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Ancora una volta i vertici Fiom frenano la lotta dei lavoratori A pochi mesi dalla fine della lotta dei lavoratori FIAT di Termini Imerese la scena si ripresenta assolutamente identica: il padrone di turno vuole far pagare ai lavoratori la crisi licenziando, i lavoratori si ribellano, sono disposti ad andare fino in fondo nella lotta, ma a questo punto i vertici sindacali, compresi quelli della Fiom, fanno il diavolo a quattro per fermare la lotta portando gli operai ad una sconfitta i cui effetti peseranno come macigni sulla vita ed il futuro di centinaia di famiglie.
La vertenza L’Italtractor venne acquistata circa 10 anni fa per poche lire da Ivano Passini grazie ai suoi legami con i DS e la “sinistra” istituzionale, ed ha goduto fino ad oggi di ingenti finanziamenti pubblici, nazionali e regionali. Grazie a questi ha portato l’azienda a raggiungere i 1600 dipendenti distribuiti in 5 stabilimenti in Italia, a controllare il 30% del proprio mercato di riferimento e a raggiungere profitti esorbitanti come quelli del 1999-00 pari a 600 miliardi di lire. Esattamente come per la Fiat, qualche mese or sono è emerso ciò che i lavoratori sospettavano da tempo: ad una crisi ingente di mercato si aggiunge la scoperta di una montagna di debiti verso le banche. Ad un fatturato odierno di 250 miliardi di lire si affiancano debiti per 220 miliardi! Naturalmente la ricetta di banche e padroni per uscire dalla crisi è sempre la stessa: a pagare devono essere i lavoratori e precisamente quelli impiegati nello stabilimento di Castelvetro (Mo). Per mesi l’azienda non ha voluto rivelare i suoi piani, quanti esuberi, quanti trasferimenti, che progetti industriali ecc., ma le maestranze avevano già chiaro tutto: è evidente che uno stabilimento che ha macchinari obsoleti da almeno 30 anni è destinato a chiudere. Cosi, in un giorno di quest’inverno, vedendosi smontare e portare via le prime attrezzature, i lavoratori scendono spontaneamente in lotta, si siedono sulle macchine per impedirne il trasloco, auto-convocano un’assemblea e danno inizio al braccio di ferro con l’azienda. La lotta Quanto grande fosse la determinazione dei lavoratori nel portare avanti questa vertenza emerge dall’audacia e radicalità delle forme di lotta messe in campo. La capacità organizzativa e di mobilitazione di questi operai sta lì a dimostrare ancora una volta tutto il potenziale esplosivo che sta covando tra le fila del proletariato. Scioperi a scacchiera e a gatto selvaggio come non si vedevano dall’autunno caldo, un’adesione tra i lavoratori in produzione pari al 100%. A chi è scettico sull’efficacia di questi metodi di lotta non poteva dare risposta migliore la medesima direzione Italtractor in un suo comunicato dove ammette come questi tipi di sciopero “determinano per l’azienda danni talmente consistenti e gravi da non essere minimamente proporzionati alla sola perdita di produzione”. Lampante! Colpire i padroni nel vivo della produzione è ancora l’arma più efficace. Certo la lotta ha avuto il limite di non vedere l’adesione, se non in minima parte, degli impiegati. Ma, oltre al fatto che bloccando il nerbo della produzione si era già in grado di mettere in ginocchio l’azienda, in un contesto come quello odierno, in cui centinaia sono le aziende in cui i lavoratori subiscono la medesima sorte, una lotta esemplare come questa avrebbe potuto fare da detonatore per moltissime altre realtà, creando così tutti i requisiti per avere una emulazione a catena che sarebbe stata determinante per poter proseguire e vincere la battaglia. Il ruolo della Fiom Purtroppo i vertici sindacali non sono stati dello stesso parere, compresa l’organizzazione cui anch’io appartengo: la Fiom. Infatti quest’ultima, invece di organizzare la solidarietà e l’aiuto delle altre fabbriche, anziché tentare di estendere la lotta agli altri stabilimenti ITM a cominciare da quello di Fanano (Mo), anziché condurre e rendere più efficace la lotta ecc., ha fatto il possibile, avendo nell’azienda il maggior numero di iscritti, per frenare la lotta, isolarla e ricondurre i lavoratori “nei ranghi”. Fin dall’inizio delle mobilitazioni il segretario della Fiom ha tenuto a far sapere a lavoratori ed Rsu che non condivideva queste forme di lotta, minacciando costantemente i lavoratori di togliere il sostegno dell’organizzazione agli scioperi! La reazione delle maestranze è stata più che comprensibile: ad un iniziale disorientamento sono succeduti rabbia e risentimento verso i vertici sindacali. Ovviamente l’apparato non si è minimamente preoccupato di convocare, se non a vertenza ormai conclusa, un direttivo per discutere e rendere conto ai delegati ed alla base dell’organizzazione. Di più, chi scrive ha assistito, invitato dall’Rsu, ad una assemblea di lavoratori ITM in cui non solo mi è stato impedito dal mio stesso segretario di portare la solidarietà della mia fabbrica, ma addirittura si è risposto alle sacrosante critiche dei lavoratori con un’arroganza inaccettabile. Morale: la lotta se non ha sbocchi e prospettive è destinata a scemare; sfortunatamente questa è stata anche la sorte di questa mobilitazione. Tale contesto ha creato le condizioni perché i vertici sindacali potessero firmare quello che è un vero e proprio accordo bidone. In tutto questo l’Rsu ha tentato in una prima fase di giocare un ruolo di direzione delle lotte, contribuendo non poco a creare coscienza tra i lavoratori, ponendo anche, giustamente, alla discussioni degli O.d.G. che affrontavano il tema dell’occupazione dello stabilimento ecc. Purtroppo però, nei momenti decisivi, anziché appoggiarsi sulla forza proveniente dalla determinazione degli operai nel proseguire la lotta, l’Rsu ha di fatto capitolato alle pressioni dei vertici sindacali. Certamente comprendiamo (anche perché in parte le abbiamo condivise nelle ultime settimane della vertenza) le difficoltà cui i delegati hanno dovuto far fronte, l’accerchiamento, l’isolamento cui sono stati sottoposti e di cui il sindacato è totalmente responsabile. Tuttavia ciò non esime questi compagni dalla responsabilità di aver firmato un accordo che ponendo fine alla mobilitazione, permette di fatto all’azienda di raggiungere i suoi scopi rivalendosi completamente sulla pelle dei lavoratori; a partire dalla Rsu stessa che, non stentiamo a crederlo, sarà la prima a cadere sotto le grinfie della repressione aziendale. L’accordo Nell’accordo, se da un lato si promettono alcuni investimenti quasi inutili dall’altro si sancisce che, per cominciare, entro qualche mese lo stabilimento di Castelvetro sarà dimezzato. Dopo di che, se l’azienda avrà la possibilità, investirà altrimenti…chissà! Sappiamo già cosa tutto questo vuole dire: si comincia ad eliminare una parte di lavoratori per poi chiudere definitivamente lo stabilimento con, oltretutto, il risultato importantissimo di fermare le lotte e dividere i lavoratori. Se a questo si aggiunge che si parla di trasferire in tempi non lunghissimi, oltre ai montaggi, anche altri reparti come quello spedizioni, si capisce come in realtà il destino di questo stabilimento sia già segnato. Già in passato l’azienda si è dimostrata pronta a stracciare accordi firmati, a partire dal contratto aziendale, per i propri interessi. In tutto ciò cosa spetta ai lavoratori? Trasferimenti, mobilità “volontaria”, cassa integrazione straordinaria e dunque di fatto esuberi (anche se non apertamente dichiarati), ma nessuna garanzia di avere un posto di lavoro nemmeno per chi oggi apparentemente non è coinvolto. I debiti che l’azienda ha contratto la pongono a tutt’oggi a rischio di fallimento. Questo accordo rappresenta non solo una capitolazione alla volontà dell’azienda ma altresì uno stillicidio di posti di lavoro. Conclusioni Questa vertenza una volta di più ci dimostra come per vincere una lotta non basti la, pur fondamentale, determinazione delle maestranze in sciopero. È necessaria una direzione cosciente che sappia respingere le pressioni di chi vuole frenare i lavoratori e sappia andare fino in fondo nella lotta. Non solo, tutti questi episodi, da Termini Imerese all’Italtractor, dimostrano quanto, oggi più che mai, sia necessaria una svolta reale, e non solo a parole, nel nostro sindacato. Per far questo è necessario costruire una vera alternativa all’attuale direzione sindacale; costruire una sinistra sindacale concreta e credibile, che alle parole sappia far seguire i fatti. Una sinistra non d’apparato ma che parta dal basso, dai lavoratori e che sappia far leva sulla rabbia che va accumulandosi nelle fabbriche per rompere definitivamente la logica concertativa che non guida solo la maggioranza della Cgil ma anche la minoranza di Cambiare Rotta. Mentre chiudevamo il giornale in redazione ci è stato comunicato che si è tenuta una votazione in fabbrica sull’accordo. Su 323 aventi diritto al voto si sono presentati alle urne in 233, 145 voti a favore, 80 contrari, 6 astenuti. L’esito della votazione non cambia la nostra opinione sull’accordo tanto più che l’azienda ha “spedito” a votare capi, capetti, ingegneri e circa 100 impiegati. Dall’altra parte molti operai delusi e amareggiati per come sono andate le cose erano convinti che quella votazione era inutile: i giochi erano già fatti e l’urna serviva solo a dare una parvenza democratica a una gestione sindacale del tutto discutibile. - PB. |