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Elezioni israeliane Stampa E-mail
Scritto da Francesco Merli   

La vittoria di Sharon non risolve nessun problema

La prevedibile - e prevista - affermazione di Sharon e della destra nelle elezioni per il rinnovo della Knesset (il parlamento israeliano) e il corrispondente tracollo dei laburisti non risolvono nessun problema per la classe dominante israeliana. Al contrario, i risultati elettorali evidenziano una situazione estremamente instabile e una scollatura crescente fra un settore della società israeliana e i principali partiti della classe dominante.

Che non si tratti di un plebiscito in favore di Sharon e del Likud lo evidenziano il crollo dell’affluenza alle urne (68.5%, il dato di gran lunga più basso nella storia delle elezioni israeliane che dal 1973 si è mantenuto stabile intorno all’80%), con punte elevate di astensionismo nelle principali città e un’alta affluenza al voto tra i 350mila coloni dei Territori occupati, che hanno votato in massa per la destra.

La spartizione dei 120 seggi tra i 13 partiti entrati alla Knesset, nonostante la crescita del Likud (38 seggi) e della destra laica e religiosa (34 seggi ripartiti fra 5 partiti), rende molto difficile, se non impossibile, il lavoro di formazione di una maggioranza di governo stabile, soprattutto considerando i veti incrociati, da un lato, dei laburisti - che con 19 seggi restano il secondo partito - “non disponibili” secondo il loro leader Mitzna ad entrare in un governo presieduto da Sharon e, dall’altro, della destra laica e liberista dello Shinui (15 seggi), contraria a coabitare una maggioranza di governo con la destra religiosa (Shas, Partito nazionale religioso e United Torah Judaism), forte complessivamente di 22 seggi. Qualsiasi alchimia riesca a trovare, Sharon sarà destinato a partorire un governo debole alla mercè di una maggioranza rissosa e instabile.

Il secondo dato che emerge dalle elezioni è il naufragio della sinistra storica, incapace di porre un’alternativa di classe ai lavoratori arabi e israeliani e scontentando sia gli uni che gli altri, limitandosi a un vago pacifismo o ad un prudente nazionalismo arabo.

Il Meretz passa da 10 a 6 seggi, mentre i partiti tradizionali della minoranza araba israeliana confermano un pugno di deputati, ma non riescono a conquistare voti tra i non arabi e scontano l’altissima astensione del loro elettorato, anche se non agli stessi livelli delle elezioni presidenziali del maggio 2001, in cui si ebbe una punta massima dell’82% di non votanti (tra il 1949 e il 1999 - in 50 anni - la partecipazione al voto degli arabi israeliani non era mai scesa sotto il 75%).

 

Crisi particolare del capitalismo israeliano

 

La pochezza dei risultati della sinistra non deve trarre in inganno e portare alla conclusione che non sia possibile che in Israele si sviluppi un’opposizione di massa alla classe dominante. Naturalmente non deve essere minimizzata la portata dei risultati elettorali, ma va compreso che questi non sono che la fotografia di una situazione piena di contraddizioni e la classe dominante israeliana ha tutto fuorché il controllo della situazione.

Contrariamente a quanto si crede Israele è molto lontano dall’essere un blocco reazionario compatto che vede l’alleanza tra grande capitale e proletariato. Tra i paesi economicamente avanzati Israele è quello con il più alto differenziale tra il settore più ricco e la parte più povera della società e negli ultimi anni questo divario si è notevolmente accresciuto.

Solo in base agli sgravi fiscali ai più ricchi e all’abolizione di diverse imposte sul reddito e sul patrimonio dei padroni approvate dai vari governi negli ultimi anni, si è avuto un trasferimento netto nelle tasche della borghesia di 8 miliardi di dollari, come ha denunciato pubblicamente il parlamentare di Hadash, Tamar Gozansky.

Il tacito patto sociale, che vedeva la classe dominante concedere alti standard di vita ai lavoratori in cambio di una loro identificazione nello stato israeliano, negli ultimi anni è stato stracciato unilateralmente dalla borghesia.

La recessione, iniziata con una brusca frenata nel quarto trimestre del 2000 (anche se su base annua l’economia crebbe nel 2000 di uno stratosferico 7.4%), si è approfondita nel 2001 (-0.9%) e nel 2002
(-1.5%, secondo le previsioni), ma l’impatto sociale di questa frenata risulta più chiaro se si considera il dato pro-capite (-2.9% nel 2001). Le prospettive inoltre sono molto negative, in particolare nel caso probabile di una guerra all’Iraq.

Come abbiamo riportato in altri articoli di questo giornale gli alti tassi di crescita dell’economia israeliana degli anni ’90 erano legati al boom delle esportazioni (+ 23.9% nel 2000) e agli enormi investimenti nel settore informatico e delle biotecnologie, tanto che Israele è seconda solo agli Stati Uniti per numero di imprese quotate nel Nasdaq. La recessione internazionale e il crollo della bolla speculativa delle borse mondiali ha colpito duramente l’economia israeliana proprio nel suo motore. Un secondo fattore di crisi è la resistenza di massa della popolazione palestinese all’occupazione militare dei territori che ha reso impossibile all’imperialismo israeliano il godimento dei frutti del suo dominio coloniale, anzi ne ha gravato pesantemente i bilanci di spese militari. Nessuno dei fattori che ha provocato la crisi è stato risolto o potrà essere risolto nel breve periodo.

Le condizioni di vita della maggioranza degli israeliani sono peggiorate drasticamente, come testimonia il dato della disoccupazione che, in questi due anni, è più che raddoppiata e sfiora oggi il 15%.

Le pressioni sul bilancio statale della somma di questi fattori rendono la situazione esplosiva: minori entrate a causa della recessione e degli sgravi fiscali ai padroni, aumento significativo delle spese militari e delle spese per la previdenza sociale (sussidi, pensioni, ecc.), a causa dell’esplosione della disoccupazione, impongono in modo pressante alla classe dominante israeliana di passare all’offensiva contro i lavoratori. Questo fatto segnerà la rottura traumatica della pace sociale nella società israeliana.

 

La “minaccia terrorista”

 

Nel maggio del 2002, di fronte all’ennesima crisi di governo in Israele, scrivevamo: “l’unico collante che tiene insieme la società israeliana è sempre più la ‘minaccia terrorista’, che la classe dominante israeliana evoca in continuazione strumentalizzando il panico della popolazione, mentre con le sue azioni concrete crea le condizioni per un rafforzamento del terrorismo”. Questa tattica della classe dominante israeliana è stata la chiave della vittoria di Sharon nelle elezioni.

Posto che, come marxisti, riconosciamo il diritto da parte di un popolo oppresso a difendersi con ogni mezzo, anche violento, dall’oppressione e che capiamo che la forza delle organizzazioni che propugnano la tattica delle azioni suicide risiede nell’esasperazione e nella disperazione generata dalla repressione israeliana, è nostro dovere combattere il ruolo reazionario del terrorismo individuale nella lotta di liberazione del popolo palestinese poiché rappresenta sempre più l’ostacolo decisivo affinché emerga nella società israeliana un movimento operaio indipendente dagli interessi della borghesia imperialista, capace di imboccare l’unica prospettiva che non conduca alla guerra permanente fra i popoli mediorientali, cercando insieme alle masse palestinesi ed arabe un’alternativa socialista all’incubo del capitalismo.

La spirale repressione-terrorismo individuale rafforza, invece di indebolire, la classe dominante israeliana, proprio perché spinge i lavoratori nel mortale abbraccio con i propri sfruttatori, e questo Sharon lo sa bene.

Proprio per questo crediamo che, se è vero che la classe dominante israeliana sarà costretta a passare all’aggressione dei lavoratori israeliani sul fronte interno, cercherà di fare in modo di fare passare i sacrifici come una conseguenza dell’escalation del conflitto con i palestinesi.

Ne consegue che un ulteriore inasprimento della politica repressiva dell’imperialismo israeliano è altamente probabile nel prossimo periodo.

La nostra obiezione al terrorismo individuale è categorica ma non ha niente a che vedere con la condanna ipocrita della “violenza” propugnata dalle classi dominanti quando un popolo o una classe oppressa si ribella al suo dominio.

All’azione di un pugno di martiri contrapponiamo la prospettiva di una lotta rivoluzionaria di massa contro l’occupazione basandoci sulle tradizioni della prima Intifada palestinese unita ad un programma per l’abbattimento del capitalismo e la costruzione di una federazione socialista del Medio Oriente come primo passo verso la creazione di una federazione socialista su scala mondiale. Solo sulla base di questa prospettiva si può uscire dall’incubo del capitalismo.
 
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