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Un grande successo dei marxisti pakistani Bilancio del 22esimo congresso di The Struggle Lahore, 26 marzo 2003 - Si è concluso ieri il 22esimo congresso di the Struggle, la tendenza marxista pakistana. Il congresso ha visto una partecipazione senza precedenti sia per numeri che per composizione. 877 compagni hanno affollato l’Alhamra Art Centre, nel centro di Lahore.
Il primo aspetto che colpisce in questa assemblea è che vi sono rappresentate tutte le innumerevoli nazionalità che compongono questo paese. Baluci, punjabi, hazara, kashmiri, sindi e molti altri; un fatto di importanza strategica per una tendenza internazionalista che opera in un paese nel quale la questione nazionale non è mai stata risolta e che viene periodicamente attraversato da sanguinosi conflitti etnici. Il congresso si è aperto con un dibattito sulla guerra in Iraq e le prospettive internazionali, introdotto da Alan Woods. Le sessioni successive hanno toccato le prospettive per il Pakistan, illustrate dal compagno Manzoor Ahmed, i compiti dei marxisti in relazione al parlamento, introdotta dal compagno Lal Khan, e i compiti organizzativi per la prossima fase. Un risultato straordinario per un gruppo costruito in pochi anni a partire da un nucleo ristretto di 5 o 6 compagni esiliati in Europa durante la dittatura negli anni 80. Nella sua relazione Alan Woods ha sottolineato la rottura completa dell’equilibrio internazionale come conseguenza della guerra in Iraq. “Bush è riuscito a spaccare l’Onu, a dividere la Nato e a dividere l’Europa; fra Europa e Usa si apre un abisso. E ora è riuscito anche a scontrarsi con i turchi. È chiaro che l’esercito turco non permetterà a nessun costo la formazione di uno Stato curdo in Iraq, stanno entrando in Iraq e gli americani non possono impedirlo. La frattura fra Usa e Turchia è un evento clamoroso, la Turchia è stata per decenni il principale alleato degli Usa in Medio oriente, assieme a Israele. L’equilibrio capitalista è rotto a tutti livelli: economico, diplomatico, militare; le mobilitazioni su scala mondiale sono in realtà un preludio rivoluzionario. Anche se il movimento è ancora nella sua fase iniziale, è chiaro che la marea si è invertita in tutto il mondo”. Veterani, operai, studenti, donne Il secondo aspetto che colpisce è la composizione politica di questa assemblea. C’è un settore di veri e propri veterani della lotta di classe e del movimento rivoluzionario pakistano. Compagni come Lal Khan, che molti nostri lettori hanno conosciuto in Italia nel 2001, compagni come Shaida Jabeen, la donna che ha subito la più lunga condanna al carcere in tutto il Pakistan, che è stata torturata sotto la dittatura del generale Zia, poi responsabile del lavoro femminile del Ppp e successivamente emarginata da Benazir Bhutto per la sua adesione alle idee marxiste; compagni come Ghulam Abbas, che ha lottato sotto tre diverse dittature e che alle scorse elezioni è stato tenuto fuori dal parlamento da un broglio palese, nonostante abbia preso 64mila voti nel suo collegio. C’e poi uno strato significativo di attivisti operai e sindacali, compagni che hanno diretto lotte epiche nelle acciaierie di Karachi, i compagni di Quetta che 18 mesi fa hanno organizzato un duro sciopero dei dipendenti pubblici che ha paralizzaro la città e che ha portato a 197 arresti fra i lavoratori, compreso il compagno Hameed Khan, anche lui presente al congresso. I lavoratori arrestati vennero rilasciati dopo una vasta campagna di solidarietà internazionale. Ci sono attivisti sindacali di numerose categorie: acciaio, poste, linee aeree, lavoratori del porto di Karachi (che è il cuore industriale del Pakistan), delle raffinerie, ferrovieri, dipendenti pubblici, ecc. In uno dei paesi che vede la peggiore condizione femminile nel mondo, questi compagni hanno dimostrato la maggior tenacia e capacità nell’avvicinare le donne alla militanza rivoluzionaria. La presenza di oltre 87 compagne in questo congresso è la testimonianza dell’efficacia di questo lavoro condotto sul terreno più difficile. (I lettori possono approfondire questo aspetto decisivo nell’articolo Donne in Pakistan della compagna Sadaf Zahra, da noi pubblicato sul n° 5 della nostra rivista In difesa del marxismo). Ci sono centinaia di giovani che si sono avvicinati alla politica rivoluzionaria nell’ultimo anno o due. Due anni fa la Jknsf (federazione nazionale degli studenti del Kashmir) ha eletto come proprio presidente un compagno di The Struggle e al congresso ora partecipano numerosi. Uno di loro ha fatto un intervento appassionato nel dibattito. I kashmiri sono oppressi da oltre mezzo secolo, 4 guerre e 80mila morti non hanno portato a nulla. Oggi il popolo del Kashmir si sente oppresso sia dall’India che dal Pakistan e vuole l’indipendenza. Ma un Kashmir indipendente può formarsi solo so basi socialiste, può essere solo un Kashmir socialista inserito in una federazione con India e Pakistan sulla base di un processo rivoluzionario che coinvolga il subcontinente. L’alternativa è un incubo ancora peggiore, con la minaccia latente delle armi nucleari accumulate da entrambi i paesi. Di ritorno da Baghdad Fra i partecipanti vi sono anche tre altri deputati del Ppp: Zulfiqar Gondal, Shakeela Rasheed e Qamar u Zaman Kaira. Il Ppp, come spiegato nell’intervista al compagno Manzoor Ahmed, è attraversato da una forte crisi che ha diviso il suo gruppo parlamentare, all’interno del quale si sta coagulando un’opposizione di sinistra. Zulfiqar è recentemente stato in visita a Baghdad, che ha lasciato il giorno stesso dello scoppio del conflitto. Ecco alcune delle sue impressioni. “Gli iracheni sono determinati a opporsi all’invasione, anni di sanzioni li hanno induriti. I loro sentimenti verso Saddam Hussein sono compositi, ma è chiaro che l’imperialismo viene visto come il nemico numero uno. Le sanzioni hanno avuto un effetto disastroso. C’è una malnutrizione generale, soprattutto fra le donne e i bambini. Il programma Oil for food non solo non fa fronte a questo, ma è totalmente fuori del controllo sia del popolo che del governo iracheno. Per quanto riguarda le sorti del conflitto, è uno scontro fra tecnologia e esseri umani. È chiaro che gli iracheni non possono competere sul terreno puramente militare, per cui si sono concentrati sulle aree urbane dove potrebbero opporre una resistenza molto dura. Sono ritornato attraverso la Siria dove era chiara l’opposizione generale e la rabbia contro gli Usa. Ritornando abbiamo incrociato un gruppo di una quarantina di siriani che andavano a Baghdad per offrirsi volontari in guerra.” In piazza contro la guerra Alla fine del congresso si decide di uscire in piazza per una manifestazione. Il corteo è illegale, dato che il governo ha proibito tutti gli assembramenti di più di cinque persone (la proibizione era stata sospesa per permettere la manifestazione dei partiti islamici la scorsa settimana), tuttavia i poliziotti che arrivano nel giro di pochi minuti sono più sorpresi che aggressivi. La manifestazione prosegue e si ferma per circa un’ora davanti alla sede dell’Assemblea nazionale del Punjab, bloccando una delle principali arterie del centro di Lahore. In piedi su una bici, senza megafoni, parla Manzoor Ahmed, parlano altri compagni, si aggrega anche gente di passaggio. Quando infine togliamo il presidio siamo quasi il doppio di quando siamo arrivati. “Credimi, mi dice un compagno, non sai quante volte ho manifestato in questa via e ci siamo scontrati con i poliziotti; ma non avevo mai visto tante bandiere rosse qui come le ho viste oggi!” |