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Referendum articolo 18 vincere è possibile! Stampa E-mail
Scritto da Paolo Grassi   
 Il 15 giugno voteremo al referendum per l’estensione dell’articolo 18 alle aziende sotto i 15 dipendenti.

La campagna che si apre per raggiungere il quorum e permettere che il Sì vinca ci offre grandi opportunità, non solo per estendere un diritto fondamentale, ma anche per riprenderci quanto abbiamo lasciato sul campo in questi anni. La partita si vincerà solo ed esclusivamente se sapremo convincere i giovani, i lavoratori, i disoccupati che il referendum è anzitutto il trampolino di lancio per nuove conquiste.

Anche se in questi giorni il referendum sembra passato in secondo piano, presto se ne tornerà a parlare. Non è difficile prevedere che a maggio la questione riconquisterà le prime pagine dei quotidiani creando un ampio dibattito e una certa polarizzazione. Questo significa che dovremo sfruttare l’occasione per saper prontamente rispondere alle mistificazioni dei padroni.

L’unica questione su cui i padroni sono ancora indecisi è se sconfiggere il referendum con una campagna astensionista o se con una poderosa campagna per il No. Il governo ha deciso di convocare il referendum il fine settimana successivo al secondo turno delle elezioni amministrative, puntando sulla stanchezza degli elettori che dovrebbero votare tre volte in un mese.  Confcommercio ha istituito un comitato per il No. Comunque la si prenda emerge chiaramente un fatto, i padroni temono il referendum.

 

La propaganda padronale

 

I padroni non risparmieranno nessun colpo pur di raggiungere il proprio obbiettivo. Dagli allarmi terroristici tipo “danneggerete in modo irreversibile l’economia e l’occupazione gettando migliaia di piccoli imprenditori nella miseria e milioni di lavoratori nel lavoro nero”, alle minacce, come quelle di Guidi (consigliere incaricato di Confindustria per le relazioni sindacali) che dalle pagine del Corriere della sera del 17 gennaio ricorda a tutti che nei paesi emergenti dell’Europa dell’est, come la Romania o l’Albania, la manodopera costa circa un euro all’ora contro i 17 euro dell’Italia e che referendum anacronistici come questo rischiano solo di aggiungere nuove aziende italiane alla già lunga lista di quelle che sono andate all’estero a curare i propri interessi.

Infatti la discussione deve proprio concentrarsi sugli interessi. Chi ha interesse a far vincere il referendum, chi ha interesse a farlo fallire. Il referendum è anzi tutto un’occasione per parlare coi giovani, coi lavoratori, un occasione per spiegare perché il capitalismo va combattuto. E ogni argomento che usa la borghesia è un argomento che ci permette di smascherare i suoi interessi di classe.

L’economia, non solo italiana ma internazionale, è in crisi perché è l’anarchia del mercato che crea sovrapproduzione. Siamo alle solite, i padroni per fare profitti sfruttano i lavoratori spremendoli come limoni, producono più merci di quello che il mercato può assorbire, per vincere la concorrenza comprimono salari e peggiorano le condizioni di lavoro, poi quando le cose vanno male scaricano su di noi le colpe buttandoci in mezzo a una strada, e se il lavoratore è precario o se l’azienda è sotto i quindici dipendenti è ancora meglio perché è più facile licenziarlo.

Ci dicono che butteremo milioni di lavoratori nelle braccia del lavoro nero facendo finta di non sapere che i lavoratori in nero attuali sono già milioni (l’ultimo dato dell’Istat parlava di 3,4 milioni) e facendo finta di ignorare che il lavoro nero è frutto della disperazione della gente soprattutto al sud, e che gli imprenditori (soprattutto del nord) lo utilizzano a piene mani per non pagare i contributi e abbassare ulteriormente il costo del lavoro.

In verità quello che preme ai padroni è soffocare ogni possibilità che i lavoratori prendano coscienza della loro forza, evitare che possa succedere una qualsiasi cosa che inverta la tendenza al peggioramento delle condizioni di lavoro degli anni passati.

 

Prendere l’iniziativa

 

Il referendum in genere non può essere considerato lo strumento con cui fare avanzare le condizioni operaie (al referendum votano tutti, anche i padroni e milioni di cittadini che non sono lavoratori dipendenti), lo è diventato in questa occasione a causa dell’incapacità dei vertici sindacali di sviluppare un programma di rivendicazioni e mobilitazioni adeguate alle esigenze dei lavoratori, dopo che l’anno scorso in milioni ci siamo mobilitati in difesa dell’articolo 18. L’incapacità dei vertici sindacali di dare uno sbocco concreto alla battaglia messa in campo contro l’attacco del governo Berlusconi ha fatto sì che questo diventasse l’unico canale con cui ottenere quello che con le mobilitazioni non è stato ottenuto.

Sfruttiamo l’occasione del referendum per discutere perché nonostante due scioperi generali, una manifestazione di 3 milioni il 23 marzo e tanti scioperi locali, non siamo riusciti a mettere in crisi il governo di destra. Sfruttiamo l’occasione per smascherare quei dirigenti che hanno nostalgia della concertazione e dell’unità di vertice (usata come alibi per firmare gli accordi più vergognosi), e per incalzare i dirigenti che si nascondono dietro una fraseologia più radicale ma poi continuano a gestire anche vertenze importanti, come quella dei metalmeccanici, con i soliti metodi verticisti. Dietro l’ambiguità dei vertici sindacali c’è la crisi del capitalismo che riduce continuamente i margini con cui i dirigenti possono trovare spazio per fare accordi con i padroni.

Questo ha costretto Cofferati, e ora Epifani, ad assumere almeno formalmente un profilo più conflittuale, ma allo stesso tempo, questi dirigenti sono preoccupati di perdere il controllo del movimento dei lavoratori che loro stessi hanno contribuito ad avviare. Da qui le esitazioni della Cgil a schierarsi per il Sì.

Dietro le argomentazioni di Cofferati contro il referendum si nasconde il timore di rivitalizzare l’ambiente tra i lavoratori e che questo porti alla rottura con quel Centro sinistra moderato responsabile dei disastri di questi anni.

 

La sinistra esita

 

Affermare, come fa Cofferati, che l’estensione dei diritti deve essere portata avanti attraverso percorsi legislativi oppure che la vera priorità sono i lavoratori atipici (tra cui gli ormai famosi Co.Co.Co.) che non trovano una risposta in questo referendum, significa tradire le aspirazioni di milioni di lavoratori che nel 2002 hanno scioperato per l’articolo 18. Non si capisce perché quel “diritto inviolabile” non debba valere per tutti i lavoratori.

Se Cofferati intende risolvere con una legge il quesito referendario allora siamo sulla strada sbagliata. Fare una legge che sostituisca il reintegro con un risarcimento più cospicuo continua ad andare nella direzione di favorire i padroni che sono sempre pronti a mettere una mano sul portafoglio pur di potersi levare dalle scatole un elemento scomodo che non accetta di lavorare come una bestia o che ha un ruolo di avanguardia nella lotta sindacale.

Se, invece, per via legislativa si intende estendere a tutti i lavoratori gli stessi diritti bisognerebbe ricordare che i rapporti di forza in parlamento non sono favorevoli, mentre i lavoratori hanno bisogno di risposte subito.

Riusciremo a convincere questi milioni di lavoratori a sostenere il referendum sull’articolo 18 solo sapendo unire a questo appello al voto una proposta di rivendicazioni da portare avanti concretamente nelle loro realtà lavorative.

Il 15 giugno andiamo a votare Sì e organizziamo una lotta capillare in ogni luogo di lavoro, in ogni realtà territoriale per porre fine allo sfruttamento indiscriminato dei padroni. Rivendichiamo l’abolizione del pacchetto Treu, rivendichiamo l’assunzione immediata di tutti i lavoratori precari, smascheriamo
l’utilizzo di contratti come i Co.Co.Co., strumenti per aggirare l’assunzione, tenendo ancora più alto il tasso di ricattabilità. Ecco cosa dovremmo proporre ai lavoratori per convincerli a far propria questa battaglia.

Mancano due mesi e mezzo al voto, la vittoria è alla nostra portata, a patto che riusciremo a organizzare una campagna che motivi i giovani e i lavoratori a mobilitarsi per i propri interessi di classe. Non stiamo lottando solo per estendere l’articolo 18 alle aziende con meno di 15 dipendenti, ma per aprire una nuova fase di conflittualità che ci permetta di opporci in modo adeguato allo strapotere dei padroni. La storia ci insegna che quando il movimento operaio si è mobilitato compatto è riuscito ad ottenere grandi conquiste. Una di queste, lo Statuto dei lavoratori, di cui l’articolo 18 è parte, venne conquistato solo grazie a una lotta dura, determinata che vide la partecipazione di milioni di lavoratori. La legge del maggio del 1970 che sancì questa conquista non fu un regalo del parlamento o di un governo illuminato, ma un sottoprodotto delle lotte sociali che la borghesia concesse per tentare di limitare una mobilitazione ancora più ampia e risoluta dei lavoratori.
 
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