle norme che estendono le collaborazioni ai lavori non di concetto (principale strumento per coprire lavori dipendenti con finte collaborazioni).

 

Vincere il referendum per rilanciare la lotta

 

Con una piattaforma ampia e generale che sappia incidere nelle contraddizioni che si sono aperte nel mondo del precariato, saremo in grado di dare delle prospettive di miglioramento sociale a tutti quei giovani lavoratori che, avute solo esperienze di lavoro non garantito, mal pagato e dequalificato, non hanno potuto usufruire direttamente di quei diritti fondamentali che nel passato la classe operaia si era guadagnata con tenacia e lotte durissime. Per ottenere tutto ciò è inevitabile scontrarsi con gli interessi dei padroni, anche con quelli delle medie e piccole imprese che traggono i loro principali profitti dalla riduzione dei costi del lavoro e dal ridimensionamento dei diritti.

Per vincere il referendum non basteranno solo le indicazioni di voto: il terreno decisivo sarà la mobilitazione di massa dei lavoratori organizzati in grado di scuotere tutta la società. Un risultato positivo della votazione potrà assestare un colpo fortissimo al Governo, alla Confindustria, alle forze borghesi e ai “riformisti” della sinistra, mettendo in crisi il Patto per l’Italia sottoscritto anche da Pezzotta e Angeletti.

Vincere è possibile attivandosi “senza se e senza ma” per una vittoria della classe operaia che sia in grado di rilanciare una stagione di lotte per riconquistare quello che ci è stato tolto negli ultimi vent’anni.
 
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