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Inizia la lotta contro i licenziamenti MILANO - Lunedì 10 febbraio 2003, i dipendenti dell’Aci Global si sono fermati otto ore per contrastare la decisione dell’azienda di licenziare 176 lavoratori, dichiarati in esubero a causa dello stato di crisi che fa registrare una perdita di circa 10 milioni di euro. L’Automobil Club d’Italia è un’ente pubblico, per l’esattezza un’associazione senza scopo di lucro che provvede alla gestione delle tasse automobilistiche per conto dello stato. Possiede, fra l’altro, l’Aci Global, che ha la funzione di assistenza agli automobilisti attraverso il soccorso stradale (il famoso servizio che risponde alle chiamate di emergenza al 116).
Si vogliono licenziare 101 (cioè tutti) addetti ai carri attrezzi che soccorrono le auto in panne e 75 impiegati sparsi per le varie sedi sul territorio nazionale. L’azienda vuole privatizzare il servizio, riducendo i suoi dipendenti e svendendo lo stesso ad officine private che andrebbero a gestire l’assistenza attraverso il franchising. Da tempo i lavoratori dell’Aci operano in condizioni invivibili: fanno turni snervanti, il lavoro è pericoloso, i carri attrezzi e i mezzi di soccorso sono obsoleti, inaffidabili perché l’Aci non investe in adeguamenti dei macchinari e nello stesso tempo incassa danaro vendendo attrezzature ad officine private. Mentre i lavoratori rischiano incidenti su carri attrezzi con le gomme lisce, la società incassa denaro svendendo le attrezzature. Ma la ristrutturazione non si ferma qui: oltre a voler licenziare 176 dipendenti, l’Aci ha già fatto capire che non intende rinnovare 133 assunti a termine. Peggiorando ulteriormente le già dure condizioni in cui si trovano ad operare i lavoratori delle centrali telefoniche. A fare le spese del passivo dell’Aci sono quindi oltre 300 occupati su 650 circa nel settore soccorso stradale. L’azienda sta sfruttando la legge antisciopero 146/90 per ostacolare in tutti i modi le mobilitazioni, legge alla quale è sottoposta anche l’Aci come tutto il settore dei trasporti. Ma è evidente l’ipocrisia di chi, invocando la difesa del servizio pubblico si prepara a smantellarlo. Una volta di più la legge antisciopero si smaschera per quello che è realmente: non una “difesa dell’utente”, ma uno strumento per piegare i lavoratori imponendo condizioni intollerabili che alla fine compromettono anche la stessa qualità del servizio, nonché una comoda scusa per quei dirigenti sindacali che non sono disposti a organizzare una mobilitazione decisa ed efficace. I delegati delle sedi di Milano e i lavoratori stanno comunque portando avanti la loro battaglia tra queste difficoltà, subendo minacce dai dirigenti, intimidazioni, messi continuamente di fronte al rischio di denunce per interruzione di un pubblico servizio, che poi pubblico non è. Se si sta riuscendo a mobilitarsi è solo perché si sta costringendo il funzionario a far gestire la vertenza direttamente dai lavoratori, imponendo la votazione di tutto ciò che si decide, nonostante l’indecisione mostrata dal sindacato soprattutto a Roma dove mantiene una posizione molto ambigua e non permette ai lavoratori delle due sedi principali di portare avanti la lotta insieme. Lo sciopero del 10 febbraio a Milano è andato bene, lavoratori a tempo determinato e a tempo indeterminato hanno aderito massicciamente e hanno presidiato la portineria, hanno proseguito la discussione aperta con le assemblee sulle modalità di lotta, formalizzando anche una cassa di resistenza in previsione della lunga mobilitazione. A Milano la lotta è senz’altro partita più decisa, se a Roma i lavoratori non si sono ancora mobilitati la responsabilità è anzi tutto dell’atteggiamento, che ormai rasenta il boicottaggio, dei dirigenti sindacali della zona. Per questo vogliamo prendere contatto direttamente con i colleghi di Roma, per aiutarli a prendere direttamente l’iniziativa. Tenendo presente che il problema non è dell’operaio del carro attrezzi o del centralinista a tempo determinato ma di tutti, perché come sempre oggi si attaccano i più deboli per spaccare il fronte e prepararsi domani ad attaccare tutti gli altri. Il 10 febbraio è stato il trampolino di lancio della lotta, è essenziale proseguire l’organizzazione e la discussione, il collegamento con tutte le sedi perché l’unità è l’arma principale che abbiamo e dobbiamo sfruttarla fino alla fine. |