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Quella che segue è un’intervista a Lal Khan, dirigente della tendenza The Struggle, che rappresenta un settore decisivo della sinistra pakistana. I sostenitori di The Struggle terranno nei prossimi giorni a Lahore la loro assemblea nazionale, e hanno chiesto al Prc di partecipare a questo incontro, considerando di importanza strategica la costruzione di un legame politico con organizzazioni e militanti della sinistra mondiale. Lal Khan era già stato in Italia nel 2001, durante la guerra in Afghanistan, quando partecipò a una campagna di solidarietà organizzata dalla Pakistan Trade Union Defence Campaign (Campagna per la difesa dei sindacati pakistani). Nei prossimi giorni incontreremo ancora altri militanti e dirigenti di questa tendenza, che nelle elezioni dello scorso ottobre ha ottenuto un successo storico eleggendo un deputato nelle liste del Partito popolare pakistano (Ppp), all’interno del quale rappresenta un punto di rifermento decisivo per le posizioni di classe e internazionaliste.
D. Qual’è la reazione di massa in Pakistan di fronte allo scoppio della guerra? R. C’è storicamente un forte sentimento antiamericano, che si è rafforzato dopo la guerra in Afghanistan. Ci sono state numerose manifestazioni di protesta, una di 70-100mila persone a Karachi, un’altra di dimensioni simili a Islamabad, e quella di domani a Lahore sarà certamente di massa. Che posizioni si esprimono in questo movimento? Qual’è il ruolo del fondamentalismo? Il sentimento antimperialista non si esprime prevalentemente a sinistra a causa dell’arretramento storico della sinistra nel paese e del ruolo disastroso della leadership di Benazir Bhutto nel PPP. Il padre della Bhutto era un martire, assassinato dal regime per ordine degli americani. Ma la figlia si è completamente venduta agli Usa, la utilizzano mandandola al potere quando serve per calmare le masse, per poi gettarla via come un limone spremuto quando non serve più. In generale la sinistra si è fortemente indebolita e la maggior parte dei suoi militanti si sono gettati nelle attività delle Ong, che sono attività sostanzialmente affaristiche. Cosi’ sono diventati completamente cinici verso i lavoratori e le masse. È in questo vuoto che il fondamentalismo si afferma, e che spiega perchè ad esempio i partiti islamici hanno vinto nelle regioni confinanti con l’Afghanistan. Credo pero’ che se il movimento raggiungerà uno sviluppo maggiore, i fondamentalisti non saranno in grado di controllarlo. Quali saranno le conseguenze internazionali e in quest’area del mondo? Le manifestazioni dimostrano che c’è una forte integrazione degli avvenimenti e anche della coscienza delle masse, su scala mondiale. Le menzogne della propaganda ufficiale non riescono più a convincere. Comunque finisca la guerra, le contraddizioni si accumulano sempre di più e non credo che anche una vittoria Usa porterebbe a una stabilizzazione, come dimostra il caso dell’Afghanistan. In tutto il Medio Oriente e anche in Pakistan, i diversi regimi cercano di sopravvivere, stretti fra la pressione delle masse e gli obblighi che hanno verso l’imperialismo Usa. La guerra puo’ portare a esplosioni rivoluzionarie in molti paesi. Tieni conto che negli ultimi decenni, con la penetrazione delle politiche liberiste, i paesi ex-coloniali sono stati saccheggiati economicamente, ma questo ha minato anche le stesse basi degli Stati. Si tratta di apparati statali indeboliti nelle fondamenta, che si troveranno a fronteggiare una pressione enorme da parte delle masse. Il governo italiano ha mandato le sue truppe in Afghanistan per sostituire i soldati inglesi. Qual è la situazione a Khost, dove sono schierati gli alpini? L’Afghanistan è ancora più instabile che ai tempi dei talebani. Il governo controlla a stento Kabul e Karzai sopravvive solo perchè è protetto dalle truppe Usa. Il resto del paese è in mano ai vari signori della Guerra. Basti il dato che la produzione di eroina è più che raddoppiata. A Khost si fronteggiano due signori della Guerra, uno sostenuto dalla Francia, l’altro dagli Usa e dagli italiani. Tutte queste bande sono al soldo di qualche potenza. Dopo la fine del conflitto gli Usa hanno perso ufficialmente 47 soldati, non si è visto praticamente nulla degli aiuti promessi e della cosiddetta ricostruzione. La situazione è del tutto instabile. Che posizione assumete rispetto al movimento contro la guerra? Abbiamo organizzato numerose manifestazioni, e altre ne faremo. La questione centrale che noi poniamo è: come possiamo sconfiggere l’arroganza degli Usa? Perchè a me pare chiaro nel mondo sta finendo dappertutto l’epoca delle riforme pacifiche. I governi come quello spagnolo, australiano, italiano, hanno un tratto dittatoriale quando decidono di calpestare apertamente la volontà dei loro popoli e di sostenere la guerra, e da questo punto di vista il futuro sarà sempre peggio, perchè si troveranno immersi in una crisi sempre più profonda e la loro risposta sarà sempre più antidemocratica e oppressiva. Dunque la domanda è: come possiamo fermare tutto questo? Non li fermeremo con la diplomazia, nè con la forza militare. Li possiamo fermare solo con la lotta di classe, con l’internazionalismo e con una prospettiva rivoluzionaria. Lo slogan che abbiamo messo al centro delle nostre mobilitazioni è: guerra di classe per sconfiggere l’aggressione imperialista. Anche nel subcontinente indiano la guerra sta scuotendo la sinistra. Per farti un esempio, uno dei partiti comunisti indiani, il Pci (m) che è al governo nello Stato del Bengala occidentale ha duramente represso una manifestazione contro la Guerra che si teneva a Calcutta, questa politica non puo’ che creare scontento e opposizione nelle fila di quel partito. Questo per dire che in tutta la sinistra ci sarà un enorme dibattito sulla guerra e su quale politica adottare. La lotta contro la guerra sta riattivando tanti militanti e sta soprattutto risvegliando la nuova generazione. Saranno queste le forze che creeranno la sinistra rivoluzionaria del futuro. Lahore, 21 marzo 2003 |