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Il 2 febbraio, 60 giorni dopo l’inizio della serrata padronale, il cosiddetto Coordinamento democratico ha dichiarato la fine della prova di forza contro il governo Chavez. Questa azione, che voleva provocare il caos nel paese, le dimissioni di Chavez e nuove elezioni, non è riuscita nel suo intento. Tranne i grandi centri commerciali, alcune grosse aziende della distribuzione alimentare e la Pvdsa (l’azienda che gestisce la produzione e la distribuzione del petrolio), il resto del Venezuela non è mai stato bloccato, malgrado i rozzi tentativi di giornali e tv di dimostrare il contrario.
Nello stato di Bolívar, dove si concentrano l’industria di base e le miniere, tutte le aziende sono rimaste aperte perché i lavoratori si sono opposti attivamente alla serrata. Sono rimaste aperte anche le centrali idroelettriche. In Carabobo, dove si concentra l’industria manifatturiera, i lavoratori – la cui maggioranza è organizzata in sindacati appartenenti alla corrente Bloque Sindical Clasista y Democrático – si sono pronunciati contro la serrata nelle principali aziende come Ford, Chrysler, General Motors, Goodyear, Firestone, Pirelli, ecc. Dove hanno trovato le aziende chiuse, i lavoratori, per dimostrare la loro opposizione, si sono presentati tutti i giorni alle porte e si sono fatti certificare da un notaio che non sono potuti entrare per colpa della serrata.
Questa è stata la situazione dominante dappertutto. Il trasporto ha funzionato normalmente, sia gli autobus urbani, sia gli interurbani, che il metrò di Caracas. Gli aeroporti non sono stati bloccati con l’eccezione di alcuni voli interni per mancanza di combustibile. Le fasce più avanzate del movimento sindacale hanno proposto lo slogan di “fabbrica chiusa, fabbrica occupata”, ma questo è stato messo in pratica solo in pochi casi.
Nel settore del commercio, le grandi superfici commerciali erano chiuse, mentre i piccoli commercianti erano aperti. Dopo pochi giorni i supermercati hanno cominciato a riaprire alla spicciolata. Nel settore della ristorazione hanno chiuso solo i McDonald’s che sono stati coperti di dipinti che proclamavano “Viva la arepa” (torta tradizionale venezuelana).
Così il “paro” si è ridotto ad una serrata padronale parziale e al sabotaggio dell’industria petrolifera che ha provocato un calo produttivo serio per quasi 45 giorni.
La Pdvsa (Petroleos de Venezuela) che costituisce l’80% del Pil del paese è stata coscientemente sabotata dalla maggioranza dei suoi dirigenti. Non si sono limitati a bloccare gli impianti, ma hanno distrutto sistemi informatici, preso misure per impedire la messa in funzione manuale dei sistemi, e in cambio del “buon lavoro svolto” si sono pagati in anticipo la tredicesima e un salario (anche se teoricamente erano in sciopero).
Molti lavoratori del petrolio hanno subito pressioni da parte dei manager con telefonate a casa, alle mogli, con minacce di licenziamento, proposte di soldi per restare a casa ecc. L’esempio più importante di lotta contro la serrata è stato nella raffineria Il Palito, dove 60 lavoratori sono rimasti al lavoro superando il sabotaggio informatico e si sono fermati solo quando i depositi erano pieni per l’assenza dei trasporti.
Alla fine la pressione dei lavoratori ha costretto l’azienda di trasporti Ferrari a riprendere il lavoro e sono cominciate ad arrivare le gandolas (camion cisterna) di benzina sotto la vigilanza della Guardia Nacional e del popolo, che ha organizzato picchetti 24 ore su 24 per evitare sabotaggi. Attraverso esperienze come queste, molti lavoratori hanno cominciato a capire che per far funzionare le aziende non servono i dirigenti. Questa “idea pericolosa” potrebbe allargarsi se avessero successo le riunioni convocate dai lavoratori della Pvdsa a febbraio e marzo per analizzare le esperienze del Palito e della raffineria di Puerto La Cruz.
In Ananco, Anzoategui, il sindaco e il governatore, hanno impedito la spedizione del gas per le aziende dello stato Bolívar nella Guayana. A questo punto migliaia di lavoratori delle siderurgiche organizzati dal potente sindacato Sutiss, sono andati in autobus a Ananco e, appoggiati dai lavoratori della Pdvsa e dalla popolazione, hanno fatto ripartire l’erogazione del gas.
Infine domenica 22 dicembre è iniziato lo scarico della petroliera “Pilín León” nello stato di Zulia, dopo che i marinai dell’armata hanno arrestato il capitano e l’equipaggio. Questa nave era diventata il simbolo del cosiddetto “paro nacional”. Da questo momento in poi è diventato evidente a tutti che la prova di forza tentata da Fedecameras (la Confindustria venezuelana), dalla burocrazia della Ctv (la confederazione sindacale, che organizza il 18% dei lavoratori) e dai partiti Ad e Copei, era destinata al fallimento.
Le banche, che aderivano allo “sciopero” mantenendo un’orario ridotto, sono state in molti casi obbligate con proteste incisive a restare aperte finchè c’era gente in coda. A Carabobo, il Blocco Sindacale Classista e Democratico che organizza 52 sindacati in questo stato, scriveva in un volantino contro la chiusura delle banche:
“…Non un solo bolivar per i golpisti. La banca privata guadagna col danaro dello Stato mentre appoggia la serrata criminale di Fedecamaras e della cupola degenerata della Ctv che usurpa la rappresentanza dei lavoratori. Chiediamo la centralizzazione del sistema finanziario mediante una banca unica statale che dia priorità al finanziamento della produzione di beni, servizi, opere pubbliche e case. Controllo democratico della banca da parte dei lavoratori bancari, delle organizzazioni operaie e dei risparmiatori, con diritto a eleggere democraticamente e a revocare l’amministrazione delle banche”
I mezzi di “comunicazione”
In una società che, a sentire il Coordinamento dell’opposizione sarebbe scivolata nella dittatura comunista, l’immensa maggioranza dei giornali, radio e tv hanno sostenuto l’opposizione al governo di Chavez. Non si tratta solo di manipolare e nascondere l’informazione, come hanno fatto la stragrande maggioranza dei mezzi internazionali. In Venezuela giornali, radio e tv in mano ai grandi capitalisti (l’85% del totale) sono stati centrali nella strategia di attacco al governo per creare l’isteria di quel 15-20% della popolazione che crede di aver qualcosa da perdere nella “rivoluzione bolivariana”. Malgrado lo “sciopero” giornali e Tv non si sono mai fermati, anzi ,hanno cancellato la normale programmazione e si sono dedicati a raccontare il grande successo dello sciopero per la democrazia. Gli unici spots emessi sono della Coordinadora Democratica (popolarmente conosciuta come la Conspiradora antidemocratica).
La verità è che non c’è paese al mondo con più libertà di espressione che il Venezuela.
Contrariamente all’impressione che si vuole trasmettere in Venezuela e all’estero che il governo di Chavez sia dittatoriale e autoritario, la verità è precisamente il contrario.
La tattica del governo
La principale critica che si può fare a Chavez è invece proprio quella di essere stato troppo morbido con la reazione, di aver permesso loro di organizzare il golpe dell’11 aprile senza difficoltà e ancora peggio, che dopo l’insuccesso del golpe gli unici in galera siano cinque bolivariani colpevoli di essersi difesi contro i golpisti.
Durante l’ultima serrata il governo ha aspettato quasi tre settimane prima di prendere misure legali contro gli alti dirigenti della Pdvsa e contro gli equipaggi delle navi ribelli.
Alcuni cercano di giustificare l’atteggiamento del governo dicendo che se si prendessero misure dure contro i golpisti ciò provocherebbe una reazione internazionale e nel caso che il governo avanzasse verso la nazionalizzazione delle banche e le grande aziende ci sarebbe l’intervento militare degli Usa.
Questo argomento è falso, almeno per due motivi. In primo luogo bisogna dire che l’oligarchia locale e l’imperialismo sono già apertamente schierati contro il processo rivoluzionario in Venezuela. Il motivo è che le misure prese dal governo di Chavez (particolarmente la legge sulla terra, quella sulla pesca e quella sugli idrocarburi), malgrado siano leggi che non rompono col capitalismo, attaccano gli interessi della borghesia nazionale e straniera.
Ancora più importante: il processo di autoorganizazione e mobilitazione delle masse già iniziato (unica ragione per la quale dobbiamo parlare di una rivoluzione in atto, anche se il programma di Chavez vuole - solo - “costruire un Venezuela più moderno e più giusto”) è in se stesso una minaccia mortale per gli interessi dei capitalisti.
L’unico modo che avrebbe Chavez di “non provocare la reazione” sarebbe quello di revocare le leggi di cui sopra e tirarsi indietro rinnegando il processo rivoluzionario.
La tattica moderata del governo non rende più mansueta l’opposizione reazionaria, al contrario la incoraggia ad osare di più mentre rischia di smobilitare e disorientare le masse rivoluzionarie.
Per quanto riguarda l’intervento degli Usa bisogna dire che il Venezuela non è Granada o Panama. È vero che la forza militare di Washington è immensa, ma ciò non vuol dire che può sempre e comunque schiacciare un movimento rivoluzionario in qualsiasi paese. Sarebbe un’intervento molto rischioso e l’esito finale non dipenderebbe del rapporto di forze militari ma si giocherebbe sul terreno della politica non solo in Venezuela, ma in tutta l’America latina - dove non c’è un solo regime borghese stabile - e anche negli Usa, dove i latinos sono la principale minoranza etnica.
Le Forze Armate e la rivoluzione bolivariana
Una delle peculiarità del processo che si svolge in Venezuela è il fatto che un settore importante delle Forze Armate si identifica apertamente con la rivoluzione bolivariana. Ma la struttura dell’esercito non è cambiata. Indipendentemente delle simpatie di molti ufficiali, l’esercito ha sempre un carattere borghese e se il processo rivoluzionario andasse fino in fondo non si manterrebbe neutrale. Non ci si può illudere: o l’esercito va con la controrivoluzione o appoggia la rivoluzione e, per farlo fino in fondo, deve essere epurato dagli elementi reazionari e democratizzato, attraverso l’elezione degli ufficiali, la piena libertà di discussione, il rafforzamento dei legami coi lavoratori e le organizzazioni popolari. Solo così può essere trasformato il suo carattere di classe.
Il programma della rivoluzione bolivariana prova a realizzare (con 200 anni di ritardo) la rivoluzione borghese antilatifondista e anticoloniale indispensabile per lo sviluppo del paese e per ridurre la povertà e le disuguaglianze. Il problema è che la borghesia venezuelana non solo non è rivoluzionaria ma è la meno interessata al suo successo, essendosi costruita in questi anni un ruolo ben ricompensato di agente dell’imperialismo in un paese tra i più ricchi al mondo in materie prime.
È ovvio che in un paese con il 60% delle terre controllate dal 2% della popolazione è necessario realizzare una riforma agraria. Chavez ha dichiarato orgoglioso che hanno studiato tra le altre, la riforma realizzata dalla Dc negli anni 50 in Italia, per preparare la loro legge sulla terra. È inaccettabile che la Pvdsa si tenga l’80% del fatturato, lasciando alle finanze statali solo le briciole, ma questi tentativi di riformare il capitalismo non sono nell’interesse dei capitalisti venezuelani. Solo i lavoratori possono imporle e dovranno farlo contro la propria borghesia!
Una grande vittoria o una grande sconfitta
La tragedia del Venezuela è che Chavez non è un marxista e il movimento bolivariano non è un partito comunista. Il che non vuol dire che in Venezuela non sia in atto una rivoluzione. Lo scontro, che va avanti da anni e che ha polarizzato il paese, dovrà chiudersi con una vittoria delle forze rivoluzionarie o con una sconfitta. Lo dimostra il fatto che durante le 48 ore del tentato golpe di aprile circolavano liste nere di 4.500 persone da sopprimere immediatamente.
Non si può nascondere che l’opposizione sia fortemente armata: controlla diverse forze di polizia (come la polizia metropolitana di Caracas, forte di 24.000 agenti) e, nei quartieri ricchi, si struttura come una milizia paramilitare. Tutto ciò non ha provocato finora un bagno di sangue perché il rapporto di forze è troppo sbilanciato a favore della rivoluzione. Se si continua a permettere l’impunità della borghesia reazionaria; il boicottaggio organizzato e la campagna mediatica isterica, prima o poi crescerà la stanchezza e il disorientamento. Lo scontro finale non è ancora arrivato. Le dichiarazioni di Chavez, che invoca un’opposizione democratica che si misuri sul terreno elettorale, sono destinate a cadere nel vuoto. Negli ultimi sei anni ci sono state sette consultazioni democratiche regolarmente perse dalla destra. Su questo terreno non si aspettano di vincere a breve termine.
La borghesia ha mezzi economici per resistere e aspettare il momento buono per capovolgere il processo. Le masse venezuelane invece hanno bisogno di risultati concreti e presto. La crescita dei prezzi del petrolio nel corso del 2001 e del 2002 ha dato ossigeno alle finanze statali, ma le spese sociali promesse e le conseguenze della serrata di due mesi nella produzione di petrolio rischiano di provocare seri problemi di cassa già entro l’estate. Diventerà sempre più evidente come non sia possibile migliorare le condizioni di vita e di lavoro dell’80% dei venezuelani senza toccare gli immensi privilegi di quel 10% della popolazione che vive con un piede a Caracas e l’altro a Miami.
La rivoluzione bolivariana ha aperto un processo di politicizzazione e di organizzazione delle masse oppresse. I lavoratori, specialmente i settori più poveri dei quartieri popolari che mai si erano interessati alla politica, oggi per la prima volta nella loro vita sentono di avere un futuro. In questo processo sono sorte migliaia e forse decine di migliaia di organizzazioni nei quartieri, nelle parrocchie, nella fabbriche…
Questo processo è stato accelerato dal tentato golpe dell’11 aprile. Finora, la principale debolezza del movimento rivoluzionario è stata la mancanza di coordinamento, di organismi a livello nazionale che unifichino la miriade di organizzazioni a livello locale.
Non esiste una struttura organizzata che renda possibile conoscere e generalizzare le migliori esperienze di lotta e che permetta al popolo di dirigere il processo attraverso rappresentanti eletti e revocabili. I partiti politici che costituiscono la base di appoggio del governo Chavez hanno dimostrato finora la loro incapacità ad organizzare le masse che sono disposte a mobilitarsi a favore della rivoluzione. Il Mvr e il Ppt, tra gli altri, sono principalmente dei comitati elettorali scarsamente collegati alle masse. L’assenza di questo controllo da parte della base ha permesso negli anni passati che tanti carrieristi abbiano potuto saltare sul carro vincente di Chavez per poi tradirlo.
Il movimento operaio e la necessità di una organizzazione marxista
Finora, i lavoratori non avevano giocato un ruolo indipendente nel processo rivoluzionario. Durante la serrata di dicembre-gennaio, però, è stata evidenziata l’importanza del movimento operaio per la vittoria della rivoluzione. Si è dimostrato che sono i lavoratori quelli che fanno funzionare l’economia. I lavoratori non solo hanno deciso di continuare a lavorare, ma hanno preso delle iniziative per assicurare l’arrivo dell’energia necessaria e per superare il sabotaggio dei manager. È evidente a tutti - tranne ai dirigenti della II Internazionale riuniti a Firenze, che ancora a gennaio 2003 si dichiaravano solidali con “el paro” - che la cupola burocratica della Ctv, “eletta” in un processo di votazione fraudolento, non rappresenta i lavoratori venezuelani (Ortega ha conquistato la presidenza della Ctv a ottobre del 2002 con 174.598 voti su 1.225.000 lavoratori iscritti, ma solo 286.275 hanno votato. Le schede “perse” sono state decine di migliaia e i votanti che erano già “morti” altrettanti).
Chavez in alcune dichiarazioni si è pronunciato per un “capitalismo dal volto umano”. Il suo progetto politico è nazionalista e anti-imperialista, ma quello che non capisce è che nell’epoca dei monopoli, è impossibile sviluppare il capitalismo in un paese semicoloniale come il Venezuela. L’unico modo per difendere la sovranità nazionale passa per l’espropiazione di quella minoranza di capitalisti parassiti, iniziando una lotta senza quartiere contro il giogo imperialista e per il socialismo a livello dell’America latina e nel mondo.
La rivoluzione non è argomento di trattativa, si difende e si approfondisce nelle strade e nelle fabbriche.
L’oligarchia della Pvdsa
Dalla nazionalizzazione del petrolio nel 1976, i dirigenti della Pvdsa (5º produttore al mondo di petrolio) sono diventati uno Stato nello Stato. Malgrado la proprietà pubblica l’azienda non si differenziava dalle altre “sorelle” del petrolio tranne per la corruzione di molto superiore alla media. Mentre nel 1976 lo Stato riceveva 80 dollari su ogni 100 fatturati, nel 2001 succedeva il contrario: alla Pdvsa restavano 80 dollari su 100!
Durante la serrata in tutto il paese, i Circoli Bolivariani, sindacati di classe e altre organizzazioni stampavano
centinaia di migliaia di volantini denunciando i dirigenti della Pvdsa con nomi e cognomi. I 20 dirigenti più importanti di Pdvsa prendono annualmente circa 10 milioni di dollari. Solo Karl Makeiza, prende circa 790.000 $ all’anno.
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