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Dove va Sergio Cofferati? Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Giardiello   
L’ex segretario della Cgil ha definito il 2002 l’anno dei diritti. L’articolo 18 è stato al centro delle mobilitazioni ed è sulla sua estensione (anche ai lavoratori di aziende con meno di 15 dipendenti) che saremo chiamati a votare in primavera.

In un’assemblea molto partecipata che si è tenuta a Sesto San Giovanni (MI) il 21 gennaio, Cofferati, di fronte a una richiesta di precisare la sua posizione sui referendum di Rifondazione comunista ha spiegato che li considera un’errore: “Non metto in discussione la buona fede dei proponenti, ma penso che non si diano risposte ai collaboratori coordinati e continuativi (co.co.co), ai precari in genere e oltretutto così facendo si contribuisce a dividere il nostro movimento”.

Di fatto Cofferati sta utilizzando contro il referendum sull’articolo 18 gli stessi argomenti che l’anno scorso hanno usato le destre contro di lui. Per quanto concerne le presunte divisioni, si tolga la parola movimento e si metta la parola Ulivo. Per tutto il corso delle mobilitazioni le scelte del cinese sono state obiettivamente un elemento di divisione nei Ds e nel centrosinistra.

Allo stesso tempo Cofferati non vuole far precipitare la crisi dell’Ulivo. Il suo progetto, come più volte ci ha tenuto a ricordare, ha come orizzonte il rinnovamento (magari l’estensione al Prc e a Di Pietro) e non la rottura della coalizione.

Chi scrive ritiene invece che solo con la rottura delle forze di classe con il centro borghese dell’Ulivo è possibile dispiegare quelle risorse che sono scese in campo a sinistra, determinando un avanzamento generale del quadro entro cui si muove la lotta dei lavoratori.

Con Romano Prodi, che è uno dei principali esponenti del centro borghese, Cofferati ha stretto un’alleanza tattica, con l’obiettivo di prendere in una tenaglia Massimo D’Alema.

Sarebbe tuttavia del tutto insensato pensare che Prodi costituisca un’alternativa positiva all’attuale presidente dei Ds. Se è vero che D’Alema ha condotto la guerra in Kosovo, Prodi non è stato da meno. Non dimentichiamo che il suo governo (sostenuto erroneamente anche da Rifondazione Comunista) ha prodotto il pacchetto Treu, l’autonomia scolastica, la Turco-Napolitano, le privatizzazioni e le finanziarie più dure del decennio.

Quando Cofferati propone il governo Prodi come modello per il futuro, la cosa non può che preoccupare i militanti più lucidi e accorti della sinistra. A partire dai comunisti.

 

Osservazioni di metodo

 

Quello che abbiamo nell’Ulivo è certamente uno scontro al vertice nel quale l’oggetto del contendere è la candidatura a premier per le prossime elezioni.

Tuttavia sarebbe semplicistico e superficiale ridurre tutto a questo; attorno a questa contesa si muoveranno, portando con sè le proprie aspirazioni, le forze sociali che sono state impegnate nei movimenti degli ultimi due anni. Questo cambia completamente il carattere della disputa. I soggetti che stanno occupando posizioni, si schiereranno (più o meno coscientemente) in questa lotta, che si preannuncia molto dura. Ci sforzeremo pertanto di analizzarne almeno a grandi linee i possibili esiti.

Ma prima di questo alcune osservazioni di metodo.

Trotskij ebbe modo di dire che: “il marxismo consiste nella superiorità della previsione sullo stupore”. Per prevedere l’esito di uno scontro è necessario analizzare tutti i fattori oggettivi e soggettivi che sono in campo ed inserirli nel giusto contesto internazionale.

Una delle caratteristiche del riformismo (in tutte le sue varianti) è invece proprio quella di non fare prospettive, i riformisti per natura sono impressionisti e tendono a soffermarsi sull’ultimo avvenimento in ordine di tempo senza distinguere tra i processi fondamentali e quelli secondari. Lo stesso avviene alle tendenze settarie, che si caratterizzano per la loro staticità, non riescono a vedere i fatti nel loro divenire e così si limitano a ripetere all’infinito principi scolpiti nella pietra senza sforzarsi di analizzare i fatti (l’analisi concreta della situazione concreta come diceva abitualmente Lenin).

Il risultato è che sia gli uni che gli altri finiscono regolarmente per essere sopraffatti dagli avvenimenti. Nella misura in cui la revisione critica delle posizioni assunte  nel passato risulta essere sgradevole per tutti loro, inevitabilmente per coprire i propri errori finiscono non di rado per assumere l’eclettismo a fondamento della loro politica.

 

Il fenomeno Cofferati e il dibattito nel Prc

 

Ad esempio se ci riferiamo al dibattito sulla natura dei Ds, che ha attraversato il Prc per tutto il periodo dei governi dell’Ulivo, risulta evidente come l’esperienza viva abbia condannato le tesi di Bertinotti e di Ferrando (leader della minoranza interna) rispetto alle prospettive per questo partito. Tra i due c’era dissenso su quasi tutto, ma su un punto erano  concordi, cioè che i Ds fossero oramai diventati una forza liberale e borghese. Per Ferrando al limite poteva essere considerata socialdemocratica solo la sinistra diessina alla quale non apparteneva ai tempi Sergio Cofferati, che collaborava col governo sul versante sindacale.

Questa discussione ci ha visti impegnati nel V Congresso del Prc  lo scorso anno  (rimandiamo i lettori al corposo pacchetto di emendamenti che abbiamo presentato al documento di minoranza). Già da tempo addietro (ad esempio su Falcemartello n° 142 dell’ottobre del 2000) però entravamo in polemica con le concezioni di Ferrando e Bertinotti su alcuni punti fondamentali:

• La natura dei Ds, nonostante lo spostamento a destra negli anni di governo di centrosinistra, restava comunque quella tipica di un partito socialdemocratico e riformista, per il forte legame che questo partito manteneva con gli apparati sindacali e attraverso questi con il movimento operaio, per quanto in forme burocratiche.

• La socialdemocrazia, a differenza di quanto pensava Bertinotti, non si caratterizza per essere il partito delle riforme, ma per essere il partito che riesce attraverso i suoi apparati e la sua tradizione ad esercitare l’influenza delle classi dominanti sul movimento operaio.

Per giocare questo ruolo i riformisti non possono tradire sempre e comunque i lavoratori, altrimenti alla lunga non potrebbero più giocare quel ruolo. Riportavamo a tal proposito una lucida affermazione di Trotskij(1).

• Se ne deduceva che con il ritorno delle destre al governo, inevitabilmente si sarebbe aperta una crisi nei Ds, con un settore (soprattutto sindacale) che sarebbe entrato in contraddizione con il resto dell’apparato. Questo processo avrebbe inevitabilmente condotto la Cgil a convocare scioperi contro Berlusconi e si sarebbe rotta l’epoca di pace sociale. La crisi economica incipiente e il contesto di mobilitazioni che si andava aprendo a livello internazionale erano chiaramente dei processi che favorivano uno sbocco del genere.

Le nostre analisi, che hanno poi trovato conferma, con la nascita del fenomeno Cofferati e con la crescita della conflittualità sindacale sono state duramente contestate a suo tempo nella maggioranza come in larghi settori della minoranza di Rifondazione.

E’ curioso che oggi Ferrando (vedi il suo articolo “Le ragioni di un dissenso” su Liberazione del 20-1-03) critichi Bertinotti sostenendo che:”Il nostro partito ha sottovalutato a lungo, sul piano dell’analisi, l’ascesa del cofferatismo”.  Dovrebbe aggiungere che il primo a sottovalutarlo è stato lui stesso e che gli unici che parlavano di una tale possibilità eravamo noi di Falcemartello in “splendido isolamento” e visti come marziani nelle riunioni degli organismi dirigenti(2).

Ferrando riconosce oggi nell’articolo succitato (e di questo ne siamo ben felici), che Cofferati non punta a un partito socialdemocratico ma svolge una “funzione classicamente socialdemocratica”. Trascurando sull’idea bizzarra del “leader socialdemocratico senza partito socialdemocratico” (come se Cofferati non fosse a capo di una precisa corrente nei Ds), è un mistero tutto da svelare come sia stato possibile che un dirigente collocato fino alla metà del 2001 nella corrente di maggioranza che dirigeva il partito (D’Alema-Veltroni), considerata da Ferrando definitivamente borghese, sia diventato oggi il principale esponente socialdemocratico in Italia.

La realtà, come spiegavamo allora, è che era effettivamente in corso un processo di “mutazione genetica” dei Ds, ma questo processo non si era affatto completato (se non per settori molto ristretti organizzati attorno alla corrente di Morando), per cui il processo di spostamento a destra quando si è palesata la crisi di strategia dei Ds si è semplicemente invertito, almeno per quanto riguarda un settore dell’apparato.

Non è da escludersi pertanto che un domani altri pezzi dell’apparato possano staccarsi per giungere ai lidi cofferatiani.

Certo è che il cinese non può pensare di continuare all’infinito a fare la propria battaglia per l’egemonia senza appoggiarsi saldamente su una forza politica. Il sostegno di cui gode nell’apparato sindacale e la lealtà che fino adesso continua a mostrargli il gruppo dirigente della Cgil non può  bastare e non può durare all’infinito, se nel frattempo Cofferati non sarà in grado di controllare un partito da utilizzare ai propri fini.

 

Svolta nei Ds o Partito del Lavoro?

 

E’ in preparazione la conferenza programmatica dei Ds, che dovrebbe svolgersi in un contesto politico di guerra. Fassino si troverà sicuramente sulla difensiva e con tutta probabilità tenterà di ridimensionare il ruolo dell’assise, che altrimenti potrebbe diventare un serio pericolo per la sua segreteria se ci fosse un ampio coinvolgimento della base e un suo pronunciamento.

Cofferati, in un contesto del genere, potrebbe dare battaglia attorno ai temi del pacifismo, avendo dalla sua un larghissimo sostegno militante. Non a caso la Cgil e la sinistra Ds hanno investito significativamente attorno alla manifestazione del 15 febbraio. Anche Fassino, malvolentieri e con molti distinguo, alla fine ha dovuto dare la sua adesione.

Se l’Onu fosse coinvolta nel conflitto (al momento in cui scriviamo questo aspetto non è ancora chiaro) ci sarebbe una lacerazione grave e i Ds si troverebbero spaccati su un terreno cruciale persino nel gruppo parlamentare.

Se ci fosse, come è auspicabile, un movimento imponente contro la guerra, gli scenari che si aprirebbero a quel punto sarebbero i seguenti:

• Fassino e D’Alema si piegano alle pressioni di Cofferati e per opportunismo decidono di sostenere “timidamente” un movimento contro la guerra voluta dall’Onu. Questa ipotesi è senz’altro la più improbabile, perchè sancirebbe definitivamente la vittoria del cinese e a quel punto lo slittamento a sinistra dell’asse politico dell’insieme del partito, che diverrebbe così un polo di attrazione per le correnti più a sinistra nel panorama europeo dell’Internazionale Socialista e non solo.

• I dalemiani resistono alle pressioni di Cofferati e continuano con la loro politica affermandosi come maggioranza nei Ds. Il partito entra in crisi (perdendo consenso e militanti più di quanti non ne abbia persi finora) e si creano le condizioni ideali per una scissione da sinistra con la formazione del Partito del Lavoro auspicato da Patta, Rinaldini e compagni (progetto a cui sembrano interessati anche Cossutta e persino i Verdi).

• D’Alema resiste alle pressioni di Cofferati, continua con la sua politica pro-borghese ma perde il controllo del partito e la sua area finisce col diventare minoranza. Difficilmente una situazione di questo tipo non provocherebbe alla lunga una scissione da destra (almeno di alcuni pezzi).

Visti i rapporti di forza attuali, l’ultima ipotesi diventa forse la più probabile, ma ricordiamo che si tratta di uno scontro tra forze vive dove gli errori soggettivi in certe condizioni possono giocare anche un ruolo determinante.

Quello che ci sembra di escludere è che il partito possa ritrovare la tanto “sospirata” unità. I tentativi di ricomposizione al vertice portati avanti da Fassino che hanno trovato una sponda a sinistra, sembra, in Bassolino (e fino a un certo punto in G. Berlinguer) non hanno grandi possibilità di riuscita a meno che non prenda corpo un periodo di riflusso prolungato delle mobilitazioni operaie e giovanili, ipotesi che per parte nostra ci sentiamo di escludere.

Dunque, presto o tardi a una rottura si deve andare, nel partito, come nel sindacato.

Anche in Cgil, i dalemiani stanno tentando chiaramente di riorganizzarsi basandosi sull’esasperazione di alcuni settori dell’apparato, che ne hanno le tasche piene di convocare scioperi e manifestazioni e vorrebbero tornare ai “tempi d’oro” della concertazione e dell’unità sindacale.

 

Gli obiettivi di Cofferati

 

L’ex-segretario della Cgil è diventato ormai l’unico politico della sinistra in grado di far muovere migliaia di persone (o decine di migliaia) ogni qualvolta partecipa a un’assemblea.

I militanti che lo seguono con entusiasmo, hanno ritrovato una speranza di fronte a una sinistra che è stata largamente deludente per i suoi iscritti e per i lavoratori in generale.

Pur tuttavia, se Sergio Cofferati non farà una radicale svolta politica, finirà lui stesso col deludere i propri militanti tradendo le aspettative che ha suscitato in questi mesi.

Giungiamo a questa conclusione non solo, e non tanto, per le politiche concertative di cui Cofferati si è reso responsabile in passato (che tra l’altro non ha mai rinnegato) ma per l’essenza del progetto che difende oggi.

In primo luogo a non essere messo in discussione è il quadro delle alleanze del centrosinistra. Cofferati si richiama al primo governo Prodi e propone l’allargamento a Rifondazione. Sull’esperienza di quel governo e sui suoi disastri abbiamo già detto.

Secondo lui quello della “moneta unica” era un passaggio ineludibile, ma è quella stessa Europa (capitalista) che Cofferati difende che oggi chiede nuova flessibilità, nuovi tagli alle pensioni e allo stato sociale per rispettare i vincoli finanziari.

Certo l’ex-segretario della Cgil propone di temperare le politiche liberiste con aggiustamenti redistributivi, ma dimentica che il keynesismo a cui si richiama ha come base fondamentale l’intervento dello Stato che indebitandosi stimola l’economia.

Questa politica, che poteva essere applicata con relativo successo negli anni ‘60 (in pieno boom economico e con gli Stati che avevano la metà dei debiti di quelli attuali) oggi è improponibile ed è proprio questa la ragione oggettiva della svolta a destra delle organizzazioni riformiste in Europa e nel mondo.

Solo mettendo in discussione alla radice il capitalismo è possibile offrire oggi una seria alternativa alle destre. La vicenda Fiat lo dimostra una volta di più. Solo nazionalizzando l’azienda sotto il controllo dei lavoratori si dà una risposta a migliaia di posti di lavoro messi in discussione non solo nell’azienda torinese, ma in centinaia di altre in Italia e a livello mondiale.

La crisi del capitalismo sta divorando su scala internazionale milioni di posti di lavoro e provoca solo guerre e nuove oppressioni. Il declino del sistema si produce nonostante in diversi paesi si stiano abbandonando le politiche iperliberiste di fine secolo (si pensi al Giappone che con il ritorno a Keynes non è riuscito ad uscire da una crisi recessiva in cui è entrato da dieci anni a questa parte).

Se Cofferati vuole essere utile alla causa dei lavoratori, alla tutela dei loro diritti, deve rompere con i rappresentanti borghesi dell’Ulivo (a partire dallo stesso Prodi) e deve affiancare Rifondazione Comunista, la Fiom e le forze di classe, lottando per il sì al referendum sull’articolo 18, che è la prima scadenza importante che il movimento ha di fronte oltre alla mobilitazione contro la guerra.

Solo così contribuirà a costruire l’unità del movimento operaio e la crescita di un’alternativa al capitalismo. Altrimenti finirà, soprattutto se domani avesse responsabilità di governo, col ripercorrere la stessa traiettoria di D’Alema, tradendo le aspettative dei movimenti che ha contribuito a suscitare e di milioni di lavoratori che in lui hanno ritrovato una speranza di lotta per un futuro migliore.

Da comunisti, lo sfidiamo a scendere sul terreno degli interessi della nostra classe, senza coltivare particolari illusioni, ma dichiarandoci fin da ora disponibili a sostenere ogni sua iniziativa che andasse, seppur parzialmente, nella giusta direzione. L’esperienza dirà.

 

1-  “I riformisti sono traditori, ma non nel senso che in ogni momento e in tutte le loro azioni eseguono gli ordini formali della borghesia. Se le cose stessero così, i riformisti non avrebbero la minima influenza sugli operai e in questo caso la borghesia non avrebbe bisogno di essi. Bisogna essere dei semplici di spirito per pensare che unicamente per le qualità miracolose del terzo periodo la classe abbandonerà in massa la socialdemocrazia e spingerà la burocrazia riformista nelle braccia del fascismo. Il crescente malcontento contro il governo socialdemocratico in Germania o laburista in Inghilterra, e l’evoluzione degli scioperi parziali e sparsi verso movimenti di massa sempre più ampi (quando si verificheranno davvero), avranno come conseguenza inevitabile lo slittamento a sinistra di grandissima parte del campo riformista. Ad eccezione forse degli elementi più coscienti dell’ala destra (come J.H. Thomas, Hertmann Muller, Renaudel, ecc.) i socialdemocratici e i signori di Amsterdam saranno costretti in talune circostanze a prendere essi stessi la direzione del processo(...) Questa politica sarà inevitabile soprattutto in relazione alla socialdemocrazia di sinistra, quella stessa che, al momento della radicalizzazione delle masse, è maggiormente costretta a porsi come antagonista dell’ala destra, fino a doversene forse separare con un’aperta scissione. Tuttavia, una simile prospettiva non invalida assolutamente il fatto che la direzione della socialdemocrazia di sinistra sia quasi sempre composta dagli agenti più corrotti e più pericolosi della borghesia” (L.Trotskij, Il “Terzo Periodo” degli errori dell’Internazionale Comunista).

 

2-  Ancora nel giugno del 2001, a poche settimane dallo sciopero separato della Fiom e dalle giornate di Genova, Ferrando sosteneva che: “il governo, interessato a consolidare la relazione con casa Agnelli e la grande impresa, non solo non mostra entusiasmo per il sindacalismo d’assalto di Confindustria, ma punta a sottrarsi alle sue pressioni e ad aprire alla Cgil. E su un altro versante, ma per le medesime ragioni, tenta persino un’aperture di dialogo con il movimento antiglobalizzazione in una logica di concertazione e pacificazione. Disinnescare ogni miccia: questa è la preoccupazione centrale del governo”. E ancora: “Proprio per questo la soluzione Aznar (cioè una nuova stagione di pace sociale tra Cgil e destre. NdR) si presenta a Berlusconi come l’unica possibile ‘quadratura del cerchio’ (...) la disponibilità dichiarata di Sergio Cofferati per una concertazione di modello spagnolo configura non solo nuovi cedimenti sindacali ma un vero e proprio crimine politico nei confronti della propria base sociale, a vantaggio di Berlusconi-Bossi-Fini.” (Proposta n°31)
 
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